Con Paolo Slongo si parla ancora di Tour de France Femmes e, in particolare, di quel livello prestazionale che si è visto nella corsa gialla. Un livello che, secondo il coach di Elisa Longo Borghini, fotografa bene la crescita esponenziale del ciclismo femminile degli ultimi anni. Wattaggi, capacità di sostenere gli sforzi, gestione delle gare e preparazione: tutto si è alzato. E proprio per questo il podio conquistato da Elisa assume un valore ancora maggiore.
Slongo, che da anni segue la campionessa italiana della UAE ADQ, ci aiuta a leggere i numeri del Tour, dalla scalata al Ventoux agli sforzi brevi e violenti, fino alla cronometro. E poi c’è Elisa, il suo terzo posto e la consapevolezza di poter tornare al Tour con un obiettivo ancora più ambizioso.


Dunque, Paolo, parliamo di questo livello megagalattico del Tour Femmes, un livello che non si era mai visto prima. E’ davvero così?
In generale il ciclismo femminile negli ultimi anni ha raggiunto un livello molto alto, soprattutto nelle corse che contano. Al Tour Femmes c’è stata, secondo me, la massima espressione di questa crescita, perché tante delle atlete più forti sono arrivate pronte per ambire al podio e alla vittoria finale. Questo ha fatto sì che ci fosse una concorrenza maggiore e una corsa più aperta, ma soprattutto di livello molto alto.
Su Velon un dato della scalata del Ventoux da parte di Niewiadoma indica un valore paragonabile a quello degli uomini di classifica medio-alta. E’ vero? Ammesso che abbia senso fare questi paragoni…
Secondo me fare paragoni con gli uomini è sempre sbagliato, perché parliamo comunque di due fisiologie diverse. Ha invece senso confrontare quello che erano le donne prima con quello che sono oggi. Anche Niewiadoma ha fatto una scalata di poco meno di un’ora a quasi 5,15-5,2 watt per chilo, che non è proprio poco per una ragazza. Mi ricordo che 10-15 anni fa, quando una raggiungeva magari per 20 minuti i 5 watt per chilo, era già quasi competitiva. Adesso il livello, grazie all’allenamento, all’alimentazione, ai materiali e a tutto quello che abbiamo imparato, sta crescendo in maniera esponenziale.
La prestazione è figlia di più componenti, certo…
Le prestazioni che fanno queste ragazze sono veramente importanti. Per fare un altro esempio, penso alla tappa vinta da Vollering, con Elisa seconda e Niewiadoma terza, quella che arrivava a Nizza prima dell’ultima frazione. Nell’ultimo muro, prima della discesa verso il traguardo, queste atlete hanno sviluppato per un minuto oltre 550 watt. Sono numeri importanti, che sicuramente possono essere paragonati anche a quelli di qualche uomo. Ma, al di là del confronto, il dato vero è che vanno veramente forte.


