Al via del cinquantesimo Giro della Lunigiana mancano meno di dieci giorni, una delle gare a tappe più importanti per la categoria juniores inizierà mercoledì 9 settembre e terminerà sabato 12. In mezzo ai quattro giorni di corsa si svolgeranno cinque tappe (di cui due semi tappe). L’appuntamento è da mezzo secolo lo stesso, i migliori atleti al mondo della categoria juniores che si sfidano sulle strade tra Toscana e Liguria. Vincere il Giro della Lunigiana vuol dire attirare lo sguardo di curiosi, tifosi e appassionati. Gli addetti ai lavori, invece, sanno già chi hanno davanti, perché ormai la corsa al futuro talento inizia ben prima (in apertura foto Giro della Lunigiana).
Si può ridurre il tutto all’evoluzione e al progresso, le corse internazionali aumentano e di conseguenza si ha modo di scoprire prima gli atleti. Questo dettaglio apre un dibattito ben più profondo però, al quale si lega il ruolo dello scout e dei devo team. Abbiamo deciso di affrontare questo discorso con Giovanni Visconti, che da corridore ha corso il Giro della Lunigiana nel 2002 e ora si trova a ricoprire il ruolo di talent scout.
Giovanni Visconti ha ricoperto questa carica per un paio di stagioni lavorando per il team Jayco-AlUla, mentre dal prossimo anno cambierà squadra, rimanendo sempre nel WorldTour.
«Sarà un ruolo simile – ci racconta Visconti – ma più completo visto che sarò anche diesse. Quindi oltre a cercare corridori avrò modo di seguirli nell’Academy. Lo scouting avrà sempre una grande importanza ma sarà bello anche tornare alle corse e viverle dall’ammiraglia».


Iniziamo dai ricordi del Giro della Lunigiana vissuto da corridore?
Era il 2001 ed ero al secondo anno nella categoria juniores e corsi indossando la maglia della rappresentativa della Lunigiana. Me la ricordo ancora, era rosa (un colore che nella carriera di Visconti tornò in momenti decisamente più importanti, ndr). Correvo in una squadra affiliata in Toscana, da ormai due anni mi ero trasferito lì a vivere.
Che corsa era?
Ricordo che non era facile essere selezionati per correre, io sarei dovuto andare con la Rappresentativa Toscana, ero anche campione regionale juniores. Invece vennero fatte altre scelte e corsi con la formazione di casa. All’epoca per un ragazzo di 17 o 18 anni era come andare al Giro d’Italia.


Com’era correre sulle strade che vedevi tutti i giorni?
La cronoscalata del primo giorno si svolse a Vinci, a due passi da dove abitavo. Il livello dell’organizzazione era davvero alto, come ora, ma per le squadre era tutto diverso. Sicuramente non si avevano i mezzi e gli strumenti che si hanno ora. Ricordo si davamo le divise da lavare alla madre di un compagno di squadra che abitava vicino. Si provava l’arte dell’arrangiarsi. Adesso i ragazzi arrivano e pensano solamente a pedalare.
Si sapeva a cosa si sarebbe andati incontro?
No, tutto era un’incognita. Si trattava del primo confronto con ragazzi che arrivavano dall’estero. Ricordo che io arrivavo in corsa sempre silenzioso, concentrato. Avevi modo di capire il tuo vero livello solamente in gara, adesso i ragazzi conoscono bene gli avversari e sanno cosa aspettarsi.


Guardandolo ora quali differenze noti?
Sono evidenti quelle tattiche, noi non conoscendo il livello generale non avevamo tattiche prestabilite. La corsa era parecchio caotica e tutto si mischiava continuamente. Adesso le squadre sanno chi può vincere, hanno dati e informazioni su chiunque. Quindi si arriva con il capitano designato.
Per voi ragazzi che esperienza era?
In corsa imparavi a conoscerti, gestirti e soprattutto capire le situazioni e interpretarle. Era un modo per vivere e superare le proprie paure e i dubbi. Si capiva quale corridore avesse l’occhio giusto e l’intelligenza tattica di capire e gestire le situazioni. Adesso i ragazzi conoscono già i loro cammini e il ruolo che avranno in corsa.
Si correva con quale obiettivo?
Principalmente di conoscersi e imparare senza nessuna pressione. Non si correva per cercare spazio tra gli under 23, come accade adesso, semplicemente perché c’era spazio per tutti. Io stesso andai a parlare con Marcello Massini in un benzinaio non lontano da lì per entrare nella sua squadra. Adesso è sicuramente diverso.




In che modo?
I ragazzi arrivano consapevoli di chi sarà lì per vincere e chi per aiutare. Si corre con un’organizzazione simile a quella dei professionisti. Da un lato è limitante, perché c’è chi ha già un contratto con squadre di sviluppo o nel WorldTour che corre sereno. Gli altri invece devono rassegnarsi ad avere spazi ridotti.
Cosa guarda un talent scout?
L’occhio deve essere tecnico, perché a settembre i corridori sono praticamente tutti sistemati. Chi cerca una squadra invece si trova nella situazione di voler dimostrare ma di non avere grandi chance. Si deve usare l’inventiva o sfruttare l’occasione.


Ad esempio negli ultimi anni Remelli e Mottes sono stati protagonisti di due azioni degne di nota…
Lo spazio c’è, ma sicuramente è minore. Come talent scout guardo molto all’atteggiamento, al lavoro che si fa e a come si comporta il corridore in gara. Non esiste solo il risultato, per questo le squadre si affidano anche a chi le gare le vede. Chiaramente si tratta di un lavoro difficile.
Quali sono vantaggi e svantaggi di questo sistema?
Chi è tranquillo si preoccupa solamente di pedalare, anzi approccia la categoria con un’ottica simile a quella dei professionisti. Ci sono junior che corrono già per obiettivi e quindi programmano la stagione, per me ai tempi era impensabile. Mi piaceva correre e non vedevo l’ora di farlo, sempre. Lo svantaggio evidente è legato a chi matura più tardi, mi viene in mente l’esempio di Dati. Perché poi non tutti hanno la forza o la possibilità di aspettare.