ALPE D’HUEZ (Francia) – L’impresa è fatta. Tutti l’aspettavano. In molti la volevano e Tadej Pogacar non ha mancato l’appuntamento con la storia del Tour de France. Era nell’aria. In questi giorni la battuta che circolava di più tra i bus era: «Venerdì è prenotata». Lo si diceva parlando delle possibili fughe.
Con questo successo Pogacar mette a segno la vittoria numero 26 al Tour de France e allunga su Remco Evenepoel. Adesso la Grande Boucle è saldamente nelle sue mani. Non che già non lo fosse, ma ora i sigilli sembrano davvero essersi saldati.


L’impresa del campione
Pogacar scatta quando mancano 12 chilometri all’arrivo. Voleva l’impresa sul traguardo più prestigioso. Ci tornano in mente le parole di Gianmarco Tamberi agli Europei dello scorso anno, quando a Roma, già sicuro dell’oro nel salto in alto, continuò a saltare: «Era un Europeo, non potevo vincere con una misurina, per di più davanti a questo pubblico». Roba da grandi. Roba da campioni.
Dunque non poteva essere uno scatto secco nel finale quello di Pogacar.
E non poteva esserlo semplicemente perché davanti c’erano fuggitivi di altissimo livello e con un enorme vantaggio: circa tre minuti e mezzo. Così, senza gregari, il campione del mondo decide di fare da solo.
«Oggi pensavo solo a fare una buona corsa – ha iniziato a raccontare Tadej – I ragazzi ci tenevano, la squadra ci teneva. Anche oggi sono stati eccezionali. Per noi non è stato facile, perché Brandon McNulty non c’era. Tim Wellens stava male. Così Politt e soprattutto Grosschartner sono stati eccezionali. Hanno fatto un lavoro extra che di solito fanno altri. Anche Adam Yates è stato grandissimo. Il giorno della crono è stato davvero male, ma non ha voluto mollare. Da ieri mi diceva di stare bene e oggi si è visto. Il suo aiuto in salita è stato importante soprattutto a livello mentale. Questo successo è tutto per loro».


Ma le tattiche?
Sui 21 tornanti dell’Alpe Pogacar vola. Dal prossimo anno ci sarà anche il suo nome inciso su uno di loro. Arriva stanco, alza le braccia al cielo. Eppure il brivido non è mancato. Perché Richard Carapaz, Sepp Kuss e Lenny Martinez salivano forte. E forse anche perché Pogacar inizia a essere stanco. E’ umano! Chissà che, se non si fossero scattati in faccia, non sarebbero riusciti a rientrare.
Questa parentesi tattica, tra l’altro, ne apre un’altra. Ma come hanno corso oggi le altre squadre? Lo hanno davvero portato in carrozza, come ha detto qualcuno anche in sala stampa? Oppure è stato un concatenarsi di eventi favorevoli per la UAE Emirates?
A un certo punto la fuga aveva oltre quattro minuti e mezzo di vantaggio. E in una tappa così breve non sono pochi. Chi è davanti, nel finale, cala meno. La Lidl-Trek prima ha tirato per Pedersen, mettendosi al sicuro il traguardo volante, ma al tempo stesso inguaiando Ayuso. Poi, una volta raggiunto l’obiettivo, ha fatto il contrario: ha tirato dietro per riportare sotto Ayuso.
Nel frattempo anche la Q36.5 Pro, spaventata dal vantaggio di Martinez su Pidcock, si era messa a tirare. Morale della favola: Pogacar e gli altri si sono presentati all’imbocco della salita con circa tre minuti e mezzo di ritardo. Un bel minuto rosicchiato, che col senno di poi è risultato decisivo. Pogacar ha vinto con appena 6 secondi su Martinez.
Infine, ma questa è una considerazione maliziosa: come si spiega quella trenata mostruosa di Mads Pedersen all’imbocco dell’Alpe con Juan Ayuso che, guarda caso, è stato il primo ad andare in crisi? Che tra i due non corra buon feeling? Anche questo, comunque, indirettamente ha giocato a favore di Pogacar.


