Tadej Pogacar, allenamento 2026, UAE Team Emirates (foto UAE Team Emirates/Fizza)

EDITORIALE / La grandezza di Pogacar in mezzo ai giganti

02.02.2026
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La grandezza di Pogacar la misuri sulla grandezza degli avversari. Mentre ieri seguivamo l’assolo di Van der Poel a Hulst, che gli è valso l’ottavo mondiale di cross, abbiamo pensato che tutto sommato Mathieu non abbia faticato troppo per sbarazzarsi dei suoi avversari. Senza Van Aert e Pidcock, che fino a un paio di anni fa erano vicini al suo livello, regolare Nys e Del Grosso non è stato in apparenza un grosso problema, tale e tanta è la sua superiorità.

Gli stessi ragionamenti che capita di fare vedendo Pogacar schiantare i rivali sulle montagne o in certe classiche più dure come il Lombardia o la Liegi. Sono così forti da pensare che vincano in assenza di avversari, ma non è vero.

E mentre Van der Poel inanellava giri su giri, abbiamo pensato che tra Sanremo, Fiandre e Roubaix, quel mostro di potenza e tecnica di guida dovrà vedersela con lo sloveno campione del mondo, che nel frattempo ha spianato il Poggio e fatto le sue recon sul pavé. Quanta pressione ti mette addosso sapere di dover incontrare uno come Pogacar, che ti ha già bastonato al Fiandre e ti ha costretto alla perfezione per vincere la Sanremo e la Roubaix?

Van der Poel ha dominato il mondiale di cross: il suo livello è irraggiungibile per tutti gli altri
Van der Poel ha dominato il mondiale di cross: il suo livello è irraggiungibile per tutti gli altri
Van der Poel ha dominato il mondiale di cross: il suo livello è irraggiungibile per tutti gli altri
Van der Poel ha dominato il mondiale di cross: il suo livello è irraggiungibile per tutti gli altri

Remco, prove da leader

A Mallorca nei giorni scorsi, Evenepoel ha dato spettacolo. Il belga sta mettendo a posto le cose in casa e con se stesso, cercando i giusti equilibri nel nuovo ambiente Red Bull. Chi lo ha vissuto da vicino parla di un compagnone a tavola e di un leader super esigente in corsa. Pare che dopo la seconda vittoria in solitaria, quella del Trofeo Andratx in cima al Mirador d’Es Colomer, il giovane francese Adrien Boichis abbia atteso che il capitano finisse le interviste per chiedergli se avesse fatto bene il suo lavoro. «Perfetto!», gli ha risposto Evenepoel. I giovani lo adorano, i più esperti sanno che ci sarà da lavorare.

Il programma di Evenepoel prevede ora la Valenciana e poi il UAE Tour. E solo ad aprile si troverà a incrociare i guantoni con Pogacar. Accadrà in un solo giorno prima del Tour: nella Liegi-Bastogne-Liegi che Remco ha vinto per due volte contro le tre dello sloveno. E anche quel giorno, oltre a tutti gli altri, Pogacar si troverà a fronteggiare un rivale straordinario, che presumibilmente arriverà allo scontro tirato a lucido come mai in precedenza.

Tre vittorie in tre corse: Evenepoel ha iniziato il 2026 in cerca di conferme e le sta trovando
Tre vittorie in tre corse: Evenepoel ha iniziato il 2026 in cerca di conferme e le sta trovando correndo come… Pogacar
Tre vittorie in tre corse: Evenepoel ha iniziato il 2026 in cerca di conferme e le sta trovando
Tre vittorie in tre corse: Evenepoel ha iniziato il 2026 in cerca di conferme e le sta trovando correndo come… Pogacar

Il programma di Pogacar

Nel programma di Pogacar ci sarà ovviamente il Tour, cui arriverà passando per il Giro di Svizzera e non il Delfinato, perché lo Svizzera non l’ha corso mai. E in Francia, oltre a Evenepoel, si troverà contro Vingegaard e Ayuso, oltre a Pidcock, Lipowitz e tutti quelli che lo scorso anno si sono affacciati ai piedi del trono con intenzioni bellicose. Si capisce perché per lui sia necessario centellinare gli sforzi. Ci fosse da combattere sempre con gli stessi avversari, allora si potrebbe accettare una sfida alla pari per tutto l’anno. Ma quando gli avversari ruotano e tu sei al centro del torello, serve essere freschi e motivati per non farsi beffare.

Pogacar avrà un giorno di corse prima della Sanremo, ne avrà due al Fiandre e tre alla Roubaix. Avrà quattro giorni di corsa nelle gambe alla Liegi. E dopo i 6 del Romandia e i 5 dello Svizzera, si presenterà al via del Tour de France con 16 giorni di corsa. Nel frattempo si allena (in apertura foto UAE Team Emirates/Fizza), stabilisce record e probabilmente convive a fatica con la voglia di attaccare il numero e fare i suoi show.

Vingegaard arriverà al Giro dopo UAE Tour e Catalunya, con 14 giorni di gara (foto Visma-Lease a Bike)
Vingegaard arriverà al Giro dopo UAE Tour e Catalunya, con 14 giorni di gara (foto Visma-Lease a Bike)
Vingegaard arriverà al Giro dopo UAE Tour e Catalunya, con 14 giorni di gara (foto Visma-Lease a Bike)
Vingegaard arriverà al Giro dopo UAE Tour e Catalunya, con 14 giorni di gara (foto Visma-Lease a Bike)

Fra la primavera e il Tour

Evenepoel arriverà al via della Liegi con 24 giorni nelle gambe e al Tour con 32, a capo di una primavera decisamente affollata. Se il risultato francese dipenderà dalla freschezza, sarà interessante ragionare sul suo avvicinamento a confronto con quello di Pogacar.

Vingegaard arriverà al Giro con 14 giorni di corsa e al Tour con 35, affrontando per la prima volta l’accoppiata della sfida italiana e della francese.

Del programma di Van der Poel non si sa ancora niente, lo annuncerà dopo essere andato a sciare e aver ripreso la preparazione in Spagna, quando verosimilmente anche lui raggiungerà la squadra all’hotel Syncrosfera in cui potrà simulare l’altura a 8 chilometri dalle spiagge di Denia. Stando a quanto ha detto, potrebbe arrivare alla Sanremo con 7-8 giorni di gara e con l’eredità di esplosività che gli deriverà dal cross.

Dopo aver applaudito la vittoria di Alcaraz all’Australian Open, in cui Sinner ha dimostrato che non è per niente facile essere il numero uno mentre tutti intorno vogliono impallinarti, confessiamo l’inconfessabile. Mentre ieri seguivamo l’assolo di Van der Poel a Hulst, che gli è valso l’ottavo mondiale di cross, abbiamo pensato che sarebbe stato davvero bello avere in corsa anche Pogacar. E chissà se in qualche angolo della sua mente naif, anche Tadej non ci abbia fatto un pensierino.

Pogacar, Van der Poel

Quando Pogacar non vince. L’analisi di Nicolas Roche

15.01.2026
6 min
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Parliamo spesso dei trionfi e dei numeri da capogiro di Tadej Pogacar, ma stavolta facciamo una fotografia, un’analisi, di quando il campionissimo della UAE Emirates non vince. Cosa gli manca quando succede? Perché? Commette degli errori? Un discorso che svisceriamo con Nicolas Roche.

L’irlandese, ex corridore, è oggi uno dei commentatori di Eurosport. Pochi come lui hanno una capacità di analisi e di sintesi. E soprattutto molte delle imprese del campione del mondo le ha viste di persona.

Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Dicevamo, Nicolas, le poche volte che Tadej Pogacar non vince. Andiamo gara per gara. E iniziamo dalla Milano-Sanremo, uno dei suoi muri in questo momento. Cosa non funziona secondo te?

Secondo me non è che c’è qualcosa che non funziona. Se guardi i tempi delle salite sono più veloci che mai, quindi non mi piace dire che se non ha vinto allora qualcosa non va. Devi avere rispetto per la concorrenza. Penso che la Milano-Sanremo sia una gara dove i velocisti vanno forte come i candidati alla vittoria e storicamente vediamo protagonisti Ganna, Van der Poel, Van Aert, Kwiatkowski, o prima Sagan. Sono corridori veloci, uomini da classiche che riescono a produrre potenze molto molto elevate sui meno di cinque minuti del Poggio, che alla fine è una salita che si affronta quasi a 40 orari di media. Sul Poggio c’è realmente un solo punto dove si può andare forte e provare a fare la differenza: una rampa a 1,5 chilometri dalla cima. Non solo, ma…

Ma, vai avanti…

Il vento gioca sempre un ruolo cruciale. Se è contro è più facile seguire perché si è a ruota. Se è a favore potrebbe aiutare chi attacca, ma in questo caso favorisce anche i corridori potenti che devono seguirlo. Per Pogacar è molto difficile. Anche partire forte sulla Cipressa non garantisce vantaggio: anche staccando qualcuno, sarebbe difficile per lui andare via con quel tratto di pianura nel mezzo. Quindi alla Sanremo lui non sbaglia, non fa errori. E’ che il livello dei velocisti attuali è talmente alto che a ruota su quelle salite riescono a resistere. Sì, Nibali ci è riuscito, ma oggi Van der Poel è più forte in salita rispetto a un Cavendish o a un Hushovd.

Secondo te non sbaglia neanche la volata? Quando si trova con Van der Poel: partire secco o partire lungo?

E’ difficile da dire perché Van der Poel in un’Amstel ha fatto una volata infinita, altre volte più corta sfruttando l’esplosività del cross. Se parliamo di Sanremo, a Pogacar per vincerla serve un colpo di fortuna o, meglio, un “colpo di gara”: l’attimo in cui gli altri si guardano. Ma per lui non è facile perché tutti lo marcano stretto. Oppure serve il maltempo: qualche occasione in più potrebbe averla.

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Capitolo Roubaix: se l’è cavata bene, ma non ha vinto…

Si sapeva che sarebbe andato forte, tutti abbiamo visto i suoi tempi su Strava. Il problema è che la Parigi-Roubaix non è la Sanremo e non è il Tour de France: è una gara molto particolare, possono capitare mille cose, dalle forature alle cadute. Il posizionamento è determinante e si vede che le squadre con corridori abituati alla Roubaix stanno sempre davanti. Poi ci sono le performance, le qualità fisiche e quelle tecniche. Pogacar è molto bravo a guidare la bici, è agile. E per me ha fatto un numero l’anno scorso… forse uno di troppo, con quell’ingresso in curva così veloce. E’ anche stato un po’ sfortunato perché si era quasi ripreso. Non direi che gli è mancato qualcosa se non un po’ di esperienza rispetto a Van der Poel. Ma ciò che mi ha stupito è che un corridore che pesa 15 chili in meno rispetto agli specialisti riesca ad andare così forte sul pavé.

Dopo quella caduta Pogacar riparte con 20” di ritardo da Van der Poel, ma non chiude. Perché?

Forse perché per essere davanti, in quella posizione, aveva accumulato più stanchezza rispetto a Van der Poel, che era un po’ più “comodo”. Alla lunga ha speso più energie nervose e di posizionamento. Per me in questo caso la sconfitta è più un fatto di esperienza. Averla fatta quest’anno è stata una ricognizione importantissima per lui.

La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
Altro terreno meno brillante per Pogacar: lo scontro a cronometro contro Remco Evenepoel

Lì è sorprendente Remco. Quando c’è una cronometro diventa un altro uomo. Lo vedo al Tour e ha una marcia in più contro il tempo. Ma è difficile dire perché Pogacar non vince o se sbaglia. Non è che Tadej abbia una brutta crono, anzi. Il suo setup è molto studiato, non si muove in posizione. Alla fine è il bello del ciclismo: viviamo un’epoca in cui abbiamo un corridore capace di fare tutto, ma in alcune gare trova uno specialista che lo sfida, come Van der Poel nelle classiche, Vingegaard in salita, Evenepoel a cronometro.

Andiamo avanti. L’ultima tappa del Tour, il Giro di Montmartre: cosa è successo?

Quel giorno Van Aert era mentalizzato “all in” sulla tappa finale del Tour de France. Ha messo tutte le energie e si è preso anche il rischio di cadere e perdere tutto. Con la pioggia sapeva che poteva essere la sua occasione. Forse senza pioggia avremmo visto un’altra gara. Pogacar aveva più da perdere.

Certo, anche se la tappa era stata neutralizzata bisognava comunque portare la bici al traguardo…

Se ricordate, dopo il primo passaggio erano rimasti davanti 30-40 corridori: quelli della generale e qualche coraggioso. Pogacar ci ha provato ma ha capito che non poteva rischiare di perdere tutto. Non aveva bisogno di vincere quel giorno, mentre Van Aert si giocava la stagione. In tv si vedeva chiaramente che faceva curve che l’altro non poteva permettersi.

Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Cosa manca a Pogacar quando non vince? Tu qualche errore lo hai notato?

Errori veri non ne vedo. Ci sono situazioni meno favorevoli: minor peso ed esperienza alla Roubaix, un percorso troppo veloce alla Sanremo. E poi c’è il valore degli avversari. Il livello del gruppo oggi è elevatissimo e, nonostante tutto, solo pochi corridori possono batterlo e solo in determinate condizioni. Quando Vingegaard gli diede un minuto al Marie Blanque tutti dissero che Pogacar non andava forte. Ma rivedendo i tempi Tadej impiegò addirittura 1’20” in meno rispetto a due anni prima. Non è Pogacar che ha avuto una giornata no, è Vingegaard che è andato più forte. A volte si fatica ad accettare quando il super campione perde.

E dell’Amstel Gold Race dell’anno scorso vinta da Skjelmose cosa dici?

Forse Pogacar era un po’ troppo sicuro, forse… Ma attenzione. Skjelmose è meno appariscente, ma è un ottimo corridore, e l’altro, Evenepoel, è un ex campione del mondo anche lui vincitore di molte classiche e corse di un giorno. Magari entrambi hanno sottovalutato Skjelmose. Come vedete, il valore dell’avversario conta.

Jonas Vingegaard, presentazione squadra e programmi 2026 (foto Visma Lease a Bike)

Vingegaard al Giro, assalto alla Tripla Corona

13.01.2026
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Se vincerà il Giro d’Italia, Vingegaard stabilirà un record che nessuno potrà togliergli: conquistare la Tripla Corona prima di Pogacar. E il primato – in questo duello estenuante e apparentemente scontato – rimarrà suo per sempre. Forse anche per questo, il danese ha confermato le voci che lo davano al via della corsa rosa. Giusto oggi infatti ha annunciato che a 29 anni farà il debutto nel Giro che in Bulgaria brinderà all’edizione numero 109.

