Search

Soudal e ciclismo: le ragioni della scelta

15.03.2023
7 min
Salva

La prima fu Mapei, che mise il suo nome su quelle maglie a cubetti e, facendo la storia del ciclismo, si fece conoscere nel mondo. Adesso c’è Soudal. L’azienda belga, prima al mondo nella produzione di siliconi e sigillanti, ha lasciato la Lotto per diventare primo nome in casa di Lefevere e ha trovato nel ciclismo una grande comunione di intenti e valori. Durante la presentazione della Soudal-Quick Step a Popsaland, il fondatore Vic Swerts parlò di passione, squadra, condivisione e famiglia. Lo fece con un tale trasporto da far scattare la curiosità: che cosa c’è di così magnetico nel ciclismo?

La Fattoria Pieve a Salti è diventata la base dei team Soudal durante la Strade Bianche
La Fattoria Pieve a Salti è diventata la base dei team Soudal durante la Strade Bianche

Con Soudal in Toscana

Non potendo arrivare nell’immediato a Victor Theresia Gerardus Gustavius baron Swerts (questo il nome completo dell’ottantaduenne di Turnhout), abbiamo approfittato della Strade Bianche per incontrare Mario Sorini, toscano, Direttore Generale di Soudal Sud Europa.

Nel ciclismo arrivò lui per primo, quando decise di sponsorizzare la squadra di mountain bike di Stefano Gonzi. Per questo nei giorni della classica toscana, la Fattoria Pieve a Salti (che della stessa squadra è pure sponsor) si è trasformata nel quartier generale Soudal, accogliendo anche il team WorldTour con Alaphilippe e compagni.

«In passato – ammette sorridendo Sorini, con la sua cadenza toscana – non ero un grande fan di questo sport. Il ciclismo è capitato perché un giorno con un amico decisi di prendere una mountain bike per fare qualche giretto il sabato e la domenica e in quell’occasione mi fu chiesto di sostenere una squadra di mountain bike. Quella di Stefano Gonzi, appunto. Decisi di provare e da lì nacque la passione».

Mario Sorini è Direttore Generale di Soudal Italia e responsabile per il Sud Europa. E in azienda da 20 anni
Mario Sorini è Direttore Generale di Soudal Italia e responsabile per il Sud Europa. E in azienda da 20 anni
E’ vero che Soudal Italia è arrivata nel ciclismo in Italia prima che in Belgio?

In Belgio, Soudal è un’azienda famosa. Ma è vero che a un certo punto il mio capo vide quello che stavamo facendo in Italia e decise di investire sulla Lotto-Soudal. Anche loro sono sempre venuti qui a Pieve a Salti, anche se negli ultimi due o tre anni non è andata benissimo. Comunque l’impegno nel professionismo è iniziato così.

Quali sono i punti in comune fra questo sport e un’azienda così grande?

Penso che il ciclismo accomuni le persone. Aprendo la filiale italiana, anche noi abbiamo lavorato nella stessa direzione. Quando sono arrivato vent’anni fa, Soudal era un marchio completamente sconosciuto e lavorando insieme, abbiamo aiutato professionisti che non si conoscevano a risolvere i loro problemi. Abbiamo creato un vero spirito di squadra.

La Soudal-Lee Cougan è una squadra di riferimento nel mondo delle Marathon (foto Facebook)
La Soudal-Lee Cougan è una squadra di riferimento nel mondo delle Marathon (foto Facebook)
Basta questo per scegliere di investire nel ciclismo?

Nel ciclismo non c’è troppa faziosità. L’atleta che vince è un capitale di tutti, non c’è l’agonismo spinto del calcio. Il pubblico tifa per tutti gli atleti. Nel ciclismo si apprezza il lavoro in team, cioè tutta la squadra lavora insieme.

In azienda vivete secondo gli stessi valori?

Direi proprio di sì. Abbiamo impostato questo metodo, affinché tutti possano vivere l’azienda come una famiglia. Credo che anche in Italia siamo riusciti a trasmettere questo spirito. Abbiamo cominciato da zero, creando la squadra in azienda e fuori, facendo gruppo anche con i nostri clienti. E così facendo, siamo riusciti a far conoscere il marchio.

Jakobsen campione d’Europa, Merlier del Belgio, Evenepoel del mondo e Cavagna di Francia
Jakobsen campione d’Europa, Merlier del Belgio, Evenepoel del mondo e Cavagna di Francia
Il ciclismo come motivo di aggregazione?