Una vittoria diversa
Questa, però, è una vittoria diversa. E proprio mentre proseguono le interviste del dopo tappa inizia a capirlo, per sua stessa ammissione, lo stesso Pogacar.
«Mi hanno detto – riprende Pogacar – che Martin e Hauptman in macchina piangevano. Non capivo. Sarà che io piango così raramente. Poi tutti voi giornalisti mi avete chiesto se questa vittoria fosse diversa, che peso avesse… Alla fine deve essere così. Mi state facendo rendere conto che è più importante delle precedenti. Ripeto: io volevo fare soltanto una buona corsa, come sempre».
Questo suo non rendersi conto, questo essere, tra virgolette, distaccato, probabilmente è anche la sua forza. Non lo porta ad arrovellarsi su aspetti che, in qualche modo, sono marginali e gli fa risparmiare preziose energie nervose.
In questa impresa Pogacar batte anche Marco Pantani. Migliora il tempo del Pirata di quasi un minuto e mezzo. Il nuovo record di scalata dell’Alpe d’Huez è di 35 minuti e 27 secondi. I record sono fatti per essere battuti e, alla fine, ben venga che a scalzare un Dio del pedale, soprattutto in salita, sia stato un altro campione altrettanto formidabile.
«Sinceramente – va avanti lo sloveno – non sapevo del record di Pantani. Me lo hanno detto dopo l’arrivo e ne sono contento. Soprattutto in questa ultima settimana ho cercato di staccarmi da internet e dai dati del computerino per cui non ho mai fatto paragoni. Dopo 31 anni è anche giusto che un record cada. Pensavo solo a spingere.
«Anche perché non era chiaro se e quando li avrei ripresi. Ai cinque chilometri pensavo di prenderli prima dell’ultimo tornante. Poi nel finale. Poi ancora, quando sono arrivate le transenne e li ho visti, ho notato che si guardavano. Lì ho pensato che sì, poteva essere un vantaggio per me, ma anche che potessero avere più energie. E io non volevo arrivare allo sprint. Così ho dato tutto. Ma credo fossimo davvero tutti al limite».


Trentaquattro sorpassi
Ma la cosa più incredibile è che la storia, a volte, crea analogie incredibili. I famosi corsi e ricorsi storici. La cosa più romantica, almeno a nostro avviso e che vivemmo le imprese di Pantani con i sentimenti della piena adolescenza, non è tanto il record di Pantani. Quanto il modo di affrontare le salite. E quello che succedeva ogni volta quasi magicamente quando il Pirata attaccava.
Quando Marco stabilì la sua prima impresa sull’Alpe d’Huez, superò moltissimi corridori. In quell’occasione non vinse. Davanti, guarda caso come oggi, c’era una fuga. Ma quel giorno in quella furiosa ed entusiasmante rimonta fu celebre il gesto di Ronan Pensec, che allargò le braccia per l’incredulità nel vedere quanto il romagnolo andasse forte nel momento in cui lo sorpassò.
Ebbene, oggi Pogacar ha sorpassato 34 corridori, escludendo quelli del gruppo dal quale era partito. Una rimonta del genere entusiasma. Ed entusiasma anche la mente di chi la sta facendo. Anche se ti chiami Tadej Pogacar e sei abituato alla vittoria.
«In effetti – ha concluso Pogacar – è stato molto bello. Qualcuno mi lanciava un sorrisetto, altri provavano a tenere la ruota, qualcuno mi incitava, chi mi affiancava spalla a spalla e mi diceva qualcosa. Tejada mi ha fatto anche una battuta. Quando sorpassi qualcuno è sempre molto stimolante. Ed è stato un aiuto nella mia rincorsa.
«In qualche caso però, con tutta questa gente, non è stato facile effettuare i sorpassi e tenere tutto sotto controllo. C’era un’atmosfera incredibile. Sì, vincere qui è stata davvero una follia».