Vingegaard non ha mai corso il Giro né in passato ha mai dato la sensazione di volerlo fare a tutti i costi. C’era soltanto il Tour, vinto per due volte. Poi lo strapotere di Pogacar e le emozioni provate vincendo la Vuelta del 2025 lo hanno persuaso ad ampliare l’orizzonte. Al punto da aver dichiarato, cogliendo molti alla sprovvista, che il ciclismo non è fatto soltanto di Tour.

«Aver vinto la Vuelta – ha spiegato ieri – ha avuto un ruolo nella mia decisione. Ho già vinto in Francia e in Spagna, ora voglio fare lo stesso in Italia. Questo sembra il momento perfetto per partecipare al Giro. Mi piacerebbe aggiungere la maglia rosa alla mia collezione».

L'inverno di Vingegaard è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L'inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)

14 giorni prima del Giro

Il programma è ridotto all’osso. Debutto al UAE Tour (16-22 febbraio), poi Volta a Catalunya (23-29 febbraio) e da lì rotta sul Giro. Quattrodici giorni di gara e il consueto zaino pieno di altura, sopralluoghi e allenamenti precisissimi.

«Oltre alla volontà di Jonas – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – siamo convinti che correre il Giro migliorerà il suo livello al Tour. Certo che punteremo alla vittoria in Italia, ma il Tour rimane l’obiettivo più importante». 

Nel 2024 delle meraviglie, Pogacar arrivò al Giro con appena 10 giorni di corsa, riuscendo a vincerne sette: Strade Bianche, 4 tappe più la classifica del Catalunya e la Liegi.

Vuelta Espana 2025, Bola del MUndo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto
Vuelta Espana 2025, Bola del Mundo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto

Il sogno del Tour

Con due Tour vinti e l’ultima Vuelta nel cassetto, Vingegaard andrebbe inserito fra i più forti di sempre, eppure l’ombra della maglia gialla non gli permette di godere delle conquiste riportate. Va bene che il Tour non è tutto, ma è una bella fetta del totale.

«Il 2025 è stato un anno positivo – ha commentato – ma non eccezionale. Ho già vinto il Tour due volte, ma per me una stagione di vero successo dipende ancora dalla maglia gialla. Festeggiare un’altra vittoria a Parigi è quello che continuo a sognare».

Nei precedenti della sua squadra, Roglic vinse il Giro del 2023, poi mise da parte il Tour e fu terzo alla Vuelta. Mentre lo scorso anno, Simon Yates conquistò la maglia gialla, poi andò al Tour vincendo una tappa e aiutando il capitano danese nel duello contro Pogacar.

In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)

Percorso non durissimo

Per Vingegaard, seguendo le indicazioni di Niermann, la partecipazione al Giro segna un nuovo approccio con il Tour. Si potrebbe anche pensare che la scelta sia stata dettata dal percorso che è sì impegnativo, ma non ai livelli di altre edizioni.

«Negli ultimi cinque anni – ha detto Vingegaard – la mia preparazione al Tour è stata sostanzialmente la stessa. Questa volta abbiamo scelto qualcosa di nuovo. L’organizzazione ha progettato un percorso fantastico. Forse non così impegnativo come negli ultimi anni e questo rende la combinazione di Giro e Tour un’opzione vantaggiosa per noi».

Le possibilità per lui non mancano, a cominciare dal primo arrivo in quota sul Blockhaus. Dominando la Tirreno-Adriatico del 2024, Vingegaard ha mostrato di apprezzare molto le pendenze del Centro Italia: gli avversari sono avvisati.

Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia
Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia

Il fantasma di Tadej

Pogacar non c’era poco fa quando Vingegaard ha annunciato i suoi programmi, ma era il classico convitato di pietra: l’innominabile, colui che ha il potere di mettersi di traverso e guastare i piani degli avversari.

«Vincere in Francia per la terza volta – ha spiegato Vingegaard – sarebbe incredibile, ma anche molto difficile. Potrebbe essere un’edizione più emozionante delle ultime due. Il Tour è diverso rispetto agli ultimi anni, i distacchi potrebbero essere inferiori. Tuttavia, si dovrà essere subito pronti per la cronosquadre di Barcellona. E’ una disciplina in cui investiamo molto tempo come squadra e sarà un modo speciale per iniziare la corsa. Ma l’attenzione è rivolta prima al Giro e poi al Tour. Questi sono i miei obiettivi principali. E sono estremamente motivato».

Pensate però che storia se Tadej scegliesse di partecipare al Giro prima del Tour (nei giorni del ritiro spagnolo, la voce in realtà girava). Se riuscisse a impedire che Vingegaard faccia centro, potrebbe poi andare a prendersi la tripla corona vincendo la Vuelta che ancora gli manca. Al campione del mondo non piace arrivare secondo. Ma questa ovviamente è fantascienza. Per ora teniamoci stretti la notizia di Vingegaard al Giro, cominciamo a capire dove potrà lasciare il segno e chi sarà capace di constrastarlo.

Tim Wellens, Pogacar

Wellens: «Giriamo in coppia e Tadej è sempre in testa»

13.01.2026
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BENIDORM (Spagna) – Tim Wellens, campione nazionale belga e ormai pedina chiave della UAE Emirates, è un corridore che ha saputo reinventarsi in qualche modo. Il suo arrivo nella formazione emiratina un po’ aveva colpito. In fin dei conti era un fiammingo della Lotto in un team votato, non solo ma soprattutto, ai Grandi Giri. Invece la sua professionalità, il suo carattere, il suo essere metodico e le capacità di leggere le corse ne hanno fatto un vero perno.

E’ soprattutto la sua amicizia con Tadej Pogacar a rappresentare un valore aggiunto per sé e per il team. Tra i due si è sviluppata una sintonia tecnica e umana che va oltre il semplice rapporto tra capitano e gregario di lusso. Wellens non è solo un uomo-fidato del fuoriclasse sloveno. I due si allenano insieme, vivono vicini a Montecarlo e possiamo garantirvi che quando il belga ha vinto la tappa a Carcassone, Pogacar era più felice che di un suo successo.

Tim Wellens
Tim Wellens (classe 1991) incontrato a Benidorm. Il campione belga ha un contratto con la UAE anche per il 2027
Tim Wellens
Tim Wellens (classe 1991) incontrato a Benidorm. Il campione belga ha un contratto con la UAE anche per il 2027

Wellens per sé e per Tadej

Il programma 2026 di Tim Wellens ricalca in buona parte quello della scorsa stagione, un’impostazione che il corridore belga considera un “vantaggio operativo”.

«Il mio calendario è quasi un copia e incolla del 2025 – ha detto Tim – Ci sono poche sorprese. Gli obiettivi principali sono le classiche e il Tour, per aiutare Tadej. E’ una routine positiva per me. La crescita della UAE Emirates passa anche da questo approccio. Abbiamo affinato i nostri processi tecnici e le nostre metodologie d’allenamento mirate. Fosse per me, correrei sempre con Pogacar, perché è bello ottenere risultati di squadra. Quando c’è lui è diverso ovviamente e il senso di squadra aumenta. Personalmente ora sento meno pressione, corro in modo più rilassato. Alla Lotto le prestazioni dovevano venire da me e se non succedeva era un problema, qui alla UAE Emirates ci sono altri 30 corridori che possono arrivare tra i primi cinque. Ovviamente la squadre vuole che io corra bene, ma non è un problema se per una volta non ci riesco».