Da quest’anno abbiamo individuato quattro manifestazioni che i nostri distributori potranno sfruttare per aggregare i loro clienti. Questo ci servirà a far conoscere di più Soudal, ma soprattutto a creare attorno a noi un gruppo compatto. Se vogliamo della professionalità e attori che lavorino nel mondo dell’edilizia e della riqualificazione energetica, c’è la necessità di stare più insieme per crescere professionalmente. E il ciclismo si presta particolarmente.

Di quali manifestazioni parliamo?

Di quelle che raggruppiamo sotto la definizione Soudal Experience. Per cui dopo la Strade Bianche ci saranno la Legend Cup di Capoliveri, la Nove Colli e la Nova Eroica a Buonconvento per la quale un nostro cliente importante ha già comprato tutti i pacchetti a noi riservati per organizzare un evento con la sua clientela. I nostri clienti potranno divertirsi per una giornata con le loro famiglie e con i loro amici e magari ritagliarsi anche un momento in cui si vorranno approfondire alcune tematiche.

Fra le quattro manifestazioni di Soudal Experience c’è la Nova Eroica di Buonconvento (foto Facebook)
Fra le quattro manifestazioni di Soudal Experience c’è la Nova Eroica di Buonconvento (foto Facebook)
E’ davvero pensabile che un’azienda così grande possa vivere come una sola squadra?

C’è stata una svolta. Abbiamo lavorato una vita per conto terzi, ma negli ultimi 18 anni si è deciso di puntare sul nostro marchio e l’azienda è stata stravolta. Sono state fatte tantissime acquisizioni e sono venuti gli investimenti. Alla base c’è un forte spirito di gruppo, di team e di famiglia. E’ quello che si respira in Belgio, per la precisa volontà del nostro titolare di lavorare e considerare tutte le persone come una grande famiglia di più di 3.000 persone.

Numeri decisamente importanti…

Siamo quasi in 80 Paesi con filiali dirette, poi produciamo in India, in Cina, in Corea, in Turchia e adesso in Francia. In ciascuna di queste sedi c’è lo spirito che Swerts trasmette in prima persona. La nostra azienda ascolta molto le persone, prende il meglio da tutti i componenti della squadra.

Soudal è il primo gruppo al mondo per siliconi e sigillanti. Da poco ha lanciato prodotti per la cura della bici
Soudal è il primo gruppo al mondo per siliconi e sigillanti. Da poco ha lanciato prodotti per la cura della bici
In che modo lo spirito belga si trasferisce ad esempio in Italia?

Vogliamo che i nostri distributori abbiano a loro volta lo stesso atteggiamento verso i loro clienti. Per questo Soudal sta costruendo una serie di scuole di formazione e di qualifica sul territorio italiano, per far sì che gli operatori si possano qualificare e diventare più esperti. L’obiettivo è quello di innalzare il livello qualitativo dei professionisti.

Che tipo di vetrina vi offre il ciclismo?

Il ritorno economico è difficile da misurare. Certamente per un’azienda che era sconosciuta, ciclismo significa innanzitutto visibilità. Non è stato facile farci conoscere. Con Lotto, si era stabilito che fuori dal Belgio saremmo stati Soudal-Lotto, ma il messaggio non è mai passato. Adesso non potevamo pensare di cancellare il nome Quick Step, ma almeno il nostro è davanti. Certamente in un momento di notorietà come questo che stiamo vivendo, la nostra società sta crescendo ancora a doppie cifre. Quindi riteniamo di aver indovinato la ricetta giusta e di essere riusciti a trasferire questo spirito di squadra. 

Nella sera dopo la Strade Bianche, cena di festa: Sorini e Lefevere, all’inizio della collaborazione
Nella sera dopo la Strade Bianche, cena di festa: Sorini e Lefevere, all’inizio della collaborazione
La visione di Vic Swerts insomma è di grande modernità…

Ritengo che lui sia più moderno di alcuni suoi manager. A volte gli vediamo fare delle acquisizioni che sul momento ci possono trovare anche critici. Acquisiamo 3-4 aziende ogni anno e a volte capita di chiedersi il perché di certe scelte. Poi ci rendiamo conto che il capo ha visto più lontano di noi e che certe scelte fatte qualche tempo prima sono la base per acquisizioni successive che necessitavano tecnologie che a quel punto ci ritroviamo già in casa.

