Su una cosa si può essere d’accordo con Bruno Reverberi: è assurdo che la promozione e la retrocessione delle squadre avvenga senza che queste partecipino allo stesso calendario e allo stesso numero di corse. Ma siccome il meccanismo è noto da un pezzo, si potrebbe obiettare che anche il suo modo degli anni scorsi di trarre vantaggio della squadra under 23 costituisse a sua volta un’eccezione rispetto a tante altre professional.
Con gli stessi punti fatti lo scorso anno dai corridori U23, la Bardiani sarebbe stata nuovamente e stabilmente fra quelle invitabili al Giro d’Italia. Nel momento in cui l’UCI ha vietato la partecipazione dei professionisti al calendario under 23, non sarebbe stato il caso di attrezzarsi diversamente e avere un altro approccio con le corse?


Il ritorno di Pozzovivo
Nella stessa posizione si è trovata la MBH Bank-CSB che si era strutturata proprio per seguire il doppio calendario. Tuttavia, saputo all’ultimo che i suoi giovani non avrebbero avuto un calendario loro dedicato, ha cambiato strategia e ha preso quello che le è servito per chiudere il 2026 al 29° posto.
Si può non essere d’accordo, ma per correre nella stessa categoria della Unibet, della TotalEnergies o anche della Tudor, della Cofidis e della Pinarello, della Burgos e della Caja Rural, del Team Polti, della Solution Tech e della Kern Pharma come pure dell’Euskaltel occorre investire, ma soprattutto andar forte. Sono squadre della stessa categoria che perseguono l’identico obiettivo di rientrare fra la prime 30 e sono state in grado di trovarsi in casa o ingaggiare qualche corridore di sostanza – pensiamo al singolare caso di Pozzovivo – capace di portare i punti che servivano. Non crediamo insomma che sia solo un fatto di soldi e che la Solution Tech-Fantini, ad esempio, nel 2026 abbia avuto un budget superiore a quello della Bardiani-CSF.


Categorie confuse
Tour of Guangxi, Japan Cup, Eneco Tour, Chrono des Nations, Tour de Serbie e qui da noi la Veneto Classic hanno chiuso il calendario 2026 con vittorie niente affatto banali. Widar in Cina, Simmons in Giappone, Campenaerts in Belgio, Evenepoel in Francia, Zoccarato in Serbia e McNulty a Bassano del Grappa (in apertura il podio con Charmig e Sivakov) sono stati la chiara dimostrazione di quanto il calendario si sia allungato, portando anche i corridori di vertice a lottare sino in fondo per il ranking delle loro squadre. E questo apre un altro fronte da aggiungere all’intervista che Reverberi ha rilasciato pochi giorni fa a Radio Corsa (a partire dal minuto 52).
Non c’è logica infatti neppure nel fatto che le squadre WorldTour corrano nelle gare di categoria inferiore, così come suona strano che siano i corridori WorldTour ad aver dominato la classifica della Coppa Italia delle Regioni. Se la Japan Cup, l’Eneco Tour, la Chrono des Nations e la Veneto Classic non sono corse del calendario WorldTour, perché hanno avuto vincitori della massima serie, quando potrebbero/dovrebbero essere riservate alle squadre professional, dandogli così l’occasione per ottenere i punti necessari, senza dover andare a correre in Asia, a Panama (con vari espedienti) o in Algeria?
La risposta è semplice, la soluzione complessa. Se il WorldTour deve diventare un circo parallelo a quello della Formula Uno, come par di capire dalla volontà di portarlo in Asia, in Africa e in Sudamerica, è giusto che abbia numeri diversi e un calendario esclusivo al di fuori del quale i suoi corridori non possano andare. Le professional dovrebbero stare alla larga dalle gare 1.2-2.2, le WorldTour alla larga dalle 1.1-2.1 e cimentarsi semmai nelle 1.Pro-2.Pro.
Chiaramente però gli organizzatori spingono per avere al via i grandi nomi. Ma soprattutto, con questo assurdo assillo di rendere il ciclismo internazionale, l’UCI ha cosparso il mondo di corse e quale miglior modo per renderle attrattive del farne teatro di guerra per squadre assatanate di punti che girano il mondo a spese proprie o degli stessi organizzatori?


Non di solo budget
Loro abboccano, non possono fare altro, mandano la richiesta, spesso vengono invitate e la giostra continua a girare. E’ stata efficace in questo senso la gestione del Team Polti-VisitMalta che, ad eccezione di tre corse in Oriente, si è giocato il ranking in Europa, vincendo, piazzandosi parecchio e mostrando l’alto livello di alcuni elementi al Giro d’Italia e in altre grandi corse, tanto che alla fine Lonardi e Crescioli hanno preso la via del WorldTour, come Piganzoli e Albanese prima di loro. Forse neppure il team di Basso e Contador aveva un budget superiore a quello della Bardiani.
La squadra di Reverberi, che negli ultimi tre anni ha portato nella massima serie alcuni elementi di spicco come Pellizzari, Pinarello, Fiorelli e Scalco, ha scoperto – al netto di alcuni problemi fisici – di non avere in casa abbastanza per reggere il colpo. Al di là delle trasferte mancate o troppo onerose, è stato il rendimento sportivo a non essere adeguato.
Mentre ieri al Tour of Serbie (gara 2.2) Magli vinceva l’ultima tappa, il primo della squadra reggiana alla Veneto Classic è stato l’ottimo Turconi, che ha chiuso in quindicesima posizione alle spalle degli uomini degli squadroni. Poi Tolio, parecchio più indietro, mentre gli altri quattro si sono ritirati, probabilmente fiaccati da una stagione lunghissima e dalle voci che circolano sulla poca voglia di Reverberi di andare avanti e sull’imminente scadenza delle sponsorizzazioni principali, anche se in alcune note del team si era letto – e noi speriamo che sia così, perché il ciclismo italiano ha bisogno di team italiani – di un impegno che potenzialmente potrebbe arrivare sino al 2029.


Orizzonte da capire
Che stagione e che calendario li attenderebbe se fosse davvero questo l’orizzonte: fuori dalle trenta e quindi dal Giro e con un tempo limitato? La Bardiani fu esclusa dal Giro già nel 2009 quando si chiamava CSF Group-Navigare, ma si rimboccò le maniche, divenne Team Colnago-CSF e l’anno dopo tornò in gara, vincendo proprio al Giro l’indimenticabile tappa di Cesenatico con Belletti.
Sarebbe bello vedere una simile reazione d’orgoglio anche nel 2027, affinché qualcuno possa interloquire con gli stessi sponsor e spiegargli l’opportunità di andare avanti con il gruppo che Bruno Reverberi ha creato e reso grande e che potrebbe passare in altre mani, se davvero nel frattempo il suo fondatore si fosse scoperto stanco dell’andazzo di questo mondo. Perché è certo che, in questo ciclismo alla perenne ricerca di risorse, fuori dalla loro porta la coda potrebbe essere già lunga.