Wellens inizierà con Omloop e Kuurne. E saranno subito grandi occasioni per lui, in quanto non ci sarà Pogacar. E poi quelli sono i suoi terreni di caccia preferiti. Niente Andalucia e altre gare prima. L’obiettivo è essere freschi il più possibile. Quindi farà tutte le altre classiche di primavera, ad esclusione della Liegi, e poi il Tour de France.

«Non andrò in Oman per aiutare Adam Yates e inizierò direttamente in Belgio. Però è bello stare tutti insieme qui a Benidorm. Per dire, ho avuto l’opportunità di stare con Jay Vine con il quale l’anno scorso non ho mai corso. Bene davvero: sono nella squadra migliore del mondo, con il miglior corridore del mondo. Da bambino non ci avrei mai creduto. Qui mi trovo bene e per me non c’è posto migliore. Il senso del gruppo è la nostra forza».

Tim Wellens
Quel giorno, Wellens è uscito molto presto, circa un’ora prima degli altri
Tim Wellens
Quel giorno, Wellens è uscito molto presto, circa un’ora prima degli altri

Allenamenti a sfinimento

Ma nel grande bar del bellissimo hotel di Benidorm, Wellens ha parlato molto del suo rapporto con Pogacar, qualcosa che è iniziato per lavoro, ma che man mano è diventata amicizia vera. Una volta proprio Wellens raccontò che suo padre era venuto dal Belgio e un giorno doveva fargli fare dietro motore. Si è aggregato anche Tadej dietro lo scooter. Ad un certo punto il papà ha accelerato: lui si è staccato. Pogacar lo ha saltato e si è accodato. «Lì capisci che ha davvero qualcosa in più», aggiunse Wellens.

Dal canto suo, lo sloveno ne apprezza l’affidabilità tattica, la capacità di interpretare i ritmi più estremi e il contributo nelle fasi decisive, insomma la sicurezza che può darti un compagno così. La loro amicizia, consolidata dentro e fuori dalle corse, crea un clima di condivisione tecnica che favorisce l’intero team.

«Pogacar – spiega Wellens – è davvero incredibile. E’ il più professionale di tutti. Tadej è forte, ma si allena anche molto. Sarebbe un errore pensare che per lui la vittoria sia qualcosa di facile e naturale. Ed è impressionante quanto sia resistente. Tante volte, per cinque ore giriamo in coppia e lui è sempre davanti, gli altri si alternano al suo fianco. Oppure facciamo la doppia fila – imita il gesto con le mani – e lui pedala in testa da solo al nostro lato. Quella che per lui è la zona 2, per noi è la zona 3.

«Ogni anno siamo stupiti dai progressi che continua a fare, perciò non mi sorprenderei se fosse così anche questa volta».

Tim Wellens
Pogacar, Wellens, Politt e Florian Vermeersch durante il sopralluogo sul pavè della Roubaix dello scorso dicembre (foto Instagram – Benoit Bernard)
Tim Wellens
Pogacar, Wellens, Politt e Florian Vermeersch durante il sopralluogo sul pavè della Roubaix dello scorso dicembre (foto Instagram – Benoit Bernard)

Sognando Roubaix

La preparazione dunque è molto spesso condivisa non è solo un confronto fisico, ma un ambiente di costante crescita: «Ognuno spinge l’altro a superare il proprio limite. E in tutto questo Tadej ha fame».

E a proposito di fame, non è un segreto che Sanremo e Roubaix siano due enormi obiettivi dell’iridato per questa stagione. Già a dicembre, a sorpresa, Pogacar e Wellens andarono in avanscoperta sulle pietre della Roubaix.

Ancora Wellens: «La ricognizione con Pogacar è stata “molto istruttiva”. Abbiamo fatto delle prove sui materiali e ci siamo confrontati sulle sensazioni di guida nei settori più ostici. Tadej ama quello che fa, è un ragazzo semplice, per me alla fine ci riuscirà e durerà ancora a lungo perché, foto a parte, vive tutto ciò senza lo stress di chi deve essere sempre al 100 per cento».

E sulla Sanremo? «Sappiamo che se dobbiamo vincerla dobbiamo scalare la Cipressa in meno di nove minuti». Come se fosse una cosa semplice! In realtà sotto ai 9′ ci andarono già l’anno scorso quando fermarono il corno ad 8’59”. Probabilmente Wellens si riferiva a ben più secondi… sotto ai nove minuti.

Tadej Pogacar

Sola e Swart. Forza e intensità: Pogacar può crescere ancora

12.01.2026
5 min
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BENIDORM (Spagna) – Puntualmente come ormai accade da qualche anno ecco che dopo aver parlato con i corridori scendono in campo loro, Javier Sola e Jeroen Swart, rispettivamente preparatore di Tadej Pogacar ed head of performance della UAE Emirates. Sono i due preparatori più attesi, ricercati e avvolti dal mistero se vogliamo, grazie ai grandi trionfi dello sloveno e al modo in cui li ottiene.

Una volta si pensava subito in modo sospetto, oggi invece (per fortuna) si cerca di capire e scovare quali metodologie di lavoro si usano. E per metodologie, come ci hanno fatto capire i due tecnici stessi, non si tratta solo di tabelle da svolgere in sella, ma preparazione a secco, nutrizione, integrazione in gara, materiali. Ormai l’atleta in corsa è il risultato di un “pacchetto” a 360 gradi (in apertura foto Fizza).

Tadej Pogacar
Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)
Tadej Pogacar
Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)

Non solo in bici

E’ nella struttura di allenamento quotidiano che emerge la prima grande differenza rispetto a quanto finora percepito dal grande pubblico che si chiede sempre come fa Pogacar a fare certi attacchi, come fa a fare fughe di 100 chilometri o giù di lì da solo.

«Il lavoro di forza e condizionamento fuori dalla bici – spiega Sola – non è un accessorio ma un pilastro centrale della programmazione. Tutto è preparazione. E’ soprattutto grazie al lavoro fatto sulla forza che nel 2025 è migliorato. Questo gli ha anche consentito di migliorare la sua conformazione corporea». Tradotto, una piccola percentuale di massa magra in più: meno grasso, più muscolo.

«Non ci sono rischi nei suoi attacchi solitari” perché la potenza e la resistenza derivano da basi costruite con anni di lavoro specifico. Il concetto di equilibrio tra resistenza aerobica e forza muscolare è essenziale per sostenere gli sforzi prolungati in salita, nelle cronometro e nelle transizioni di gara. E in questo Tadej è fortissimo, ma è qualcosa che abbiamo costruito e che stiamo costruendo negli anni. Mettiamoci poi che lui diventa sempre più esperto. E la sua efficienza aumenta, lo abbiamo visto soprattutto a crono».

«Quest’anno continueremo a lavorare sulla forza e l’alta intensità», ha aggiunto Sola. Poi è anche vero che durante gli allenamenti in Spagna, più di qualche volta Pogacar è rientrato un’ora dopo gli altri. La cara vecchia base aerobica insomma non è mancata.

Tadej Pogacar
Sola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE Emirates
Tadej Pogacar
Sola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE Emirates

Quali margini?

E poi c’è il tema che ha tenuto banco a Benidorm, vale a dire i margini di Tadej Pogacar. Ne ha ancora? Ha toccato l’apice? E’ addirittura in una fase discendente? Quest’ultima opzione, da quel che abbiamo visto anche nei recenti KOM stabiliti su Strava (che contano fino ad un certo punto, ovviamente) e da quel che ci dicono tecnici e compagni, è l’ipotesi meno probabile. Ma è chiaro che la sua crescita non sarà infinita.

