Ci sono corridori che pur essendo stranieri hanno sempre un legame a doppio filo con il nostro Paese. Uno di questi è Anders Foldager, danese della Jayco AlUla che ha vissuto in Italia per due anni, alla Biesse Carrera e che ha sempre mantenuto ottimi ricordi della sua esperienza italiana. Foldager, professionista da tre anni, è risultato vincitore un po’ a sorpresa della Freccia del Brabante. Certo, non parliamo di una Monumento, ma quelle sono quasi di proprietà assoluta di un solo corridore e poi parliamo pur sempre di una corsa del WorldTour.
Per Foldager è sicuramente la perla di una carriera professionistica ancora breve ma nella quale comunque ha già avuto modo di mettersi in luce. Una vittoria di tappa al Giro di Slovacchia nel 2024, il podio nella classifica del Giro di Danimarca lo scorso anno e un altro podio, solo sfiorato, in una tappa della Vuelta, per questo il successo belga ha il sapore del salto di qualità.


«E’ stato fondamentale. Ho capito subito che quella non era una vittoria come tutte le altre, perché ottenuta all’università del ciclismo. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è che dimostra che tutto il lavoro fatto dalla squadra è stato ripagato».
Vincere una classica belga è un’impresa difficile, per tanti resta un sogno. Ti sei reso conto del valore diverso rispetto alle altre tue vittorie?
Certamente. E’ chiaro che non parliamo di una classica che da sola vale una carriera, ma una semiclassica come la De Brabantse Pjil è sempre un grande risultato soprattutto per il contesto nel quale si disputa e anche per la partecipazione che aveva, mancavano solo i fenomeni assoluti. Quindi sono felicissimo.


Sei al terzo anno alla Jayco. La squadra australiana è stata la scelta giusta per te?
Sì, credo che ora si veda che sto iniziando a beneficiare di tutto il lavoro che ho fatto in questi ultimi due anni e loro mi danno molte opportunità. Lo si è visto proprio a Overijse, dove in una corsa dove avevamo una grande stella come Mauro Schmid, ho comunque avuto la possibilità di fare lo sprint e con il miglior risultato possibile. Sfruttando al meglio la condizione che sto acquisendo, si era visto anche qualche giorno prima alla NXT Classic finendo quarto.
Hai trascorso due anni in Italia: quello che hai imparato qui fa ancora parte di te?
Sicuramente. Trasferirmi in Italia, allontanarmi dal mio Paese d’origine, immergermi in una nuova cultura, una nuova lingua e una nuova scuola di ciclismo mi ha insegnato molto su come comportarmi in squadra e su come crescere come persona lontano dal mio ambiente familiare. Porto sempre con me tutto questo e tutte le cose che le persone intorno a me alla Biesse mi hanno insegnato. E’ un bagaglio che mi accompagna sempre e che fa di me il professionista che sono, posso dire oggi che è stata la scelta giusta.


Sei rimasto in contatto con le persone con cui hai condiviso quei due anni in Italia?
Sì, parlo ancora spesso sia con alcuni compagni di squadra, sia con i miei direttori sportivi, Nicoletti e Milesi, anzi è un piacere parlare con loro alle gare quando sono presenti.
Con chi hai legato di più nel team?
E’ difficile dirlo. Per la semplice ragione che è tutto un gruppo di amici, di persone molto legate anche al di fuori delle gare e questo, quando poi siamo impegnati, si vede. Un posto speciale ce l’ha comunque Asbjorn Hellemose, non solo perché è mio connazionale. Vivo molto vicino a lui, ci alleniamo insieme, ma soprattutto ci conosciamo fin da quando eravamo bambini e abbiamo seguito strade parallele, anche lui ha passato del tempo in Italia. Ci uniscono molte esperienze.


Che ruolo hai nella squadra?
Non c’è un ruolo definito me questo è il bello della nostra squadra. Certo, spesso devo aiutare gli altri, ma poi, quando si presenta l’occasione mi danno la possibilità di giocarmi le mie carte e gli altri si mettono a mia disposizione. Questo è uno stimolo, perché significa che ogni corsa è buona per me come per i compagni di squadra, non puoi sapere prima per certo a chi toccherà finalizzare il lavoro.
Ti senti più a tuo agio nelle corse su strada o nelle corse a tappe?
Credo di preferire le corse di un giorno, dove ho maggiori possibilità di successo. E’ capitato anche di finire in posizioni alte di corse a tappe, ma sono portato a pensare che sia stato abbastanza casuale, la mia dimensione è data dagli eventi giornalieri, che sia la corsa semplice o la singola tappa.


Hai già corso alla Vuelta, preferiresti debuttare al Giro o al Tour?
Non mi pongo il problema, mi piacciono entrambe ma non sono nei piani stabiliti per me in questa stagione. Preferisco pensare alle corse che mi aspettano.
Qual è il tuo sogno in questa fase della tua carriera?
Se devo essere sincero proprio non lo so. Credo che il mio sogno sia semplicemente quello di sfruttare al massimo questa opportunità e vedere fin dove posso arrivare. Ogni giorno, ogni corsa è una scoperta ed è questo che mi piace.