BOUCHERVILLE (Canada) – Confessiamo la Longo, che domani correrà nella prova su strada. Partenza alle 9, poi 180,4 chilometri con 8 giri del circuito. Il pomeriggio è caldo, fuori il vento ricorda che siamo in Canada e suggerisce di tirare su la lampo della tuta. L’escursione termica è notevole, la mattina ci sono 10 gradi. Per questo, quando martedì mattina ha iniziato il riscaldamento del team relay e le abbiamo fatto notare che sembrava di essere a Ornavasso, Elisa ha detto che lei con quel freddo stava benissimo.
Lo ha fatto così bene da aver avuto la sua grande parte nell’oro della cronometro a squadre, raccogliendo con forza e orgoglio il testimone da Ganna e Sobrero, passati per primi alla fine della frazione degli uomini. Sul palco, mentre indossava la prima maglia iridata della carriera, Elisa aveva un sorriso visto raramente in precedenza. Dio solo sa quante volte aveva immaginato di indossare quella maglia…
«Mi sono commossa, mi sono emozionata, ero estremamente felice – racconta – in generale sono in un momento in cui sono molto felice e riesco a esprimermi bene in bicicletta. Quella vittoria è stata il coronamento di un sogno, vi posso assicurare che una maglia iridata è tanta roba. E’ una cosa speciale, non capita tutti i giorni. Magari c’è chi ne vince dieci e c’è chi invece in una carriera non riesce a vincerne neanche una. Io ho avuto la fortuna di poterne vincere una con la squadra».


Che cosa ricordi del momento in cui te l’hanno data?
L’ho presa e ho pensato: «Ok, adesso a questa maglia devo portare rispetto e devo onorarla». Per questo motivo mi piacerebbe tantissimo indossarla al team relay degli europei, perché sarebbe un modo per darle risalto, per darle onore.
Commentando la crono individuale, hai parlato di leggerezza: perché tornavi a farne una dopo sette anni o perché hai capito che la tensione è meglio tenerla lontano?
Entrambe le cose. Innanzitutto l’anno scorso prima del mondiale mi ero autocaricata di responsabilità e di aspettative. Quest’anno, sin dall’inizio, anche parlando con Jacopo a casa, ho deciso che avrei corso il Tour e poi sarei rimasta a casa. Nessuna altura, nessun ritiro. Mi sono detta: «Voglio andare al mondiale e voglio divertirmi. Preparo la crono coi miei ritmi e quello che viene, viene. Alla peggio sarà un’apertura di motore. Cerchiamo di fare il meglio possibile nel team relay e poi andiamo su strada. Se ho voglia di partire al terzo giro, parto al terzo giro, se ho voglia di partire all’ultimo giro, parto all’ultimo giro, ma senza stress».
La leggerezza sopra tutto, insomma: fa tutto parte della nuova Longo…
Ovvio che ogni mondiale un po’ di stress lo porta, però veramente non ho niente da perdere. E soprattutto ho realizzato che caricarsi di aspettative non serve, quindi vado e faccio il mio 100 per cento. Vado a blocco sulla bicicletta e poi alla fine, che tagli il traguardo per primo o per ultimo, il giorno dopo alle 9 ti spediscono ugualmente a casa.


Torniamo al team relay: quante volte ti sei girata per paura che Trinca Colonel non fosse più dietro di te?
Tante, perché devo dire la verità: dietro alla ruota di Vittoria (Guazzini, ndr), che ha fatto una tirata pazzesca, io ero comoda, proprio in poltrona ed ero carica a pallettoni. Quando sono uscita dalla curva, mi sono accorta di aver aperto un po’ troppo, perché ero entusiasta. E ho pensato: «No, aspetta Longo, è una prova di squadra, dobbiamo arrivare in due, dobbiamo arrivare insieme».
E così è stato, ma Monica ha davvero dato l’anima…
Per me lei è stata bravissima, perché l’ho proprio vista in grande difficoltà. Era qualche chilometro che faceva fatica, ma ha dimostrato un attaccamento non da poco alla maglia azzurra. Ha veramente lasciato lì la vita, però ne è valsa la pena.
Perché è bello vincere con cinque compagni anziché da soli?
Perché è una gioia condivisa. Sai che lo hai fatto insieme, lo hai costruito insieme e non solo quel determinato giorno. La sera prima eravamo lì che guardavamo il percorso, che parlavamo con Pippo (Ganna, ndr) su come fosse meglio tirare, oppure come cambiare. Il team relay è una specialità che forse viene sottovalutata, però alla fine è bello perché permette di fare squadra. E poi mi piace anche la commistione uomo-donna, perché ci unisce di più ed è una cosa a cui io tengo molto.


L’abbiamo scritto, te lo chiediamo: ti senti la stella polare della nazionale?
Non devi mettermi in difficoltà con queste domande, però sai… (Elisa arrossisce, mettersi in mostra non le appartiene, ndr).
E’ un fatto che tu sia un riferimento e forse, tra le tante vittorie della Longo, questo tipo di riconoscimento è una di quelle più belle, no?
Non lo so, sinceramente. L’altro giorno un ragazzo degli under 23 è venuto e si è presentato. Io gli ho detto: «Piacere, Elisa». E lui ha detto che non dovevo presentarmi, che sapeva chi fossi. L’ho trovato strano: sono una persona, non soltanto un nome. Però se davvero è così e mi considerano un riferimento, per me è davvero una vittoria di spessore e ne vado estremamente fiera. Certo però che stella polare (ride, ndr)…
Quando ti voltavi per cercare Trinca Colonel, a noi è venuto di pensare: che gamba fotonica…
Io sono rimasta colpita dalla cronometro individuale che ho fatto, perché non pensavo di andare così forte. Del team relay mi sono rimasti impressi quegli ultimi 500 metri, perché effettivamente sono andata molto forte. Probabilmente la tranquillità che ho avuto a casa dopo il Tour mi ha dato molto. Anche in Francia andavo forte e sarebbe stato tutto più semplice se non avessi avuto qualche intoppo. Ho una bella gamba, questo è senza dubbio una verità. Vedremo domani, ora però c’è da tenere i piedi per terra.
Quei 500 metri sono lo stesso finale della gara su strada…
E’ un arrivo che ti può trarre in inganno, in cui devi uscire all’ultimo, ma proprio all’ultimo. Perché se parti lungo, non arrivi più. E’ un minuto di sforzo e se sbagli i tempi, rimani con una gamba su e una giù.


Mercoledì avete girato sul percorso, che cosa ti è parso?
E’ bellissimo (Longo guarda fisso e sorride, ndr). C’è un punto in particolare che mi piace, però non ve lo dico. E’ un percorso in cui non bisogna correre troppo in prima linea, nel senso che si sta bene in decima, quindicesima posizione per fare le curve veloci, per entrare negli strappetti senza dover frenare troppo. Coperti si sta bene, quindi io correrei in seconda fila, per poi vedere che cosa succede durante la gara.
L’altro giorno hai chiamato Jacopo col telefono di Sobrero: perché non avevi preso il tuo?
Perché con questa scelta di volare bassi – la Longo sorride allegra – un po’ ingenuamente l’avevo lasciato sul camper. I piedi per terra sono la cosa che preferisco.