«Tadej – dice Sola – ha dei margini. Pogacar non ha ancora raggiunto il limite assoluto delle sue possibilità. E’ ancora possibile aumentare forza e intensità senza compromettere la gestione dello sforzo complessivo. Ma non chiedetemi quanto sia questo margine perché non ho la sfera di cristallo».

«Non si tratta di rivoluzione – ha detto Swart – né di aggiungere volume di lavoro, ma di ottimizzazione continua: incrementare piccoli ma significativi aspetti della performance per trasformare il già eccellente in straordinario. Certo che non è facile, bisogna trovare quell’equilibrio dinamico tra sforzi al limite e capacità di recupero che permette di sostenere attacchi prolungati e di ripetere esplosioni di potenza nelle giornate più dure. Probabilmente ancora non conosciamo davvero il limite reale di Tadej».

Questa incertezza ci lascia riflettere. Forse non lo sanno davvero, ma è certamente uno spunto geniale dal punto di vista degli stimoli. Non solo per l’atleta, ma anche per l’intero staff. «L’obiettivo dichiarato è rendere il corridore non solo più forte, ma più intelligente nella gestione delle energie, capace di adattarsi alle diverse fasi di corsa con precisione strategica. Non si tratta solo di watt».

Da quello che emerge è come se lo sloveno lavorasse “a comparti stagni”, lasciateci passare questa espressione. Parte aerobica e lavori ad alta intensità: cicli dell’uno e cicli dell’altra. E tutto sommato sono aspetti che potrebbe realizzare bene, alla fine Pogacar ha un calendario ben dipanato e poco fitto per numeri di giorni di corsa. «Vogliamo una comprensione più profonda delle reazioni fisiologiche complessive – dicono i due tecnici – consentendo così di spingere i limiti personali senza però esporre il corridore a rischi inutili».

Tadej Pogacar, Enervit
Secondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioni
Tadej Pogacar, Enervit
Secondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioni

Nutrizione, integrazione e tecnologia

E’ un altro pezzo del puzzle: nutrizione e integrazione durante le gare non sono più aspetti secondari, ma componenti integrate del progetto prestazione totale. Nel corso delle discussioni Swart e Sola hanno chiarito come ogni sforzo fisico sia pianificato in stretta connessione con ciò che il corridore assume, fra alimentazione e integrazione, prima, durante e dopo la competizione.

«L’intento – dice Swart – è sempre quello di mantenere l’omeostasi energetica (cioè la capacità del corpo di mantenere un equilibrio dinamico tra l’energia assunta e quella consumata, ndr), il più possibile stabile, evitando i cosiddetti “buchi” metabolici che possono compromettere il rendimento nel finale. Dieci anni fa assumere 60 grammi di carboidrati l’ora sembrava impossibile, oggi i 120 sono la prassi». Detta in parole poverissime, l’alimentazione gioca un ruolo cruciale nel rendimento di Pogacar, e non solo lui chiaramente, in particolare la gestione dei carboidrati. La UAE è un laboratorio continuo.

E stando in tema di integrazione sempre Swart ci ha tenuto a sottolineare che la UAE Emirates non utilizza più la tecnica di respirazione artificiale del monossido di carbonio. Quasi una risposta, allora preventiva, a quel che ha detto l’MPCC qualche giorno fa.

E qui torniamo a quanto detto all’inizio. Non si tratta solo di tabelle quando si parla di preparazione. Per farlo, la squadra si avvale di strumenti tecnologici avanzati per monitorare in tempo reale parametri come glicemia, risposta alla fatica e variabili biometriche individuali. Materiali e attrezzature entrano in gioco a completare questo quadro: biciclette, componenti e indumenti sono scelti non solo per la leggerezza o l’aerodinamica, ma per come contribuiscono al comfort e all’efficienza del gesto atletico.

«Non si tratta più solo di pedalare forte – dice Swart – ma di farlo con la massima coesione di sistema. La nutrizione, quindi, è calibrata con precisione: fonti di carboidrati a rilascio graduale, elettroliti per l’equilibrio idrico, e integrazioni mirate nei momenti topici della tappa e degli allenamenti. L’allenamento ad alta intensità (che richiede molti carboidrati, ndr) è stato un ambito che ha registrato una grande evoluzione in termini di ricerca nell’ultimo anno e noi l’abbiamo colto bene».

Ancora una volta tutto ciò ci dice come il ciclismo professionistico sia divenuto ormai una scienza della performance, dove ogni variabile è misurata, analizzata e ottimizzata per produrre il massimo risultato.

Giro d'Italia 2024, Roma, Tadej Pogacar, Vincenzo Nibali

Non solo con la forza: uno spunto di Nibali per Tadej

01.01.2026
3 min
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Un discorso nato proseguendo con Nibali il ragionamento sui quattro nuovi direttori sportivi che arriveranno in gruppo. In particolare, parlando di De Marchi, del suo modo di correre e del fatto che pochi oggi attacchino come faceva lui, il siciliano aveva usato un grande pragmatismo.

«Il gruppo – aveva detto Nibali – adesso ha un livello altissimo e poi ci sono quelli fuori misura. Una volta facevamo i 42 di media, oggi fai 47. Cinque chilometri di differenza che non sono legati solo alla preparazione, ma anche al pacchetto gara. Alla bici, il manubrio, la sella, il reggisella, le ruote, le scarpe, il calzino, il pantaloncino. E’ tutto più performante. E per attaccare quando si va a 45 di media, serve andare a 50 all’ora. Si alza l’asticella e devi tenere la velocità per più tempo, perché il gruppo non lascia andare. Ecco perché oggi è diventato più difficile andare in fuga e tanti rinunciano».

Nibali ha vinto la Sanremo 2018 attaccando sul Poggio e facendo poi il vuoto nella discesa: velocisti beffati
Nibali ha vinto la Sanremo 2018 attaccando sul Poggio e facendo poi il vuoto nella discesa: velocisti beffati
Anche perché un conto è partire a 45 all’ora, altro quando si va a 50: fai lo scatto e poi ti pianti…

L’eccezione è Pogacar, che ha un’esplosività notevole, poi si mette al suo ritmo, mandando tutti in acido. E quando sei in acido, per recuperare ci metti un sacco di tempo. Prima che riesci a smaltire l’acido, le gambe vanno in crisi e ci sta che la recuperi anche una settimana dopo. Quando corri contro Tadej, il problema principale è questo.

Forse il suo limite, se di limite si può parlare, è che pensa di poter gestire tutto con la forza. Vedi la Sanremo: prova a staccare tutti in salita, senza pensare di poterla vincere come fece Nibali in discesa…

E’ quello che dico io, perché lui è abituato a staccarli di forza. Qualsiasi gara la vince di forza, non tatticamente. Attacca perché è più forte, mentre chi è che vince con astuzia e tattica? Van der Poel. Mathieu ha vinto l’ultima Milano-Sanremo con la tattica, un concetto differente. E’ forte però allo stesso tempo ha una tattica.

Come è andata alla Sanremo?

Quando Pogacar ha attaccato e Van der Poel l’ha tenuto nel mirino, ho detto subito che se Tadej non fosse stato attento, l’altro sarebbe ripartito e lo avrebbe lasciato lì. Ebbene, un secondo dopo è successo proprio questo e per poco non lo stacca davvero. Poi in cima si sono guardati, però Tadej ha capito che l’altro ne aveva per lasciarlo là e quasi c’è rimasto. Secondo me, ha perso la Sanremo proprio in quel momento.

