Il Centro Mapei nacque trent’anni fa. Allo stesso modo in cui il Milan aveva Milanello e l’Inter si ritrovava ad Appiano Gentile, nel 1996 la squadra a cubetti del dottor Squinzi inaugurò un centro tutto suo e lo affidò ad Aldo Sassi (nella foto di apertura, proprio Aldo nel suo laboratorio).
La squadra usciva da un 1995 con 55 vittorie, vincitrice del Giro con Rominger, della Roubaix con Ballerini e del Fiandre con Museeuw. Indurain aveva vinto il quinto Tour, Jalabert la Sanremo e la Vuelta, Gianetti la Liegi. Il fatto che la Mapei si fosse dotata di un centro di preparazione ad uso esclusivo la proiettava verso l’elite del ciclismo mondiale.
Trent’anni dopo, abbiamo chiesto ad Andrea Morelli, che in Mapei Sport dirige il dipartimento del ciclismo, di guidarci in questo lungo viaggio cui prese parte sin dalle prime battute.


Da quanti anni sei un uomo Mapei?
Ho iniziato con Aldo Sassi a metà 1995, quando stava ancora nascendo il Centro a Castellanza. La ristrutturazione era appena iniziata, ma noi avevamo già cominciato a Busto Arsizio in alcuni locali dove avevamo messo i primi macchinari. Aldo l’ho conosciuto per caso, non avevo mai seguito il ciclismo. Avevo fatto atletica e pallacanestro e prima di uscire dall’ISEF avevo cominciato a lavorare in una palestra.
Come sei arrivato al ciclismo?
Era il periodo del primo Spin Trainer di Technogym e in palestra ne avevamo uno. Un ragazzo che faceva ciclismo aveva iniziato a farsi seguire. Gli davo le tabelle d’allenamento, gli facevo i test con le curve del lattato che a quei tempi erano un’impresa. Finché un giorno mi propose di andare a Rovigo a un convegno di Aldo Sassi. Ricordo di avergli chiesto chi fosse e lui mi spiegò che era il preparatore della Mapei. Così prendemmo la macchina e andammo.
Come andò?
Era pieno di amatori che gli facevano domande assurde, mentre lui parlava della soglia e di cose del genere. Finché mi venne di chiedergli una cosa. E gli dissi: «Lei ha spiegato che la soglia a 4 millimoli si può mantenere per un tempo ridotto. Io ho fatto dei test a questo mio amico in palestra ed è rimasto per un’ora a 6 milimoli. Gli feci altre domande e ci presentammo, ma nulla più. Una settimana dopo ero a casa, quando squillò il telefono: era Aldo, che aveva trovato il mio numero. Mi disse che stavano per aprire un centro di valutazione per una squadra professionistica e se mi interessasse.
E tu?
Gli dissi che il giorno dopo sarei andato giù. Volevo fare il preparatore, però non sapevo ancora bene in che ambito muovermi. Iniziai ad andare due o tre volte alla settimana, poi nel giro di due mesi lasciai la palestra ed entrai al Centro Mapei. Avevamo l’attrezzatura per fare la posizione, ma era tutta smontata. Avevamo un ergometro, che oggi è qui all’ingresso in una teca trasparente. La prima macchina per il consumo di ossigeno, che Aldo annotava. Poi facevamo la plicometria e a quel punto Aldo si siedeva alla scrivania e io (ride, ndr) facevo la parte del galoppino.


Cioè cosa facevi?
Preparavo la macchina, calibravo, seguivo il riscaldamento e poi quando arrivava Aldo, faceva il test e intanto parlava con l’atleta. Poi elaborava i dati, si metteva alla scrivania con il corridore seduto di fronte e gli spiegava il programma di allenamento per le varie settimane e alla fine glielo consegnava. Facevamo 3-4 test per volta.
Era tutto ad uso della squadra?
All’inizio sì e anche per gli altri team Mapei. Ai tempi quasi ogni rivenditore italiano aveva la sua squadra. La Grassi in Toscana, come pure la Trevigiani. C’erano circa 18 squadre sponsorizzate dai rivenditori Mapei e tutti loro potevano venire a fare i test da noi. Poi arrivò Luca Guercilena, che aveva fatto l’ISEF con me.
C’era bisogno di rinforzi?
Quando il numero degli atleti da seguire è aumentato, divenne necessario avere qualcuno che coordinasse i rapporti con i direttori sportivi. Così feci il suo nome. All’inizio però eravamo soltanto Sassi, io, qualcuno dell’amministrazione e il dottor Ruffini. All’inizio come direttore sanitario avevamo il professor Arcelli e dopo di lui arrivò Claudio Pecci.
Arcelli come eredità dell’Ora di Moser e dell’Equipe Enervit?
Aldo aveva rapporti con Enervit, è sempre stato in contatto con Sorbini (fondatore di Enervit, ndr), anche perché fornivano i prodotti alla squadra. In realtà il blocco belga usava sempre un integratore che si chiamava Extran, dolcissimo, che conteneva 40 grammi di carboidrati. Adesso li bruciano in un quarto d’ora, a quel tempo era una vera bomba.


