Fuorigiri e condizione in calando. Partendo da quanto successo a Giulio Pellizzari al Giro d’Italia, con Pino Toni, uno dei coach a cui spesso facciamo ricorso per analizzare temi relativi alla preparazione, puntiamo i fari su questo aspetto della fisiologia sportiva.
Di fatto, col senno di poi, il Giro di Pellizzari si è concluso dopo il fuorigiri fatto al Blockhaus. L’atleta della Red Bull-Bora rispose a Vingegaard, salvo poi pagare dazio. Può starci che, con una condizione non più così solida, quel fuorigiri sia stato il colpo di grazia? Può essere che in una gara di tre settimane poi non si recuperi più? Questo porta indirettamente a chiedersi se l’avvicinamento al Giro sia stato davvero ideale.


Pino, Pellizzari è arrivato al Giro evidentemente con una condizione in calando. Ha fatto quel fuorigiri al Blockhaus e da lì è successo quel che è successo…
Non è facile rispondere. Non si tratta solo di quel fuorigiri. Ti devi avvicinare, lavorare, attivare in base ai tempi di recupero. E’ tutto l’insieme delle preparazione. E quando la condizione cala non calano solo i fuorigiri.
Però lui avrà lavorato sui fuorigiri, immaginiamo?
Hai due maniere di allenarti alle fasi intense. Fare intervalli brevi, anche più forti dei tuoi limiti, allungando i tempi di recupero. Oppure lavorare su intensità un po’ più basse, magari sui 7 watt/chilo, ma riducendo al massimo i tempi di recupero. Oggi l’intelligenza artificiale ti dice in quanto tempo puoi recuperare. Bisognerebbe, come sempre, conoscere i suoi dati reali e attuali. Per quel che posso dire, quando lo avevamo alla Bardiani nel 2022, Giulio aveva dei buonissimi valori, ma non super per quel che riguarda il recupero. Però da allora è passato del tempo. Era anche molto giovane.
Ma può starci che, con la condizione in calando e una base meno solida, il suo fisico non supportasse più questi fuorigiri? Dalla fine del Tour of the Alps alla fine del Giro c’erano 40 giorni. Magari il TotA non è più l’avvicinamento migliore. Vediamo che i big preferiscono allenarsi e poi presentarsi alla gara a cui puntano..
Certo. Anche se non credo che abbiano fatto certi errori. Semmai bisogna vedere cosa ha fatto nel mezzo. Perché se è andato in altura a finirsi, magari non è il massimo. Dopo quel che aveva fatto al Tour of the Alps poteva anche starsene a casa, al caldo, a recuperare. In quota, già solo per l’altura, si recupera meno per la mancanza di ossigeno.


Quello potrebbe essere stato un passaggio sbagliato secondo te?
Dipende sempre da quello che ha fatto. Chiaro che, dicendolo ora, viene da rispondere di sì… ma perché il Giro gli è andato come gli è andato. Secondo me la questione principale non è la condizione ma è un’altra.
Cioè?
Che abbia ceduto di testa. Dopo la facilità mostrata al Tour of the Alps, o alla Valenciana, e dopo le prime avvisaglie con Vingegaard al Giro, magari si era fatto un film. Un film che poi non si è avverato. C’è stato più di qualche momento in cui sembrava che al Giro ci fossero solo lui e Vingegaard. Poi, quando ha capito che non poteva essere dove voleva, si è inceppato. Francamente ha stupito anche me che sia saltato così. E’ stata una delusione per lui. Quando lui dice: «Non voglio ricordi di questo Giro. Voglio bruciare tutto», è chiaro che lo ha sofferto. Che c’è qualcosa che non è andato bene. E secondo me ha gestito anche male il suo giorno off.


Intendi Carì?
Sì, e lì è stato gestito male. Il giorno di difficoltà ci sta. Devi essere consapevole che quel giorno potresti perdere terreno e devi cercare di limitare i danni il più possibile. Bisogna sempre pensare che si corre nell’economia di 21 giorni. Quando dico che lo gestisci male, intendo che ti intestardisci a inseguire oppure, come ha fatto lui, tiri i remi in barca. La gestione del giorno di crisi è fondamentale per chi deve fare classifica. Magari se ti capita in un giorno di pianura sei fortunato e riesci a mascherarla, ma se ti capita in salita hai poco da nascondere. E nel ciclismo di oggi mascheri sempre male, perché vanno tutti molto forte. La cosa che più mi ha colpito di quel giorno è che avevano messo la squadra a tirare.
Quindi qualche problemino c’è stato?
Per me non si sono neanche parlati. Non ti può venire una crisi del genere: non si tratta solo di condizione, ammesso che lo sia. O hai sbagliato qualcosa, ma non penso, perché insomma sono cinque anni che è professionista e ha una squadra importante. Posso pensare all’alimentazione. Oggi la cosa più importante è non dimenticarsi mai di mangiare. Per il resto non c’è da fare altro, c’è solo da pedalare. Che fosse un bluff? Ma su una salita lunga e secca cosa bluffi? Se metti la squadra a tirare e poi la fermi, gli altri capiscono che c’è qualcosa che non va.


Pino, torniamo a parlare di condizione e fuorigiri. Tante volte sentivamo il cittì Villa dire che era importante che i ragazzi del quartetto facessero tanta strada e tante gare su strada, perché fungevano da grande base per i lavori più violenti e intensi…
Intanto va detto che sono sforzi completamente diversi. Quelli del quartetto sono sforzi intensi, violenti. Altro che 7 watt/chilo. Però poi ti fermi. Su strada, specie in certe tappe, se fai quattro minuti a tutta, la corsa non è finita. Entriamo più in un discorso di gestione della fatica e recupero che di base. Alla fine hanno preparato un Giro, suppongo che questa ci fosse. E anche i giorni di gara prima non erano troppi: 21 fino al Giro.
Pellizzari ha iniziato alla Valenciana…
E ha fatto quattro corse di un giorno. Giusta la Milano-Torino per uno come lui, un po’ meno la Strade Bianche, perché un conto è andare forte da juniores e un conto è correrla da professionista. Forse gli potevano risparmiare i 300 chilometri della Sanremo, ma dopo la Classicissima Giulio non ha corso per oltre un mese. Quindi sapevano che poi si sarebbe fermato e avrebbe avuto il tempo per recuperare.