Il contrattacco di Van der Poel sul Poggio ha messo paura a Pogacar: secondo Nibali, in quel momento ha perso la Sanremo
Il contrattacco di Van der Poel sul Poggio ha messo paura a Pogacar: secondo Nibali, in quel momento ha perso la Sanremo
Però l’altro capolavoro Van der Poel lo ha fatto in volata, gestita come fa chi sa in che modo si gestiscono certe situazioni.

In una Milano-Sanremo il velocista è sempre più forte. Anche se ci sono da fare 300 chilometri, non c’è tanta differenza. E’ diverso se ne hai fatti 270 ma con 5.000 metri di livello, perché allora i valori si livellano e allora la volata magari la vinci.

E comunque Pogacar ci riproverà di certo.

Ha fatto il disegno di quello che vuole provare a vincere. Ci ha messo lo Svizzera, il Romandia, ha messo la Roubaix e la Milano-Sanremo. Quelle che gli mancano. E non farà il Giro d’Italia perché ha da fare tutte queste altre gare. E correrà ancora al suo modo, provando a staccarli tutti.

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna

EDITORIALE / L’importanza di avere un piano B

29.12.2025
6 min
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Prepararsi un piano B. Le parole pronunciate un paio di giorni fa da Rossella Di Leo si possono estendere a tutto il mondo del ciclismo, non soltanto ai corridori che devono smettere di correre. Nulla è per sempre. E se la carriera di un atleta è legata al suo rendimento e al riscontro che questo può avere agli occhi di manager e sponsor, per il movimento ciclistico mondiale il discorso è più complesso, ma tutto sommato identico.

Bryan Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)
Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)

Il piano B di Olivo

In questi ultimi giorni del 2025 si succedono riflessioni e spunti. Mattia Agostinacchio, folletto fortissimo del cross, è approdato grazie a questo nel WorldTour con la maglia della Ef Education-Easypost. Correrà su strada, ma ha preteso di andare avanti con l’attività offroad. In questi stessi giorni, Bryan Olivo si è accasato con lo Swatt Club, dopo essere stato lasciato a piedi dalla Bahrain Victorious nella quale aveva messo da parte il cross per puntare sulla strada. Il piano B alla fine è arrivato, ma ha il sapore del ripiego.

Poteva essercene un altro mantenendo il cross? Può darsi, ma la voglia o la necessità di portare al professionismo ragazzi poco più grandi che bambini costringe a rinunce che impediscono lo sviluppo dell’atleta nella sua completezza. I devo team sembrano sempre più una catena di montaggio e sempre meno una scuola di sport. Per i signori del WorldTour, a 22 anni sei da buttare.

UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione
UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione

Il piano B del ciclocross

La necessità di avere un piano B si impone allo stesso ciclocross, dopo che Van der Poel ha annunciato che questa potrebbe essere la sua ultima stagione. L’olandese ha incassato la solidarietà dell’eterno rivale Van Aert, che già da un po’, complici varie vicissitudini, è parso puntarci molto meno. Di fatto però la prospettiva di perdere il duello fra i giganti sta mettendo in crisi lo sport (invernale) preferito dai belgi.

In un interessante punto della situazione su Het Nieuwsblad, il giornalista belga Guy Van Langenbergh ha delineato prospettive traballanti. Le vittorie scontate di Lucinda Brand e dello stesso Van der Poel non generano entusiasmo, avendo reso ormai prevedibile il risultato. Se ne sono accorti gli investitori, rassegnati probabilmente al fatto che non vinceranno (quasi) mai. Il Ridley Racing Team non è riuscito a trovare uno sponsor principale e presto cesserà di esistere. Amandine Fouquenet, rivelazione della stagione tra le donne, sarà senza sponsor dal primo gennaio per la chiusura di Arkéa B&B. Stesso discorso per Ryan Kamp, senza sponsor dopo che negli ultimi due anni ha corso per i fratelli Roodhooft.

Dopo i 17.600 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)

Organizzatori e pubblico scontento

Non va meglio per gli organizzatori, prosegue l’analisi di Van Langenbergh. Allestire le grandi gare in Belgio è redditizio, ma soprattutto costoso e non tutti gli eventi ormai fanno il tutto esaurito. Al record dei 17.000 spettatori di Hofstade alla presenza di Van der Poel e Van Aert hanno fatto da contraltare i 5.000 di Zolder dove però VdP non c’era. Il pubblico nel frattempo inizia a lamentarsi, perché le dirette stanno diventando a pagamento e il biglietto di ingresso alla Coppa del mondo di Gavere è salito a 25 euro. Se far pagare il biglietto è la via per risollevare il ciclismo, forse anche in questo caso si potrebbe cercare un piano B.

A tutto ciò si aggiunga che gli atleti che si dedicano alla doppia attività – fra loro Van der Poel, Van Aert, Nys, Toon Aerts, Verstrynge, Del Grosso, Puck Pieterse e Shirin Van Anrooij – si fermeranno dopo i mondiali di fine gennaio a Hulst, per prepararsi al debutto su strada. La platea tornerà a disposizione degli specialisti che però in apparenza non destano l’interesse dei tifosi e degli investitori. Il ciclocross ha un piano B per quando i giganti avranno smesso di sfidarsi?

Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030
Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030

Il ciclismo dei dominatori

Proviamo a fare lo stesso discorso per la strada. Le vittorie spettacolari di Van der Poel nel cross sono prevedibili e questo provoca un calo non tanto dei tifosi quanto piuttosto degli sponsor. Si può pensare che potrebbe essere così anche per quelle di Pogacar, una volta che ad esempio lo sloveno avrà conquistato la Sanremo e la Roubaix? Su strada ci sono più avversari e anche giovani emergenti, ma intanto è lecito pensare che gli sponsor continueranno a masticare amaro. Ne avranno voglia ancora a lungo?

Certo il calendario estivo è ben più consistente e il bacino del pubblico è più grande, ma ricordiamo quel che accadde quando si ritirò l’ultimo dominatore e ci accingemmo al primo Tour senza di lui. L’edizione del 2006 fu un disastro, in un ciclismo diverso (fortunatamente) dall’attuale. Il tempo che Armstrong si togliesse dalla scena e l’Operacion Puerto causò il ritiro dalla corsa dei principali sfidanti degli anni precedenti. Mentre Floyd Landis, che sembrava destinato a conquistare la maglia gialla, fu eliminato a sua volta dagli ordini di arrivo, con la maglia gialla consegnata in un secondo momento a Oscar Pereiro Sio.

Alla presentazione del  Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell'anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio

Il piano B della strada

Per seguire Armstrong tanti avevano imboccato la stessa strada, oggi per raggiungere il livello stellare di Pogacar si sta innalzando il livello della performance. Si cercano ragazzini che possano seguirne le orme (o quelle di Evenepoel) e poco importa quanti se ne bruceranno durante la ricerca. Tadej e il suo immenso talento, che nulla hanno a che vedere con le abitudini dell’americano, hanno portato il gruppo a ricercare guadagni in dettagli di cui si ignorava persino l’esistenza. E a gettare dalla rupe gli atleti poco meno che eccellenti. Un valido piano B potrebbe essere la ricerca della normalità, capire che stiamo vivendo un’epoca irripetibile e sarebbe sbagliato pensare che il ciclismo continuerà per sempre allo stesso modo.

