Yaya Sanguineti, che se la chiami Ilaria quasi nemmeno si volta, era sparita dal ciclismo. Di colpo aveva smesso di correre: il campionato italiano dello scorso anno, poi il silenzio. Le compagne più vicine avevano avuto qualche risposta sporadica ai loro messaggi e poco altro. Si sapeva dai social che si fosse sposata e lavorasse in un bar, ma niente più bici né corse. Persino Davide Arzeni brancolava nel buio, avendola cercata per portarla alla Canyon Sram come spalla per Chiara Consonni.
Yaya ha sempre avuto un grande cuore. Esuberante, esplosiva, a tratti incasinata, ma pronta a buttarsi nel fuoco per le compagne: Balsamo su tutte. Era rimasta pertanto… orfana quando nel 2022 Elisa era passata dalla Valcar alla Trek e si scoprì al settimo cielo quando l’anno dopo le venne offerta la possibilità di raggiungerla. Forse però a un certo punto il suo grande cuore non ce l’ha più fatta. Perché?
Sono stati un post su Instagram a settembre e il successivo scambio di messaggi – nel giorno in cui si ricordava la scomparsa di Samuele Privitera – a mettere in fila tutti i tasselli e spiegare il perché del ritiro, del silenzio, del dolore, infine del ritorno (in apertura, Sanguineti è con Balsamo al Giro Women, con il piccolo Enea sulle spalle, ndr).


Perché a un certo punto sei sparita dalla circolazione?
Perché volevo fare detox, completamente. Non ne potevo più, basta. Poi vabbè, quando è mancato Samu, m’è crollato tutto. Due giorni prima ero in bici con lui, due giorni dopo non c’era più. Ho fatto un periodo che ci mettevo un’ora a cambiarmi e poi non riuscivo, avevo paura di andare in bici e lo sapete come sono io in bici, no? Avevo proprio paura di stare in mezzo al traffico…
Come è passata, se è passata?
La paura non c’è più. Da un giorno all’altro, ho detto: «Vabbè, sai cosa faccio?». Un mio amico mi aveva proposto di provare la sua gravel e poi semmai avrei potuto comprarla. L’ho usata per stare fuori dal traffico o quantomeno farne molto meno e poi me ne sarei stata fra i monti. E’ andata così, da un giorno all’altro…
Nei messaggi durante il Valle d’Aosta, hai scritto che comunque eri già un po’ stufa…
Anche quello. Alla Lidl-Trek mi sono trovata molto bene, ma ci ero rimasta male quando non mi hanno portato alla prima Sanremo, che era la mia corsa. Però ho pensato che ci sarebbero state altre occasioni per farla, non me ne ero fatta un grosso problema. Però dopo un po’ mi sono accorta che mi facevano fare solo gare piccole, dicendo che sarei stata di esempio per le giovani. Quando ho iniziato a non fare più il Fiandre, a non fare questo e quell’altro, sapendo che in squadra eravamo in venti, ho cominciato a pensare che certe corse qualche volta potevano farle anche altre.




Non era solo per insegnare alle giovani?
Eravamo in Belgio, luglio del 2025. Mi chiama Lorenzo Carera e mi fa: «Guarda che ho brutte notizie, mi sa che non ti vogliono rinnovare il contratto. Se vuoi inizio a muovermi per cercare altro». Io gli dissi di no, che provasse a spingere per rimanere alla Lidl-Trek e poi semmai avremmo valutato altro. Poi però è successo l’incidente di Samuele, così gli ho detto: «Lori, non cercare più niente, che non c’ho più voglia».
Perciò quando ti ha cercato Arzeni, tu avevi già staccato la spina?
Sì, anche se quella poteva essere un’occasione. Però quando non hai più voglia, è dura. Oggi di quel mondo mi manca l’adrenalina dell’ultimo chilometro, il resto proprio no…
Nel frattempo hai messo su famiglia, hai iniziato a lavorare in un negozio di bici a Ospedaletti, le cose stanno prendendo una forma più chiara, no?
E io sono contenta così. Quest’anno sono andata a vedere l’ultima tappa del Giro donne a Torino, l’ultima tappa degli uomini a Parigi e l’ultima tappa del Tour donne a Nizza. Ero proprio in pace, pacissima. Ho rivisto le ragazze, avevo già ripreso i contatti, ma non ho avuto il minimo ripensamento.


Nel frattempo, hai ripreso a pedalare?
In bici vado tutti i giorni al lavoro. Quando sono in pausa torno verso casa, vado a mangiare, per cui faccio quattro volte avanti e indietro e alla sera fanno 50 chilometri al giorno. Il lavoro a BCS Ospedaletti mi piace, a me piace stare a contatto con le persone e quando si parla di ciclismo, posso dire che qualcosa ne so.
Di cosa ti occupi?
Io sono soprattutto alla vendita, però quando ci sono tempi morti, sto un po’ di là con i meccanici, perché comunque mi piace mettere mano sulle bici, imparare qualcosa che mi interessa. Sennò sto in negozio, parlo e devo dire che parlare e spiegare le biciclette a chi vuole comprarle mi viene anche bene.
Hai trovato il modo di convivere con quello che è successo a Samuele?
L’altra sera, settimana scorsa, siamo andati con quelli della Ciclistica Bordighera a mangiare sopra Ospedaletti. Ci raduniamo ogni anno, tutti quelli che hanno cominciato da ragazzini e ora fanno l’Università, lavorano e qualcuno è persino diventato dottore. Vi ricordate di Emilio Vichi? Lui adesso è medico. Quindi ci siamo radunati e c’erano anche la mamma e il papà di Samu.






Come è stato averli lì?
E’ stato strano, perché qualche mese fa è mancato anche il nostro allenatore, Guerino Lanzo, quindi non c’era lui, non c’era Samu, diciamo che è stato particolare. Sai quei gruppi che non si romperanno mai? Ci troviamo ogni anno da trent’anni…
Non fare la vecchia, ne hai solo 32…
Ma io sono vecchia, mi sento vecchia. Però devo dire che mi sto mantenendo ancora abbastanza!
Allora facciamo che la prima volta che si passa da quelle parti, veniamo a trovarti?
Volentieri, vi aspetto. Un abbraccione.
Una risata, Yaya Sanguineti è tornata. Dell’atleta restano dodici stagioni ad alto livello e i ricordi di risate, trasferte e volate. Il resto è tutto da scrivere. In un modo o nell’altro, Samuele Privitera è riuscito a farla ridere di nuovo, come sempre quando erano insieme. Facendo di lei forse la più grande custode del suo sorriso e della sua eredità di amore per il ciclismo e per la vita.