Quelli erano anche anni un po’ maledetti e più di una volta Sassi parlò contro il doping.
La situazione sicuramente non era delle più rosee. Il doping dilagava e il fatto di aver creato una struttura di questo tipo era il tentativo di centralizzare il controllo e di limitare le problematiche, soprattutto rispetto ai preparatori in auge in quel periodo. In Mapei si cercava di monitorare i ragazzi per vedere che non facessero stupidate. Il passo successivo fu cercare di limitare i rapporti con i preparatori esterni e qualcuno che non rispettava questa consegna fu allontanato.
Avere una squadra era un grosso vantaggio a livello di ricerca?
Uno dei dogmi del dottor Squinzi e di Aldo era la scienza applicata nell’azienda come pure nello sport. L’altra cosa importante era la scienza dei campioni a disposizione di tutti, per cui si faceva ricerca e si osservavano i risultati di quello che facevamo. Al tempo non c’erano tanti strumenti. C’era il cardiofrequenzimetro, siamo stati una delle prime squadre a trasferire i file dell’allenamento e analizzare i dati della frequenza cardiaca. Poi abbiamo lavorato con i primi SRM e abbiamo studiato il modo per interpretare tutti quei dati.
Si lavorava per obiettivi?
Uno dei filoni su cui Aldo ha sempre messo la testa è stato la sindrome di overtraining. Questo ha portato nel tempo a mettere a punto dei test di valutazioni sempre più precisi, per cercare di monitorare determinate caratteristiche e dei protocolli mirati. Li abbiamo applicati con alcuni nostri atleti e quelli che arrivavano in Mapei da altri team ed erano irriconoscibili dopo essere andati molto bene l’anno prima.
Cosa veniva fuori?
Che nelle stagioni precedenti avevano esagerato con i carichi di allenamento, per cui erano arrivati al punto da avere la parte ormonale alterata e non rispondevano più all’allenamento. L’esperienza con la squadra ci ha permesso di mettere a punto una serie di test di valutazione che usiamo tutt’oggi e che ai tempi erano sicuramente innovativi.


In 30 anni la preparazione del ciclismo è cambiata in maniera clamorosa. Quanta ricerca c’è da fare per stare appresso a tutti?
L’allenamento è cambiato, però la teoria alla base dello sport di endurance è sempre quella. Il problema più grosso è che quando esci dall’università hai tanta teoria, ma non hai la pratica e ti trovi a fare cose che vanno contro la teoria. Per cui devi imparare a gestire l’allenamento con l’esperienza, interpretando la letteratura scientifica per mettere a punto il miglior metodo di lavoro. Quindi sicuramente è importante tenersi aggiornati, sapere che cosa succede a livello scientifico, quali sono le nuove scoperte, quali le nuove possibilità.
Ad esempio negli anni 90 non si parlava quasi mai di altura.
Invece oggi si ragiona sulla quota, sulla tenda iperbarica, la blood flow restriction… Tante cose che sono importanti veicoli di marketing: basta guardare quanta gente voglia fare la tenda ipossica, pur non essendo atleti e non facendo un’attività così intensa. A volte si perde il focus sull’attività centrale del ciclista e gli si mettono intorno delle grandisisme perdite di tempo. Sicuramente la scienza fa passi da gigante, hai la possibilità di analizzare tutti i dati, ma quando gestisci una squadra con 20 professionisti uomini, 20 donne e il devo team, ti ritrovi con una marea di dati che da qualche parte vanno poi tenuti.
La malattia e poi l’uscita di scena di Aldo Sassi nel 2010 hanno cambiato molto nella vita del Centro Mapei?
Sicuramente è stata una grossa perdita a livello personale e poi anche a livello della struttura. C’è stata una fase acuta cui ha fatto seguito un avvicendamento. Io ho dovuto sostituire Aldo nei rapporti con gli atleti e quindi mi sono trovato a lavorare con Basso, Evans, Cunego, Scarponi, con Cioni, Calstrom. Mi sono trovato 10-12 atleti e ho iniziato a lavorare con loro. All’inizio non è stato facile subentrare, poi è andata migliorando. Cadel vinse il Tour de France, Ivan fece settimo. Dal punto di vista della struttura, sicuramente il fatto che mancasse Aldo ci aveva privato di una direzione che lui aveva dato e aveva continuato a portare avanti. Semplicemente abbiamo cercato di seguire i suoi passi.


