Probabilmente Davide Piganzoli lo sapeva già da qualche tempo. Ma quando è arrivata l’ufficialità della convocazione al Tour de France anche lui è esploso in una grande gioia. E, consentiteci di aggiungerlo, era più che giustificata. Non solo sarà al via della Grande Boucle, ma lo farà con la Visma-Lease a Bike, una delle squadre che punta con decisione alla vittoria finale insieme a Jonas Vingegaard.
La presenza del giovane valtellinese apre anche un interessante dibattito e porta inevitabilmente a ripensare al recente passato di Piganzoli, agli anni trascorsi con la Polti-VisitMalta. Quell’anno in più nella squadra di Ivan Basso e Alberto Contador ha inciso parecchio sulla sua crescita e Giovanni Ellena, che lo ha seguito spesso dall’ammiraglia, lo sa bene. E’ proprio con lui che abbiamo parlato del debutto di Piganzoli al Tour.


Dal Giro al Tour
Prima, però, è opportuno fare il punto della situazione. Piganzoli arriva al Tour de France dopo aver disputato il Giro d’Italia. Lo ha affrontato soprattutto nel ruolo di uomo di fiducia di Vingegaard, pur con qualche spazio personale quando le circostanze lo consentivano. Una strategia che lo stesso corridore lombardo ci aveva anticipato durante l’inverno. Probabilmente in casa Visma sapevano che Vingegaard avrebbe potuto controllare la corsa e che, di conseguenza, ci sarebbe stato margine anche per concedere qualcosa al giovane italiano.
Terminato il Giro, Piganzoli non si è fermato. Anzi. Uscito in ottime condizioni dalla corsa rosa, ha dominato il Tour de l’Occitanie, conquistando una tappa e la classifica generale (nella foto di apertura). Adesso arriva il Tour de France.
In molti hanno subito osservato: «Così è troppo, rischiano di bruciarlo». In realtà bisogna considerare anche altri aspetti. Piganzoli ha iniziato la stagione piuttosto tardi e l’assenza di Wout Van Aert gli ha aperto un’opportunità importante, forse inattesa, ma certamente stimolante. E poi non siamo sempre noi, in Italia, a sostenere che i giovani vadano messi alla prova? Se lo fanno gli altri va bene, mentre se lo facciamo noi (passateci il noi majestatis) improvvisamente non va più bene?
Alla fine Piganzoli si presenterà al via di Barcellona con appena un giorno di gara in più rispetto al suo capitano Vingegaard.
«I tempi – dice Ellena – sono completamente cambiati rispetto anche solo a cinque o sei anni fa. La gestione oggi è totalmente diversa. Basta andare a vedere chi disputava il Tour of the Alps prima di vincere il Giro dieci anni fa e confrontarlo con il percorso fatto quest’anno dal vincitore della corsa rosa. E’ tutto diverso. Ne abbiamo parlato anche con Ivan Basso. E’ vero che questo è un doppio impegno, ma Ivan affrontava entrambe le corse con ambizioni di classifica. Davide, invece, andrà al Tour soprattutto per lavorare».


La sicurezza della Visma
Giovanni Ellena conosce molto bene il ragazzo. Sa che si farà trovare pronto. Tuttavia anche lui è rimasto in parte sorpreso dalla convocazione per la Grande Boucle.
«Sinceramente – ci racconta Ellena – non mi aspettavo che andasse al Tour. Però, se lo portano, significa che hanno ottime ragioni. Parliamo della Visma, non di una squadra qualunque, e fino a oggi lo hanno gestito molto bene.
«Per me è pronto per affrontare questo doppio impegno, anche perché in Francia sarà utilizzato in maniera diversa rispetto al Giro. Immagino che sarà prezioso soprattutto nelle tappe di montagna, quando il suo capitano avrà bisogno del suo aiuto. Questo significa che potrà correre, non dico con maggiore libertà, ma sicuramente con meno pressione in alcune giornate. Potrà staccarsi quando servirà, uscire dalle situazioni più caotiche e questo farà una grande differenza.
«Poi, lo ripeto, è alla Visma. Se hanno deciso di portarlo significa che sanno perfettamente quello che stanno facendo. E immagino anche che, dopo il Tour, gli faranno scaricare buona parte del resto della stagione. Ma anche quella sarà una scelta ben ponderata».
Un altro aspetto sul quale insiste Ellena riguarda il rapporto costruito con Vingegaard. I due hanno condiviso il ritiro in altura prima del Giro e poi tre settimane di corsa insieme. In questo periodo il feeling è inevitabilmente cresciuto e il danese deve aver apprezzato molto il lavoro del giovane italiano. Senza Van Aert, perché rinunciare a un corridore che ha già dimostrato affidabilità e pieno spirito di squadra?
«Il rapporto con Vingegaard – prosegue Ellena – è molto importante. Jonas è una persona eccezionale sotto questo aspetto. Sicuramente si è creata una fiducia reciproca e spesso è proprio questa a fare la differenza. A volte basta uno sguardo per capirsi, sapere come muoversi e quando farlo. Insomma, credo che anche il parere di Vingegaard abbia avuto un peso nella scelta di portare Piganzoli al Tour. Anche se, per Davide, sarà comunque un impegno enorme».


Crescita graduale, crescita solida
Rispetto ad altri coetanei, Piganzoli, anche su consiglio di Ivan Basso, Giovanni Ellena e Stefano Zanatta, è rimasto un anno in più nella squadra che lo aveva lanciato prima di compiere il grande salto nel WorldTour. Un anno in più che oggi si sta rivelando fondamentale.
«Quanto crescerà Piganzoli dopo questa stagione? Tantissimo – dice ancora Ellena – è arrivato esattamente dove meritava di essere, perché il suo valore è quello che sta dimostrando. Due anni fa, proprio in un’intervista con voi, avevo detto che poteva diventare il futuro vincitore italiano del Giro d’Italia. E continuo a pensarlo.
«Davide era già maturo lo scorso anno. E’ un ragazzo molto tranquillo, molto sereno. A volte pensavo addirittura che nascondesse le proprie emozioni. Invece no, è semplicemente uno che riesce a gestirsi molto bene».
Anche noi, durante il Giro, avevamo notato una sicurezza particolare nel modo di parlare. Testa alta, spalle larghe e dichiarazioni mai banali o di circostanza. Una maturità evidente, esplosa definitivamente negli ultimi mesi.
«Chiaro – conclude Ellena – entrare in un team come la Visma ti dà inevitabilmente maggiore sicurezza e serenità. Ma l’anno in più trascorso con noi gli ha permesso di arrivare consapevole di poter affrontare un Giro d’Italia e competere a certi livelli. Quando poi approdi in una squadra di quel calibro, quella consapevolezza ti permette di lavorare nel modo giusto e di rispettare i compiti che ti vengono affidati.
«Naturalmente a tutto questo si aggiunge anche la crescita fisica, perché impari a conoscerti sempre meglio. Tutti hanno un preparatore, un medico, un nutrizionista e un meccanico. Ma poi sei tu che pedali e sei tu che impari a conoscere il tuo corpo. In un Giro d’Italia le sensazioni sono soltanto tue. C’è chi nel giorno di riposo non sale in bici e chi invece deve fare tre ore di allenamento. Scegliere una soluzione o l’altra non è una scienza esatta».