Oggi Sorini è tifoso di ciclismo?

Il ciclismo è cambiato. Il Giro d’Italia e altri tipi di manifestazioni sono molto più legati al territorio e questo non è da sottovalutare. Quando si vedono tutte le riprese dei paesaggi, mi rendo conto che il ciclismo sia un grande link con il territorio, quindi anche con il valore delle nostre regioni, con il cibo italiano, la cultura e il nostro modo di vivere. Ho colleghi belgi che stanno acquistando molte proprietà in Italia. Noi italiani effettivamente non abbiamo una grande industria, devo dire quindi che è intelligente sfruttare l’industria del turismo.

Storia di Paez, grande biker che sognava la strada

14.03.2023
7 min
Salva

La sua poteva essere la storia di Egan Bernal, ma 15 anni prima: la storia di un grande stradista nato dalla mountain bike. E oggi che Leonardo Paez si avvia verso i 40 anni con due mondiali vinti e decine di grandi marathon in bacheca, scopriamo che in fondo allo sguardo gli resta un piccolo rimpianto legato alla strada.

Lo incontriamo nella Fattoria Pieve a Salti, alla vigilia della Strade Bianche, mentre si muove con grande discrezione in mezzo ai pro’ della Soudal-Quick Step. Il volto sudamericano di chi è nato specchiandosi nelle cime delle Ande, Paez ha alle spalle una carriera esemplare e ancora oggi è il riferimento dei biker del Soudal-Lee Cougan International Team di Stefano Gonzi.

Numeri da fuoriclasse

Il posto in cui è nato, Ciénega nella regione di Boyaca, è nel cuore della regione dei grandi scalatori colombiani. Lassù, si corse il mondiale del 1995 e di recente il Tour Colombia ha permesso di ricoprirne la magia. Le strade e le salite di Nairo Quintana e Miguel Angel Lopez, come pure di Oliverio Rincon e Mauricio Soler, Buitrago, Anacona e il vecchio Patrocinio Jimenez. In quella terra verdissima sul filo dei 2.500 metri, nel 1982 nacque Hector Leonardo Paez Leon. Corridore di bici, ma in fuoristrada. E chissà che cosa sarebbe successo se qualcuno gli avesse dato la possibilità di continuare anche su strada. Ancora oggi viaggia in salita con 7 watt/kg ed è così da vent’anni. Forse arrivò in Europa troppo presto rispetto alle nuove leve del ciclismo colombiano: sta di fatto che è diventato uno dei biker di lunga distanza più forti al mondo.

«Sono a un punto ancora buono della mia carriera – racconta – perché prima di tutto mi piace ancora correre e mi diverto. Si può dire che questa sia la cosa più importante, finché mi diverto vado avanti. Lotto ancora per le prime posizioni, mi sento bene, cerco di fare il meglio. Sono stato in tante squadre, ma qui alla Soudal-Lee Cougan ho trovato una dimensione umana che mi piace. Ho persone che mi aiutano e tutto quello di cui ho bisogno».

Sulle salite lunghe è ancora uno dei più forti del gruppo con i suoi 7 watt/kg (foto Instagram)
Sulle salite lunghe è ancora uno dei più forti del gruppo con i suoi 7 watt/kg (foto Instagram)
Arrivasti in Europa giovanissimo…

Avevo vent’anni, è passato davvero tanto tempo. Non conoscevo l’ambiente della mountain bike in Europa. In Colombia si facevano poche gare, si correvano soprattutto dei cross country o comunque gare corte. All’inizio non fu facile, nel senso che la gente andava forte anche in discesa, mentre io ero abituato che in salita andavo via e poi la discesa me la gestivo tranquillo. Invece qua bisognava andare forte a salire e anche a scendere, infatti ho perso tante gare in discesa perché ero fermo. Poi piano piano mi sono abituato e alla fine ho raggiunto il livello dei più forti.

Hai cominciato in mountain bike, che rapporto avevi con la strada?

Ho sempre fatto mountain bike, ma soprattutto all’inizio ho fatto anche un po’ di strada in preparazione. Facevo entrambe. La prima bici che ho avuto fu una mountain bike e mi sono innamorato. Ho fatto un po’ di gare su strada. Ho corso un anno con una squadra colombiana, la Ebsa-Indeportes Boyacá.

