«Sapete da quanto tempo ragiono con Andrea Agostini – disse qualche giorno fa Giuseppe Martinelli parlando di devo team e juniores – perché le squadre WorldTour si leghino ai team juniores? Per loro è il modo di avere una filiera più lunga e per i ragazzi è il modo di fare attività con una prospettiva concreta. Avete visto come funziona nel calcio? Le squadre di serie A hanno il loro vivaio praticamente in ogni città: ci mettono il nome e gli danno a dir tanto 50 mila euro di materiale, come tute e palloni, inserendoli nella fornitura dei loro sponsor tecnici. Potrebbe funzionare anche con delle professional…».
Andrea Agostini per qualche tempo è stato l’addetto stampa alla Mercatone Uno del suo amico Pantani che aveva in Martinelli il direttore sportivo. Poi le strade si sono forzatamente divise e a distanza di così tanti anni, il commercialista romagnolo è diventato uno dei tre manager del UAE Team Emirates. Accanto a Mauro Gianetti (Team Principal e CEO) e a Joxean Fernandez Matxin (Sports Manager), Agostini risulta come Chief Operating Officer, il direttore operativo (in apertura alla Vuelta con Gianetti e Pogacar).
Rileggendo le parole di Martinelli, abbiamo voluto sentire la sua opinione, per capire se è immaginabile che nel ciclismo si esporti quel modo di fare tanto calcistico dell’appendere la maglia sulle scuole calcio.


Buongiorno Andrea, dici che l’ipotesi di Martinelli è percorribile?
Dipende dall’UCI. Avrebbe più senso se ci venisse detto di farlo, altrimenti qualcuno avrebbe la possibilità e qualcun altro no. Di sicuro sarebbe un sistema migliore rispetto a quello dei devo team, che ci costano tanti soldi e non dico che uccidano il movimento, ma è chiaro che i ragazzi vogliano andare in certe squadre, penalizzando le altre.
La UAE Emirates si è già mossa nei confronti di alcune squadre juniores, giusto?
Investiamo su alcune realtà in giro per il mondo, oltre che negli Emirati, dove abbiamo la mission di far crescere il ciclismo, mettendo in bici più bambini possibili. Non solo perché diventino corridori, ma perché recepiscano il messaggio sull’utilità di fare una vita sana. Però abbiamo rapporti anche con squadre in Italia.
La Vangi è nella vostra orbita.
Il prossimo anno sulla loro maglia ci sarà anche un nuovo logo che la indica come una squadra in cui facciamo scouting. Cerchiamo di dare il nostro contributo, ma secondo me questo tipo di lavoro e questo tipo di attività dovrebbero pianificarli le federazioni, che hanno il compito di lavorare perché il ciclismo sopravviva. Però capisco quello che dice Martinelli, come pure quel che si fa nelle granfondo che dovrebbero dare una mano al ciclismo giovanile.
E lo fanno?
Quelle che nascono solo per esigenze di marketing, non ci pensano nemmeno. La Nove Colli invece lo fa da anni.


Il sistema del calcio ti sembra tanto lontano?
Io credo che le squadre primavera siano come i nostri devo team, con la possibilità quando serve e quando capita che li facciano giocare in prima squadra. Il discorso di fornirgli materiale lo vedo un po’ più complicato, perché le squadre juniores sono seguite già in modo puntuale ed è difficile che gli manchi del materiale tecnico.
Il devo team riguarda atleti under 23, Martinelli avrebbe individuato il fronte su cui lavorare fra gli juniores.
In realtà quando siamo partiti con il progetto del devo team, l’idea era di limitarsi ad atleti di 19 e 20 anni. Poi però ti accorgi che c’è quello che matura più lentamente e allora lo tieni. Avendoli sottomano, capisci a che punto sia la loro curva. Se sia in una fase di crescita progressiva oppure si sia appiattita. La scienza in questo aiuta, ma di certo avere il devo team non ci impone delle scelte.
Quanti corridori si possono far passare in una squadra come la vostra?
Un paio all’anno e mi pare un numero alto. Ad ora sono saliti Pericas, Giaimi e nel 2027 verrà Stella. Ad alcuni abbiamo proposto di andare in altre squadre, anche professional in cui potrebbero fare il Giro, ma ci hanno risposto che preferivano restare nel devo team. Il presupposto di queste squadre di sviluppo è farli crescere perché diventino professionisti, ma non tutti rispecchiano la crescita che ci si attende.
E neanche puoi limitarti a prendere solo i corridori che cresci in casa e su cui hai investito?
Sarebbe la cosa migliore, ma se poi ti capita un Del Toro, che è arrivato quando ancora non avevamo il devo team, che cosa fai: lo ignori?