MONTREAL (Canada) – Il presidente dell’UCI ha un’idea ben precisa e la persegue con determinazione. Il suo scopo è quello di portare il ciclismo dove ci sono pubblico e sponsor, meglio ancora se verso Paesi in via di sviluppo che per avere un po’ di attenzione sono disposti a sborsare tutti i soldi richiesti. Il caso più eclatante è ovviamente il mondiale dello scorso anno in Rwanda, che nel 2032 sarà però affiancato dall’edizione assegnata a Pune, in India.
Nulla contro queste destinazioni, a patto che non vengano a raccontarci che si fa per promuovere il ciclismo. Il mondiale arriva, allestisce il suo show e dopo dieci giorni porta via tutto. In che modo la settimana di Kigali è stata utile per dare impulso al ciclismo africano? Allo stesso modo, l’India è ben più grande di Pune, città con 6 milioni di abitanti, e le considerazioni successive sono le stesse che valgono per l’Africa.


Il nuovo WorldTour
Ma Lappartient è andato oltre. «L’UCI – ha detto – prevede di espandersi oltre i Paesi leader come Italia, Francia, Belgio o Spagna, dove siamo molto forti. Dobbiamo riconoscere che la popolazione mondiale in questi Paesi rappresenta forse il 3-3,5 per cento della popolazione mondiale, per cui ospitare i Campionati del mondo in India, con 1,4 miliardi di abitanti, rappresenta un’enorme opportunità.
«Oggi non siamo presenti in Africa, in Sud America, in India e in altri Paesi asiatici. Quindi, probabilmente, è lì che dovremo potenzialmente ampliare il WorldTour. Dovremo forse creare un ciclismo a due livelli, con le Classiche Monumento, i Grandi Giri e alcune gare chiave in tutto il mondo? Questo sarà un argomento di discussione con il gruppo di lavoro creato all’interno del Direttivo dell’UCI.
«Vediamo un potenziale enorme. Il Pune Grand Tour, che si è corso a gennaio, è una gara di livello 2.2, eppure l’ultima tappa ha registrato 1,5 milioni di presenze sul percorso. Ho ricevuto un messaggio da uno sponsor, di cui non faccio il nome. Mi ha detto: “Guarda, è molto interessante perché in India abbiamo metà dei nostri dipendenti in tutto il mondo”. Quindi per noi è interessante approfondire la questione, perché stiamo parlando di ricavi per le squadre. Se non riusciamo a trovare sponsor nei Paesi con un’economia forte, forse essere presenti anche in altri mondi potrebbe essere un vantaggio per tutti».


I ciclisti di Montreal
Da italiani assistiamo e scuotiamo il capo. Abbiamo le nostre gare WorldTour e le difenderemo da nuovi inserimenti. Non abbiamo squadre WorldTour e nemmeno la prospettiva che nascano (la più simile è la nazionale, che però corre solo due volte all’anno), quindi l’idea di andare a caccia di sponsor in India sembra suggestiva, ma remota. Al contrario, la sfida in cui dovremmo impegnarci riguarda la sopravvivenza del ciclismo e dei ciclisti.
In Italia, come nei Paesi in guerra, la strage è quotidiana e correre il mondiale con il lutto al braccio per il piccolo Nicolò morto a Torino è servito al massimo perché se ne parlasse mezza giornata (in apertura la biciclettina bianca posta nel luogo dell’incidente, foto Torino Today). In questi giorni canadesi, nonostante l’incidente del belga Van Kerckhove, abbiamo avuto un assaggio di civiltà stradale.
Montreal ha due milioni di abitanti ed è piena di bici e corsie ciclabili, con o senza protezioni: tutto il centro ha il limite di 30 all’ora e subito fuori si sale a 40. Limite che viene rispettato. Si parcheggia dove si può e non dove si vuole e i carri attrezzi sono molto solerti nel portare via chi ha parcheggiato senza essere autorizzato.
Ma se c’è un particolare che ogni volta ci ha dato i brividi è stato vedere con quanta disinvoltura i ciclisti impegnino gli incroci, evidentemente sicuri che le auto al semaforo o allo stop siano effettivamente ferme e non mettano fuori il muso per scattare col verde. Superficialmente si finisce col parlare di diversa cultura, ma la cultura va insegnata e alla base dell’osservanza delle regole, accanto al senso civico, c’è la consapevolezza che l’infrazione comporta una sanzione.


Le leggi ci sono
Non serve fare nuove leggi: quello è il modo per farsi intrappolare nella palude normativa. Quando nei giorni scorsi Roberto Pella, commissariato dal ciclismo ma non dal Parlamento, ha reiterato l’appello perché vengano prese in considerazione le morti di ciclisti sulle strade e si approvi la sua legge, ha avuto in risposta solo un silenzio imbarazzante. Perché intanto non si fanno rispettare quelle che già ci sono? Serve polizia sulle strade. Servono telecamere. Serve la consapevolezza che i cittadini non possono fare quello che vogliono, ma vanno educati e semmai piegati al rispetto della legge.
Negli stessi giorni del mondiale, i dati sull’evasione fiscale hanno evidenziato un ammanco annuo superiore ai 100 miliardi di euro che fanno del nostro Paese il fanalino di coda in Europa. Avete idea di quanti poliziotti in più e quanti servizi si potrebbero garantire ai cittadini con tutti quei soldi?
Lamentarsi che niente funziona è come prendere a calci l’auto ferma perché non ci abbiamo messo la benzina. Eppure si continua con questo andazzo. Si superano i limiti di velocità. Si passa col rosso. Si parcheggia dove capita. Si guida ubriachi. Si corre come pazzi con le moto. Si guida mandando messaggi. Si superano i ciclisti con pochi centimetri di margine e nel caso si buttano giù. Non si pagano le tasse. Non si paga il biglietto sui mezzi pubblici. Si buttano i rifiuti per terra. E alla fine di tutto questo, raramente se ne pagano le spese.


Nuovi ciclodromi
Finché l’andazzo sarà questo e i ministri continueranno a dire che le zone 30 non servono a niente e le corsie ciclabili ancor meno, i ciclisti sono condannati a lottare per la loro sopravvivenza senza aspettarsi favori da nessuno. Allora noi lanciamo un invito che poi è anche una provocazione al presidente della Federciclismo Dagnoni. Se è vero che le medaglie non contano più come un tempo per avere i fondi da Sport e Salute e che tra i fattori c’è anche la presenza sul territorio, si faccia qualcosa in controtendenza.
Una volta messe in sicurezza le corse (l’auto ferma giusto ieri sul rettilineo di arrivo della Cesano-Ghisallo per esordienti e allieve merita una denuncia più che una riflessione), metta una bella fetta di soldi federali nel ripristino e nella costruzione di nuovi ciclodromi in cui i bambini possano fare attività lontani dagli automobilisti selvaggi. Pensiamo ai bambini, pensiamo al futuro del ciclismo e della società e diamo un messaggio di civiltà.
Il velodromo di Spresiano va bene, ma non è di interesse primario. L’andazzo attuale non porta a nulla, piangere ai funerali non risolve le cose. E’ solo il modo più triste per non combattere e aspettare il morto successivo. Nel frattempo Lappartient pensi pure a espandersi in India o dove vuole lui, da queste parti le urgenze purtroppo sono altre.