Vincere in America ha sempre un sapore particolare. Perché non è così frequente per uno sportivo italiano: chi ha qualche anno sulle spalle ricorda ancora come leggendari i successi di Nino Benvenuti su Emile Griffith nel pugilato (senza tornare all’anteguerra e a Carnera), oppure il volo di Varenne alla Breeders Crown. Poche imprese epiche a fronte di tanti tentativi falliti in tanti sport (i rigori di USA 94 nel calcio fanno ancora male a ripensarci…). Per questo quando un italiano vince in America, in qualsiasi sport avvenga, è una festa e questa festa Chiara Consonni l’ha vissuta domenica, alla Philadelphia Cycling Classic (in apertura, immagine Metro Philadelphia).


Una vittoria cher ha il sapore dell’avventura, per la velocista azzurra. Nelle sue parole Consonni non nasconde quell’aura di magia che contornava ogni cosa sin dall’uscita dall’aeroporto: «Era la mia prima volta in America e quindi è stata vissuta in maniera particolare. Ho cercato innanzitutto di godermela, ma sapevo che per la Canyon/Sram era una corsa importante, avendo tanti sponsor statunitensi e anche per quello abbiamo partecipato. Con una squadra forte, equilibrata, nella quale potevamo giocarci diverse carte».
Com’era il circuito?
Mi piaceva un sacco… Erano quattro giri con tre strappi, la salita più lunga da fare quattro volte, poi altri due giri più piccolini da fare solo due volte ma sempre con l’ultimo strappo. Abbiamo provato a fare qualcosa di diverso, all’ultimo giro sulla salita più lunga, di 600 metri ma abbastanza duri, abbiamo provato a attaccare e siamo rimaste in 5, io e una mia compagna di squadra, due della Education First e un’altra ragazza. L’obiettivo era una volata più ristretta, ma nel finale ci siamo ricompattate e alla fine siamo state anche brave come squadra a tenere la corsa chiusa, perché non tutti volevano arrivare allo sprint.


Che effetto fa pedalare in mezzo ai grattacieli?
Non è la prima volta che mi capita, ma quando lo fai in quel contesto, che vedi tante volte nei film, è bellissimo. Vivi una realtà che è al contempo simile alla nostra eppure anche tanto diversa e molto emozionante. Le corse le vivono in maniera differente rispetto a noi, sono un evento, un’occasione di promozione. Ho conosciuto anche la sindaca e tutte le persone più importanti della città e anche quello l’ha resa unica.


Si dice sempre che in America il ciclismo non è poi così seguito. E’ stato così anche lì?
No, invece devo smentirti, nel senso che noi abbiamo corso prestissimo la mattina, era una gara abbastanza corta, intorno alle 2 ore e 40 di corsa. Nel pomeriggio c’era la gara maschile e sul tracciato, specialmente sulla salita più impegnativa davano 70.000 persone. Poi ho rivisto i video ed effettivamente è stato un evento clamoroso.
Hai notato molta promozione?
Sì, ci tenevano particolarmente. Dopo 10 anni di stop è stato ripianificato questo evento e inserito nel calendario internazionale ma si vedeva che la città voleva rivivere un’altra volta una gara così così bella e penso anche così famosa per loro.


Secondo te potrebbe arrivare un domani anche a entrare nel WorldTour, diventare una classica a tutti gli effetti?
Non è facile rispondere. Come WorldTour, il centro è l’Europa anche per una questione logistica. Mi viene in mente l’esperienza del Tour di Guangxi, dove da una classica hanno cambiato e abbinato una corsa di un giorno a una corsa a tappe, per giustificare le forti spese di trasferta che un team deve sostenere. Quella di Philadelphia la vedo come una gara che può diventare molto importante, ma si è visto anche dalla startlist che i team europei che si sono sobbarcati la trasferta erano pochi. Sicuramente merita, come organizzazione e scenario.


Tu hai vinto tanto e sei stata protagonista nelle più importanti corse del calendario internazionale. Ti sei resa conto comunque che vincere negli Stati Uniti ha qualche cosa di diverso rispetto alle altre prove?
Sì, lo si vede da tante piccole cose, dettagli, le emozioni che tutte provano quasi inconsapevolmente, il senso di appartenenza che senti pensando a quanti italiani d’America c’erano. Poi per noi aveva un significato speciale perché è stata l’ultima gara di una mia compagna di squadra, Tiffany Cromwell e quindi è stato ancora più emozionante. Me la ricorderò comunque come una gara che mi è piaciuta tantissimo e che spero di rifare in futuro.
Allargando un po’ il discorso, sei soddisfatta fino adesso di come sta andando questa stagione?
Diciamo che per me ormai è quasi finita, nel senso che su strada mi manca ancora, l’ultimo blocco di gare e poi potrò concentrarmi finalmente sulla preparazione per i mondiali su pista, ai quali tengo enormemente per chiudere la stagione come si deve.