Sara Casasola, con cui abbiamo parlato, ci ha detto che vanno molto forte sia sugli sforzi da 2-3 minuti sia su quelli più lunghi. Secondo te, fatte le debite proporzioni, dove hai notato le prestazioni migliori?
E’ tutto proporzionato, secondo me. Si è alzato il livello in maniera totale, quindi vanno forte un po’ dappertutto. Basta pensare che tante tappe del Tour, magari anche Elisa, arrivavano a fine giornata a sfiorare o superare le quattro ore di gara, con una potenza normalizzata intorno ai 240 watt medi. Parliamo di tappe in stile Tour, tirate dalla mattina, dove magari non va via la fuga. Questo porta ad alzare i valori in tutte le critical power: cresce la prestazione sui 20 minuti, ma anche quella sull’ora, sui cinque minuti e sui tre minuti. Il livello si è alzato davvero su tutto.
Passiamo a Elisa. Paolo, come è andata? Te la aspettavi?
L’obiettivo della squadra era riuscire a raggiungere il podio e quello era il massimo risultato possibile. Per Elisa personalmente c’era anche una sfida, che considero il livello minimo raggiungibile, ma che per lei era importante: finire il Tour Femmes. Per sfortune, infortuni e piccoli problemi non lo aveva mai concluso. Quindi il bilancio è positivo e anche questo piccolo mito è stato sfatato. La cosa più importante è che ha raggiunto comunque il podio, che era l’obiettivo principale anche per la squadra.
Qual è stato, secondo te, il giorno in cui ha performato di più?
La crono. Quel giorno Elisa è andata veramente forte, soprattutto considerando l’incidente meccanico. Noi abbiamo calcolato una perdita intorno ai 35-40 secondi. Senza quel problema sarebbe stata vicinissima a Vollering. Questo, secondo me, per come è fatta Elisa avrebbe cambiato sicuramente anche l’approccio alle tappe successive. Magari il morale e tutto il resto l’avrebbero portata a essere ancora più competitiva e determinata. A mio avviso avremmo visto un altro suo Tour Femmes.
Avrebbe avuto un altro approccio?
Dopo la crono ci sono state una o due tappe nelle quali ha avuto un po’ più di difficoltà e, secondo me, quella difficoltà è stata dovuta proprio all’arrabbiatura per il guasto meccanico. Anche la notte successiva è stata quasi insonne, proprio perché continuava a ripensare a quello che era successo.


Un altro punto fondamentale per raggiungere il podio è stato il Ventoux. Come avevate preparato quella salita?
Avevamo previsto per ogni nostra atleta un preciso pacing. Come per la crono, avevamo programmato una certa gestione della salita. Su una salita lunga come il Ventoux non bisogna perdere la testa. Bisogna essere come i ciclisti più esperti: non fare fuorigiri, ma andare del proprio passo. Noi avevamo calcolato più o meno i tempi e dato un wattaggio a ciascuna atleta da tenere. La gestione di Elisa, secondo me, è stata fatta molto bene.
Un’impostazione di squadra che ha funzionato?
Lugo la scalata, Elisa ha trovato anche Paula Blasi e ha saputo interpretare la corsa senza fare quei fuorigiri o quelle accelerazioni che poi rischiano di presentare il conto nelle tappe successive. Secondo me è quello che è successo a Niewiadoma e anche a Reusser. Per me hanno pagato sul Ventoux uno sforzo un po’ fuori dalle loro corde.
Paolo, una nostra considerazione: se Elisa fosse arrivata a questo livello di ciclismo e a queste conoscenze attuali alla stessa età delle sue rivali, le avrebbe distrutte. Mentalmente è più forte. Tu come la vedi?
E’ difficile dirlo, ma sì: senza dubbio Elisa è forte. Per dire, quando ha finito il Tour mi ha detto subito: «Ora ci voglio tornare, ma per far meglio». Vuol dire che ambisce a vincerlo. Sicuramente le è piaciuto e questo rispecchia un po’ il suo carattere. Ha 34-35 anni, ma continua a migliorare e può dare tanto. E’ importante, come lo è adesso, essere motivata, avere questa grinta. Avrà ancora obiettivi importanti in futuro.
Per restare dietro a Vollering le serve più il cambio di passo o un ritmo più alto sul lungo sforzo?
Un po’ tutto. Vollering, con le dovute proporzioni, è un piccolo Pogacar, nel senso che è l’atleta di riferimento. Anche lei ha una grandissima testa: attacca, non è mai sulla difensiva. A Elisa manca poco, alla fine, per essere con lei. La sua crescita sempre graduale e questa sua maturazione le possono consentire di ridurre il gap in futuro. Anche perché penso che Vollering abbia espresso in questo Tour un livello massimo. Insomma, anche lei non può crescere all’infinito. L’auspicio è di andare a limare questo piccolo gap e riuscire a metterci al suo livello.