Nel 2014, Paez ha partecipato alla Vuelta a Colombia in preparazione per la mountain bike
Nel 2014, Paez ha partecipato alla Vuelta a Colombia in preparazione per la mountain bike
Come ti parve?

Arrivai alla strada per via di un infortunio. In precedenza avevo partecipato al Clasico RCN e da ragazzino a due Vuelta de la Juventud. Mi trovai in mezzo a un anno un po’ difficile, perché a causa di una frattura sono stato per mesi senza correre. Così nella stagione successiva andai su strada. Scoprii che mi piaceva e avrei continuato volentieri. Solo che l’anno dopo la squadra cambiò gestione e non fu possibile andare avanti. Così me ne tornai alla mountain bike.

Qualcuno dice che saresti stato un ottimo stradista.

Eh sì, lo credo anch’io e penso che non ho avuto l’ingaggio giusto. Ho sempre fatto mountain bike, dovevo rischiare magari di continuare un anno su strada, provare e magari poteva andare meglio. Esattamente come Egan, no? Lui ha cominciato a fare mountain bike, poi ha trovato la squadra giusta, nel momento giusto della sua carriera e si vede adesso dov’è. Comunque sono contento di aver aperto la strada per altri atleti, forse anche per lui. Sono stato uno dei primi colombiani a venire in Italia per la mountain bike. Io ho continuato la mia carriera, altri hanno cambiato.

Ti senti un’ispirazione per i ragazzi colombiani?

Credo di sì. Tanti mi seguono e nel frattempo il mondo della mountain bike è cresciuto anche in Colombia e i giovani mi vedono come un riferimento. Magari sognano in un futuro di essere come me, mentre altri sognano di fare strada.

Vieni da Boyaca, terra di scalatori.

Esatto, vivo vicino a Maurizio Soler (il corridore colombiano, classe 1983, vinse la maglia a pois e una tappa al Tour del 2007, ma chiuse la carriera con un brutto infortunio al Giro di Svizzera del 2011, in seguito al quale rimase offeso, ndr). Mi spiace tanto per lui. Io ho cominciato un pochino dopo, siamo molti amici. Quando sono in Colombia lo incontro spesso, perché comunque passo quasi ogni giorno dove abita, così vado a trovarlo e lo saluto. E’ un po’ frustrante vederlo così, perché lui era un grande campione e poteva fare molto bene.

Con Quintana, nel febbraio 2018 sulle strade colombiane di Boyaca (foto Instagram)
Con Quintana, nel febbraio 2018 sulle strade colombiane di Boyaca (foto Instagram)
Tanti stradisti fanno avanti e indietro dalla Colombia, fanno altura prima delle grandi corse: per te è lo stesso?

Non proprio. Quelli della strada hanno la fortuna che le squadre gli permettono di andare e tornare. Io non riesco, non è così facile. Soprattutto perché corro quasi tutte le domeniche e non ho il tempo per staccare e andare a casa. Lo faccio magari a fine anno, se riesco metà a stagione.

Sei nato a 2.500 metri, riesci ad allenarti in altura qui in Europa?

Sì, a volte sì, magari prima dei grandi appuntamenti, come la Dolomiti Hero (Paez l’ha vinta per sette volte, ndr), faccio un po’ di altura. Oppure prima del mondiale. Magari vado a Livigno o sul Passo Pordoi. 

La settima volta sul traguardo della Hero nel 2022 (foto Facebook)
La settima volta sul traguardo della Hero nel 2022 (foto Facebook)
Qual è la corsa che ti piace di più qua in Europa?

Mi sono innamorato e mi piacciono tutte le corse con più salita, tipo la Dolomiti Hero, la Dolomiti Superbike e gare mitiche che ho scoperto quando sono arrivato qui, tipo la Rampilonga o la 100 Chilometri dei Forti. Sono gare che hanno fatto la storia e mi sono rimaste nel cuore.

Quest’anno obiettivo mondiale?

Parto con l’obiettivo di fare bene nelle gare più importanti e soprattutto al mondiale, vorrei vincere il terzo (ha vinto i primi due nel 2019 e 2020, ndr) e fare meglio del 2022. E’ stato un mondiale strano, quest’anno in Scozia pare sia molto duro, vedremo che cosa sarò capace di fare…