Un colpo di calore e d’un tratto dalla possibilità di vincere il Tour de Suisse, dovendo recuperare 10 secondi a Marlen Reusser, Elisa Longo Borghini si è ritrovata al traguardo dell’ultima tappa con 9’56” di ritardo, senza quasi ricordare nulla dell’ultima salita, se non un rifornimento preso da Slongo. I sintomi che ci ha descritto ci hanno spinto a prendere informazioni su cosa sia il colpo di calore, in una fase storica in cui le temperature sono aumentate vertiginosamente e chiunque vada in bicicletta percepisca la violenza dei raggi solari e dell’umidità. Il campionato italiano delle donne elite di domenica a Pordenone partirà alle 13: alla stessa ora ieri il termometro segnava 37 gradi.
La nostra guida è il dottor Emilio Magni, responsabile sanitario della XDS-Astana, il cui primo ricordo in materia risale al Tour of California del 2013, quando era alla Liquigas e si ritrovò con Mauro Da Dalto seduto sull’asfalto.
«Era un giornata infernale – ricorda – come queste, in una tappa non brevissima (la Palmdale-Santa Clarita di 177,5 chilometri, ndr) che finiva in una salita lungo una specie di gola. Era una salita di 7-8 chilometri e appena all’inizio lui iniziò a barcollare e andare a zigzag, così almeno mi dissero perché io ero all’arrivo. Cadde a terra e rimase per qualche secondo seduto, ma l’asfalto bruciava così tanto, che ebbe bisogno di un trapianto cutaneo al gluteo per l’ustione di terzo grado che riportò.
«Per fortuna – conclude – arrivammo subito in una clinica privata e per le prime ore era davvero disorientato e io in apprensione. Cominciai a tranquillizzarmi quando iniziò a inveire col solito intercalare veneto e per tenerlo fermo dovemmo metterci in due…».


Dottor Magni, che cos’è il colpo di calore?
Il colpo di calore è un’evidenza sanitaria importante, importantissima, che deriva dall’esposizione a temperature molto elevate e un elevato tasso di umidità per lunghi periodi. L’organismo fa fatica a mantenere i sistemi di smaltimento del calore, soprattutto sotto forma di sudorazione. Arriva il punto in cui non riesce più a smaltire l’energia termica che incamera e questo crea una condizione di emergenza.
Che cosa va effettivamente in tilt?
I sistemi di termoregolazione cerebrale. La nostra temperatura corporea varia dai 36 ai 37 gradi, sia per le funzioni di vita quotidiana sia per quelle sportive. Se lo scostamento è minimo, i problemi di gestiscono, altrimenti tutti i sistemi di connessione cerebrale, poi quelli di attività cardiaca, di vasodilatazione e di attività circolatoria vanno in tilt. Avviene proprio un cortocircuito, un blackout.
Un blackout che limita anche la capacità fisica?
Le reazioni enzimatiche che concorrono alla contrazione muscolare, quindi all’esercizio fisico, avvengono in maniera ottimale intorno ai 37 gradi. Se porti l’organismo a 40 gradi, non riesci più neanche a pedalare, perché questi enzimi vanno in tilt e non catalizzano più le reazioni necessarie per la contrazione.
L’atleta ha la percezione che sta succedendo qualcosa?
Direi di sì, nel senso che ovviamente si manifestano sintomi iniziali come confusione e come mal di testa. Però c’è da fare anche la distinzione fra colpo di sole e colpo di calore. Il colpo di sole è l’anticamera del colpo di calore e dà mal di testa, un po’ di disorientamento, un po’ di nausea.


Ci si può fare qualcosa?
Se interrompi le condizioni per cui i sintomi sono venuti, tutto cessa. Se però, come si diceva all’inizio, continui a rimanere esposto a queste situazioni ambientali, è ovvio che dal colpo di sole passi a quello di calore, che è un’emergenza vera e propria. Insomma, per il colpo di calore si può anche morire. Il problema dei nostri amati corridori è che appartengono a quella categoria di… bestiacce, che nella gara pensano solo ad andare forte. Basta vedere quando cadono: la prima preoccupazione è risalire in bici. Nel calcio invece per una bottarella a un malleolo stanno fermi tutto il tempo che serve.
Domanda da sindacalista, dopo le tante scene di gilet ghiacciati e ghiaccio nelle calze dietro al collo: ha senso far partire le corse nelle ore più calde?
Bisogna prendere atto che in effetti questi benedetti cambiamenti climatici non sono più chiacchiere, ma sono realtà. Perciò bisognerebbe che anche le manifestazioni sportive ne tenessero conto. Esiste il protocollo per le condizioni estreme, ma qui in certi casi l’estremità è diventata la regola.
In Astana avete un protocollo per il grande caldo, come si regolano i ragazzi?
La prima cosa da fare è una super idratazione, sicuramente, perché bisogna mettere l’organismo nelle condizioni di usufruire delle sue riserve idriche in maniera abbondante. Poi un’alimentazione leggera che non vada a impegnare troppo l’organismo, che in certe fasi sarà impegnato per altre cose. E poi i soliti accorgimenti, quindi prima delle tappe il gilet col ghiaccio e in corsa di nuovo ghiaccio e righiaccio.
Anche i rifornimenti stanno cambiando, no?
Sono sempre più ravvicinati, ti permettono di passargli il ghiaccio: è sempre meglio che nente, ma capite bene che sono rimedi temporanei. Una delle cure per il colpo di calore è andare in un ambiente fresco e abbassare la temperatura anche con contatti freddi: di acqua o di abbigliamento, borse del ghiaccio e quello che puoi usare.


Addirittura c’è chi prepara dei ghiaccioli che contengono sali e integratori…
Esatto, sono lo specchio di quello che succede e delle nuove esigenze dei corridori. Quando tanti anni fa cominciai a seguire il ciclismo – tenete conto che ho 76 anni – si sentiva parlare della canicule del Tour de France, soprattutto a livello dei Pirenei. Oggi invece quel calore lo abbiamo anche noi qui. Basti pensare che una volta a giugno mi capitava sì e no quattro giorni al mese di dormire con le finestre aperte per il caldo. Ora sono sempre aperte o addirittura chiuse anche di notte e magari con l’aria condizionata accesa…