Che cosa succederà quando anche Pogacar smetterà? Da chi sarà composto il gruppo (proviamo a pensare anche a quello italiano) se nel frattempo tanti giovani vengono sacrificati senza neppure dargli la possibilità di emergere? Il ciclismo ha pronto un piano B o arriveremo a quel punto e poi si vedrà?

Pogacar

Più Roubaix e Sanremo che Tour: Pogacar ha puntato il dito

14.12.2025
6 min
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BENIDORM (Spagna) – L’hotel “invaso” dalla UAE Emirates sembra più una cittadella del ciclismo che un semplice quartier generale. Il dispiegamento di forze e mezzi colpisce prima ancora delle parole: motorhome, ammiraglie, personale, struttura e presenza mediatica raccontano una squadra diventata un colosso, come forse mai si era vista nel ciclismo. La presentazione della stagione 2026 di Tadej Pogacar è un richiamo enorme (in apertura foto Fizza).

Al mattino l’attesa è tutta per la conferenza stampa del campione sloveno, anche se nei corridoi serpeggia una curiosità quasi parallela per il programma futuro di Isaac Del Toro. Ci si attende l’annuncio della presenza del messicano al Giro d’Italia. Cosa che non arriverà… Pogacar, invece, è il solito Pogacar: sereno, misurato, apparentemente impermeabile al clamore. Sale in bici, parte, rientra, chiede cosa c’è in programma e riparte ancora con Adam Yates.

Qualche ora dopo, al pomeriggio in conferenza stampa, risponde con controllo e lucidità. Il calendario è in gran parte atteso, ma colpisce l’insistenza su due gare: Sanremo e, ancora di più, Roubaix.

Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’
Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’

Obiettivo classiche

E’ un calendario denso ma razionale quello che Pogacar dovrà affrontare nel 2026. Le Classiche del Nord tornano a occupare un ruolo centrale, anzi centralissimo. Strade Bianche in apertura, poi Sanremo, quindi Fiandre, Parigi-Roubaix, Freccia e Liegi-Bastogne-Liegi. Prima del grande appuntamento estivo, ovviamente il Tour, il passaggio in Svizzera sarà affidato a due corse a tappe, due novità tra l’altro per lo sloveno: il Tour de Romandie e il Tour de Suisse.

Il grande obiettivo per Pogacar quindi resta il Tour de France, ma Pogacar non nasconde un’ambizione più ampia: vincere tutto, Monumenti e Grandi Giri. «Perché – dice con il pragmatismo che gli appartiene – il tempo passa veloce e ogni stagione porta nuove occasioni. Non sono ossessionato dalle vittorie. Né se non dovessi riuscire la Sanremo o la Roubaix o anche il Tour de France. Ovvio però che se mi chiedete se preferisco vincere il Tour o la Roubaix, dico la Roubaix. Un conto è passare da quattro a cinque (le vittorie del Tour), un conto da zero a uno.

«Tornare su terreni ancora non conquistati mi stimola. Sono gare che sento di poter vincere. L’idea è scegliere con attenzione, correre meno giorni rispetto ad altri e arrivare sempre nelle condizioni migliori». Quest’ultima parte delle sue parole è la risposta ad una domanda che in conferenza stampa è emersa più volte: «Come fai ad essere competitivo da febbraio a ottobre?». Tadej ha risposto che è possibile con una programmazione oculata ed è vero. Le fasi di riposo non sono mai mancate e, a conti fatti, nel 2025 ha inanellato 50 giorni di corsa: ben al di sotto della media dei suoi colleghi.

Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq
Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq

Pogacar e i 5 Monumenti

Ma è quando si parla di classiche che Pogacar si accende davvero. Alla fine questa sfida dei cinque Monumenti lo stuzzica, eccome. Il suo volto è un libro aperto. La Sanremo resta una “ferita” aperta e allo stesso tempo una calamita. Ma è la Roubaix a occupare il centro del discorso. «Il raid al Nord per la ricognizione sul pavé è stato estremamente positivo. Mi sono trovato a mio agio con i materiali testati, con la guida sul pavé. Sono sensazioni incoraggianti. Sappiamo cosa serve per affrontare l’Inferno del Nord».

Pogacar distingue nettamente la preparazione per Fiandre e Roubaix. «La prima richiede il cento per cento su strappi brevi, ripetuti, sul pavé e sulla gestione dello stress in gruppo per oltre sei ore di gara. La seconda arriva solo una settimana dopo e pretende soprattutto recupero e gambe. Gambe capaci di esprimere sforzi lunghi e devastanti quando il contachilometri è già avanzato».

Rispetto ai Grandi Giri, le Classiche gli sembrano quasi meno stressanti. «Al Tour – dice mentre sorseggia un bicchiere d’acqua – ogni giorno è una prova di concentrazione assoluta, con una pressione continua che lascia poco spazio al divertimento». Forse anche per questo comprende anche le scelte di chi, come Remco Evenepoel, decide di evitare questo tipo di corse. Tuttavia Pogacar non vede la doppia sfida, classiche e Grandi Giri, come un compromesso: «Nel ciclismo gli imprevisti esistono sempre e programmare con coraggio fa parte del gioco».

Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche
Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche

Tenere alta l’asticella

E’ restare in cima la vera sfida di Tadej. Non una pressione, non un’ossessione, ma uno stimolo quotidiano. Ogni stagione richiede di alzare ancora l’asticella, di trovare nuovi margini di miglioramento senza snaturarsi. Lui è al vertice e gli altri cercano in ogni modo di raggiungerlo. Gli altri insomma hanno un punto di riferimento, lui no. E in questo percorso il rapporto con il preparatore Javier Sola è centrale.

«Con Sola e gli altri tecnici – dice Pogacar – c’è un dialogo continuo, fatto di messaggi dopo gli allenamenti, di attenzione non solo ai numeri ma anche alle sensazioni. Javier non è solo il tecnico che analizza i dati, ma una figura che si interessa al mio stato mentale e al benessere complessivo. Questa fiducia reciproca crea un ambiente in cui è naturale comunicare apertamente, segnalare un problema o proporre un aggiustamento.

«Si parla del mio futuro, ma io oggi voglio godermi il percorso… Consapevole che mantenere questo livello richiede lavoro costante e lucidità. Anche nella mia vita privata l’impatto mediatico ormai è forte. Sono consapevole che non può più essere una vita “normale” (anche lui mima il gesto delle virgolette, ndr) come un tempo. Ma provo comunque a ritagliarmi spazi di vita semplice».

Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling
Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling

Con Del Toro al Tour

E’ quasi difficile ormai fare domande allo sloveno. Delle vittorie si è già parlato. Di crono o salita idem. Degli stimoli ha appena detto. Resta il tema della squadra. La prima al mondo.

«Abbiamo un team fortissimo – spiega Pogacar – una rosa di trenta corridori di questo valore ti consente di formare sempre una squadra da Tour. La qualità è alta e, soprattutto, ognuno conosce perfettamente il proprio ruolo. Chi ha condiviso la vittoria in un Grande Giro diventa qualcosa di speciale, quasi una famiglia: sacrifici comuni e un obiettivo condiviso».

In questo contesto si inserisce anche Isaac Del Toro, destinato ad affiancare Pogacar al Tour. La sua crescita è vista come una risorsa, non come una minaccia. Neanche ci si prova a metterli in rivalità, come magari era successo con Remco e Lipowitz due giorni fa a Palma de Maiorca.

«Del Toro mi piace come corridore e come uomo – spiega – sono contento di averlo vicino al Tour de France. Tra l’altro potrà fare bene ed è giusto che i giovani lottino nelle grandi corse. Bisogna dargli spazio e costruire il futuro loro e al tempo stesso della squadra».

