BOUCHERVILLE (Canada) – Alfredo Martini lo faceva sempre. Prima costruiva la squadra e poi convocava il giovane più promettente perché respirasse l’aria della nazionale. Ballerini dopo di lui fece lo stesso e nel 2002 convocò Pozzato, che aveva 21 anni, e nel 2006 portò Nibali, anche lui ancora ventunenne. La differenza fra loro e Lorenzo Finn sta nel fatto che Pozzato e Nibali hanno atteso la chiamata del tecnico azzurro, il ligure invece la convocazione l’ha chiesta e ottenuta. A onor del vero, va detto che nessuno fra i vari esempi precedenti aveva mai vinto in meno di due anni i mondiali juniores e under 23, più il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir nella stessa estate.
«Se non mi ricordo male – conferma Finn – la convocazione è nata da una chiamata con Marino e Roberto (Amadori e Amadio, ndr), dopo il Sibiu Tour. E’ stata una mia idea, perché il progetto originario era che facessi nuovamente il mondiale con gli under 23, poi l’europeo con i professionisti. Però la squadra spingeva perché facessi L’Emilia e la Tre Valli e così alla fine ho pensato che dopo aver vinto il mondiale under 23 l’anno scorso, avrei preferito entrare nella massima categoria».
Lo dice con semplicità e probabilmente con la stessa predisposizione avrebbe accettato il rifiuto. Non sapeva che in seno alla nazionale si stesse ragionando sul piano per portare alcuni dei giovani più forti ai mondiali del prossimo anno e alle Olimpiadi di Los Angeles, così la sua proposta ha incontrato il favore di Amadori e Amadio.


La causa scatenante della richiesta, chiamiamola così, è stata la vittoria del Sibiu Tou?
Non lo so, però di sicuro quella vittoria mi ha permesso di sbloccarmi anche tra i professionisti. Mi ha dato qualche conferma che forse mancava.
Avevi dichiarato tre obiettivi: mondiale U23, Giro Next e Tour de l’Avenir, centrandoli con una certa superiorità. E’ stato facile come si potrebbe pensare?
No, è stato di sicuro frutto di due anni di lavoro. L’anno scorso sentivo che mi mancava ancora qualcosa nelle gare a tappe, così abbiamo lavorato all’obiettivo e alla fine sono riuscito a cogliere queste vittorie. A prescindere dal risultato, sono molto soddisfatto sul piano del progresso personale. Mi sento più solido.
Vuol dire che se non avesse vinto delle corse a tappe, Finnn. sarebbe rimasto under 23 per arrivare a quel livello?
No, sarebbe comunque stato il tempo per salire nel WorldTour. Quella fra gli under 23 sarebbe stata comunque una parentesi che si chiudeva quest’anno.
Che cosa puoi fare nel tuo primo mondiale da professionista?
A livello personale, non so bene cosa aspettarmi, più che altro per il livello e la distanza. Se c’è una gara in cui dare tutto e spingersi oltre il limite, è proprio questa. Io sarei contento anche solo di giocare un ruolo nel finale, magari per favorire un compagno (Finn divide la stanza con Ciccone, ndr).


Che cosa ti tiene più in ansia: il livello o la distanza?
Credo sia un misto, perché alla fine a fare la differenza è l’unione dei 273 chilometri più il livello di questo gruppo. Se la corsa sarà fatta a tutta dall’inizio alla fine, sarà veramente dura. Però credo che a un certo punto bisogna pur incominciare, no? E quindi farlo quest’anno senza pressioni, perché credo che sarà probabilmente l’unico mondiale che farò senza pressione, sia la cosa migliore.
Hai detto la parola magica: pressioni. Sei sicuro di non averne? Qui si sente parlare quasi solo di te…
Sì, mi rendo conto che si parla di me, però io vengo senza pressione. Sono tranquillo, perché i due picchi li ho avuti per il Giro e all’Avenir, quindi diciamo – tra virgolette – che di questa stagione sono contento e soddisfatto. Questa è più un’esperienza per l’anno prossimo, per iniziare a inserirsi nel gruppo degli elite, dei ragazzi che poi probabilmente ci saranno anche all’Olimpiade. Credo che sia un passaggio importante.
Come ti sei sentito accolto nel gruppo di professionisti? In realtà lo hai già frequentato, no?
Credo bene. Fa sempre un po’ strano correre magari con Trentin oppure Cattaneo che hanno 15 anni di esperienza più di me. Di sicuro da tutti loro ho ancora tanto da imparare e loro hanno tanto da dare a me. Come muoversi in gruppo, in generale, a livello di tattiche e di esperienza. Fondamentale sono qui anche per questo, visto che loro sono al mondiale per guidare la squadra.


L’anno scorso eri più teso?
Forse l’anno scorso sentivo più pressione, perché sapevo di essere Finn: uno dei papabili vincitori, mentre adesso i nomi sono altri e io mi sento quasi un pesce fuor d’acqua, la pecora nera. Non avrò gli occhi puntati addosso e questo mi permette di essere più sereno.
Seixas parte da favorito del mondiale: come lo vivi?
Di sicuro è uno stimolo, perché abbiamo la stessa età e finché abbiamo corso insieme fra gli juniores, eravamo abbastanza simili. Magari lui era un po’ più forte in salita, però ce la giocavamo. Vedere il salto che ha fatto mi spinge a lavorare e continuare a lavorare per provare ad arrivare ai suoi livelli. Questo comunque è un assaggio di professionismo, il vero salto ci sarà l’anno prossimo. Ho fatto due stagioni piene negli under 23, ho capito il mio corpo e mi sento pronto per il professionismo sia fisicamente sia mentalmente.
Mamma e papà Finn c’erano l’anno scorso a Kigali, sono venuti anche qui?
Ci sono anche qui. Tra l’altro hanno vissuto a Montreal prima che io nascessi, questa volta hanno avuto una motivazione in più per viaggiare.