L’Alpe d’Huez è una delle salite più famose, amate e temute del mondo. Dopo qualche stagione di assenza tornerà a questo Tour de France, e recitando un ruolo ancora più da protagonista. La leggendaria salita francese sarà infatti teatro di un’inedita doppia scalata. La prima il 24 luglio, con l’arrivo della 19ª tappa, e poi anche il giorno successivo nella durissima 20ª frazione, che dopo aver affrontato il Col de la Croix-de-Fer, il Télégraphe, il Galibier e il Col de Sarenne si concluderà ancora una volta lassù.
L’Alpe d’Huez si trova nel cuore delle Alpi francesi, nel dipartimento dell’Isère, e prende il via da Bourg-d’Oisans, un piccolo centro attraversato dal fiume Romanche. La salita ufficiale si sviluppa per 13,8 chilometri con una pendenza media dell’8,1 per cento. Ma i numeri raccontano solo in parte la sua difficoltà, e poco o nulla del prestigio che l’ha fatta diventare una delle ascese più celebri del ciclismo mondiale.
Fu affrontata per la prima volta nel 1952, quando vinse nientemeno che Fausto Coppi, e da allora è stata inserita nel percorso del Tour altre 30 volte. L’ultima nel 2022, con la vittoria in fuga (dopo un’eccezionale discesa del Galibier) di Tom Pidcock.


Una salita da scalatori veri
Per farci raccontare i suoi segreti abbiamo contattato Roberto Conti, che su quei tornanti conquistò forse la più importante vittoria della carriera al Tour del 1994, al termine di una lunga fuga solitaria. «Il pezzo più duro è quando la vedi per la prima volta» ci racconta l’ex professionista. «Arrivi lì sotto e davanti a te vedi solo una grande parete di roccia. Ti chiedi ma dov’è il paese? Dove passa la strada? Sembra impossibile che da lì possa salire una strada».
Poi iniziano i celebri 21 tornanti e la montagna comincia a svelarsi poco alla volta. Quando gli chiediamo quale sia il pezzo più duro, Conti risponde che sono soprattutto i primi chilometri a fare la differenza. «Fino alla famosa curva degli Olandesi, direi che è quello il tratto più impegnativo. Dopo le pendenze diventano un po’ più regolari, ma non puoi mai rilassarti. L’Alpe d’Huez non è la salita più dura come percentuali, però è lunga e sale sempre tra il 7 e l’8 per cento. Non ci sono punti in cui recuperare».
E’ questa continuità, questa mancanza di possibilità di respiro, a renderla secondo lui una salita ideale per gli scalatori. «Sembra strano ma può fare più differenze del Mortirolo e dello Zoncolan, perché lì si va talmente piano che alla fine il divario tra i corridori si riduce. Sull’Alpe d’Huez invece uno scalatore può salire, diciamo, a 22 all’ora, mentre un altro a 20. Moltiplicato per 14 chilometri diventa un distacco importante».




Vincitore nel ’94, con Pantani nel ’97
Gli chiediamo che ricordi abbia della sua vittoria del 1994, che resta ovviamente uno dei momenti più belli della sua carriera. «Ho iniziato davvero a godermela negli ultimi tre chilometri, dove c’era la zona transennata e attorno tutta quella gente. A quel punto avevo circa due minuti e mezzo di vantaggio ed ero tranquillo, perché fino a prima non sapevo bene dove fosse il secondo. La mia ammiraglia non riusciva ad arrivare da quanta folla c’era e le informazioni mi arrivavano solo con la lavagna, quando arrivavano».
Tre anni dopo, sempre sull’Alpe d’Huez, Conti è stato protagonista di un’altra giornata entrata nella storia del ciclismo. Quella del record firmato da Marco Pantani nel 1997. Quel giorno il corridore romagnolo avrebbe dovuto preparare l’attacco del Pirata nella prima parte dell’ascesa. Ma poi non andò esattamente così.
«Il mio compito quel giorno era fare l’andatura dura nei primi chilometri. Avevo detto a Marco che mi sarebbero serviti un paio di chilometri per carburare, ma quando sono arrivato davanti, lui era già partito» ricorda sorridendo. «A quel punto sono rimasto a ruota e ho chiuso comunque tra i primi (ottavo, ndr), ma quel giorno Marco fece qualcosa di incredibile».


Tra il Pirata e Pogacar
Quel 37’35” resta ancora oggi il record di ascesa dell’Alpe d’Huez, anche se ci sono buone probabilità che quest’anno verrà battuto, come quasi sempre capita quando c’è Pogacar in corsa. Anche se secondo Conti i confronti tra epoche diverse hanno poco senso. «Le biciclette sono cambiate completamente. Per dire, nelle tappe di montagna allentavamo il freno posteriore perché altrimenti quando ci alzavamo sui pedali il telaio fletteva così tanto da toccare i pattini. Oggi è un altro ciclismo da tutti i punti di vista».
Ma cos’ha, poi, di così speciale questa salita, che non è né la più dura né la più antica del Tour? Forse un misto di queste due, con in più la facilità per il pubblico di godersi lo spettacolo. «Da ragazzino guardavo il Tour e sentivo sempre parlare dell’Alpe d’Huez. Poi, quando l’ho corsa per la prima volta nel 1990, ho capito perché. La passione della gente è incredibile, la strada si arrampica in un modo particolare che la rende perfetta per vedere i corridori anche da lontano».
A chi sogna di affrontarla almeno una volta nella vita, l’ex corridore consiglia innanzitutto di rispettarla, partendo con calma e non farsi ingannare dalla strada larga che cela le pendenze. Se poi c’è molto sole, meglio evitare le ore più calde perché la salita diventa ancora più impegnativa.
Ma il consiglio vero, il più prezioso, riguarda il paesaggio. «Guardatevi intorno. All’inizio sei aggrappato a questo enorme costone di montagna e ti chiedi dove possa andare la strada. Poi, all’improvviso, la valle si apre davanti a te. Ed è lì che inizia la magia».