Astana Proteam 2016 - Training Camp Calpe, Giuseppe Martinelli

Il Giro a settembre è più di una chiacchiera da bar

12.12.2025
5 min
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Vi è mai capitato che qualcuno molto più giovane di voi vi abbia proposto di fare qualcosa di diverso e per tagliare corto gli abbiate risposto di no, perché si è sempre fatto così? Quando Tadej Pogacar ha detto che secondo lui sarebbe opportuno invertire le date del Giro e della Vuelta, il ciclismo ha reagito allo stesso modo.

«Il Giro ha date tradizionali – ha detto Paolo Bellino, direttore generale e amministratore delegato di Rcs Sport& Events –  e non vogliamo che vengano cambiate. Ogni Grande Giro ha una sua storia e un suo significato, in parte determinati dalla posizione del calendario. Il Giro si è svolto 107 volte nel mese di maggio. L’unica eccezione è stata durante la pandemia di coronavirus, un periodo unico per il mondo intero, in cui abbiamo dovuto fare tutto il possibile per salvare la stagione».

Risposta prevedibile, anche se il riferimento al Giro del 2020 ci ha riportati con la memoria a una delle edizioni più belle vissute da addetti ai lavori. Sarà perché profumava di liberazione dal Covid o perché stava per andare online bici.PRO, ogni volta che con Filippo Lorenzon ci troviamo a ricordare quel Giro vissuto assieme, si finisce sempre col dire che fu bellissimo. Si riuscì persino a fare lo Stelvio, nonostante fosse cattivo tempo, mentre lo scorso anno a maggio lo Stelvio ci fu vietato dalla neve.

Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Stelvio, Giro d'Italia 2020
Il Giro del 2020 si corse in pieno autunno: giornate molto belle e lo Stelvio affrontato il 22 ottobre era senza neve
Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Stelvio, Giro d'Italia 2020
Il Giro del 2020 si corse in pieno autunno: giornate molto belle e lo Stelvio affrontato il 22 ottobre era senza neve

Le resistenze degli italiani

Così per tornare sul tema proposto da Pogacar, ci siamo rivolti a Giuseppe Martinelli. Uno che di Giri ne ha visti più di noi e, come noi, ricorda quando la Vuelta si correva ad aprile (fino al 1994) e l’UCI propose loro e agli italiani – uno a scelta – di spostarsi a settembre. Gli spagnoli accettarono e il nuovo assetto del calendario prese il via.

«Tu sai che gli italiani di partenza – dice – fanno sempre fatica a capire al volo le opportunità. Sono abbastanza tradizionalisti. Quando l’UCI chiese di fare quel cambiamento, anche io sarei stato abbastanza restio a dire sì. Però con i tempi attuali e con le stagioni che sono venute fuori, i campioni, le strategie e tutta una serie di altri fattori, adesso come adesso forse sarebbe sicuramente più facile organizzare il Giro a fine agosto, trovare grandi corridori e fare le salite. Senza contare che la primavera si è portata un pochino più avanti e negli ultimi anni maggio è stato il mese più brutto».

Rominger vinse l'ultima Vuelta di aprile: vinse di seguito dal 1992 al 1994
Rominger vinse l’ultima Vuelta di aprile: trionfò dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Rominger vinse l'ultima Vuelta di aprile: vinse di seguito dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Rominger vinse l’ultima Vuelta di aprile: trionfò dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Sono chiacchiere da bar, Martino, ma c’è del vero. Hai parlato dei corridori…

Vedi anche adesso Remco e non capisco come sia possibile che non pensi più al Giro che al Tour. Però il Tour è una macchina da guerra e, se non ti chiami Pogacar e vuoi fare bene in Francia, il Giro non lo puoi fare. Non c’è niente da aggiungere. Inutile dire che vieni qua, ti prepari e magari vinci, poi vai al Tour. Se vinci il Giro sei bravo, poi però vai in Francia e ti lasciano lì come una pelle di fico.

Maggio è uno dei mesi più brutti e infatti ormai si è rinunciato a fare certe salite molto alte…

Negli ultimi anni che facevo il direttore sportivo, le salite andavo a provarle più a ottobre e novembre, che a marzo e aprile. A primavera trovavi sempre la neve, mentre a ottobre e novembre trovavi bellissime giornate. Almeno fino a quando hanno presentato il Giro, lasciandoti il tempo per muoverti. Credo che la Vuelta a maggio sarebbe molto meno calda, ma avrebbero anche loro il problema della neve in alto. Per questo credo che a loro lo scambio forse non piacerebbe. Anche perché negli ultimi anni, i corridori buoni vanno in Spagna e c’è sempre battaglia. Qualcuno prepara i mondiali, c’è chi ha saltato la stagione per qualche motivo, mentre qualcuno deve rimetterla in gioco. Mi ricordo invece quando la Vuelta era ad aprile e dalla Spagna arrivavano direttamente nelle Ardenne. Chi correva in Spagna quasi mai faceva il Giro e per i pochi che ci provavano, era veramente difficile.

Oggi è anche peggio: difficilmente fai una corsa per trovarti pronto nella successiva…

Chi prepara una corsa e punta al risultato pieno, non va a cercare la condizione nelle corse prima. Adesso si va lì e si fa la gara, preparandola a casa e facendo semmai una corsa in meno. Ormai dei grandi chi fa il Romandia per preparare il Giro? Quasi nessuno, mentre prima era quasi un percorso obbligato andare al Romandia o al Giro del Trentino, che ora è Tour of the Alps. Vanno in altura e arrivano alla partenza già tirati a lucido.

Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Pensi che stando così le cose, Vingegaard verrebbe al Giro di maggio?

Secondo il mio punto di vista, al di là di avere un campione qui in Italia, sarebbe la normalità farlo venire al Giro. Non tutti però la pensano come noi e al contrario pensano che il Tour possa vincerlo chiunque, ma il Tour purtroppo lo vince uno, che c’è già. Se Vingegaard non viene al Giro, vuol dire che non gli importa molto di vincere le corse, senza contare che conquisterebbe la Tripla Corona prima di Pogacar, che in sé sarebbe un evento. Non so come ragionano, ma io con le mie squadre volevo vincere: che fossero corse grandi oppure le piccole. Se poi qualcuno ritiene che sia un disonore vincere il Giro d’Italia e partecipare al Tour senza essere al 100 per cento, allora non so cosa pensare.

Di certo il Giro a settembre avrebbe quelli che non hanno vinto il Tour. Mentre la Visma quasi neppure ha celebrato la vittoria di Yates: il Tour con Vingegaard ha coperto tutto.

Sicuramente passa tutto velocemente e rimane soltanto il Tour che sa far parlare. Le altre corse, a parte la Sanremo e alcune altre classiche, ormai sono corse di passaggio. Anzi qualcuna nemmeno la considerano più. Se non ci va Pogacar, il Catalunya perde tantissimo. Stesso discorso per i Paesi Baschi, che erano una signora corsa. Adesso passa in silenzio, che quasi non sai chi l’ha vinta. In più c’è il discorso dei punti. Nell’ultimo anno del triennio, hanno deviato tutti sulle corse più a portata di mano, dove magari sapevano di non fare risultato, ma di prendere punti.

Forse la vera provocazione sarebbe proporre al Tour di cambiare la data col Giro?

La vedo dura. E’ il Tour che fa il calendario, il Tour non si tocca…