Che cosa ha rappresentato per te Aldo Sassi?
E’ stato il mio maestro. Tutto quello che so l’ho imparato con lui. Eravamo sempre in macchina insieme. Lui parlava e io prendevo appunti, sulla gestione dell’allenamento, i volumi di carico, quanti minuti di soglia andrebbero fatti. Ho ancora in giro gli appunti e le cassette di quel primo convegno a Rovigo. All’inizio pendevo dalle sue labbra, poi anche io ho cominciato a trovare le risposte, altrimenti sarei restato un passacarte a vita. Ma le sue intuizioni sono state sempre illuminanti.
Ad esempio?
Il posizionamento in sella. All’inizio lavoravano tutti con le misure antropometriche, invece noi provammo un approccio diverso. Più che le lunghezze, iniziammo a misurare gli angoli di pedalata. Abbiamo iniziato a raccogliere tutti questi dati cinematici e a un certo punto abbiamo cominciato a metterli insieme. E abbiamo iniziato a dire che forse è meglio avere una posizione comoda, in cui non ho problemi, piuttosto che essere super performante e avere problemi.
Quale fu la conclusione?
Mettemmo a punto posizioni per la bici da strada che riducessero l’insorgenza di patologie. Allo stesso tempo, abbiamo messo in relazione le principali patologie con la posizione in bici e abbiamo identificato dei range di riferimento che utilizziamo tutt’oggi per ottimizzare la posizione. A cronometro invece altra storia: c’è mettere insieme un discorso ergonomico e aerodinamico con un discorso di prestazione e qui ci sono dei riferimenti leggermente diversi.
Nel frattempo il Centro si è aperto agli amatori, ai team giovanili e anche ad altri sport…
E’ entrato il calcio, abbiamo lavorato con la corsa a piedi. Siamo una struttura particolare rispetto alle altre, nel senso che una grossa parte continua sulla ricerca e una fa valutazione. Servizi e ricerca insieme: non è facile, anche perché la ricerca comporta dei costi esagerati, soprattutto per la parte di strumentazione. Ad esempio, abbiamo una certificazione ISO per quanto riguarda la calibrazione delle attrezzature, un’attenzione su cui Aldo ha sempre spinto.
Perché è importante?
Il fatto di avere strumentazioni certificate sulla precisione e la ripetibilità della misura ti consente di avere una serie di certezze quando misuri dei dati. Cosa che non sempre avviene, se ti appoggi a certe strutture che usano un ergometro di alto genere. Ci sarà una differenza fra chi usa un ergometro che costa 30-40 mila euro, rispetto a uno che, con tutto rispetto, costa mille euro?


Non siete più quattro gatti, ma più di dieci, solo che nel frattempo se ne sono andati Sassi, ma anche i signori Squinzi: come prosegue il Centro Mapei?
Mapei Sport è un’azienda con il suo Consiglio di amministrazione, in cui siedono Marco e Veronica, i due figli di Giorgio Squinzi e Adriana Spazzoli. C’è la famiglia Sassi, l’amministratore delegato che è il dottor Claudio Pecci, poi c’è Simona Giorgetta che è la figlia di Laura Squinzi, sorella del dottore. In famiglia ognuno ha il suo sport preferito. Per esempio Veronica è presidentessa del Sassuolo Calcio. A Marco piacciono gli sport motoristici. Giorgetta ama la vela.
Il ciclismo resiste?
Tutti hanno la passione per il ciclismo ereditata dal papà, dallo zio e dal nonno prima di loro. Continuano tutti a sposare il Centro, consapevoli che in qualsiasi campo lo sport ti permette di portare l’immagine in un certo modo. E il ciclismo sicuramente è stato lo sport che ha permesso a Mapei di essere conosciuta al livello superiore. E quella scuola prosegue. Ciò che Aldo ha fatto per me sono riuscito a farlo con Paolo Artuso che ha iniziato con noi e con Matteo Azzolini (ora alla Lidl-Trek).
Nel frattempo c’è sempre la Lidl-Trek…
Non so come andrà dall’anno prossimo, perché non si conoscono le decisioni della proprietà tedesca. Per cui ci sono loro e ci sono collaborazioni con squadre minori. Lavoriamo con la Beltrami. Poi la Legnanese e anche la Bustese Olonia, cui facciamo i test già da qualche anno. Al piano 1 abbiamo una palestra con attrezzature per la pesistica e macchinari, quindi gli juniores vengono due volte alla settimana, lavorano e prendono dimestichezza con la palestra che da professionisti frequenteranno più spesso.
Ci sarà modo di festeggiare i trent’anni?
Certo che sì. Festeggeremo il 28 marzo al Museo della Scienza e della Tecnica, come per il decennale. State pronti, presto arriveranno tutte le informazioni.