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Valentina Alessio, nostra signora di Pordenone

12.06.2023
5 min
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Il 12 agosto del 2001 Valentina Alessio era in Messico per una prova di Coppa del mondo juniores su pista. L’aveva convocata Federico Paris, allora tecnico della velocità azzurra. Lombarda di Lecco, aveva 18 anni e tutto avrebbe immaginato, fuorché di fare un record del mondo. Invece si ritrovò seduta accanto a un mostro sacro come Theo Bos, cinque titoli mondiali su pista e più di trenta vittorie su strada. Chissà se i ragazzi e le ragazze che Alessio allena su pista a Pordenone conoscono la sua storia. L’ultimo in ordine di tempo ad averci parlato di lei è stato Mateo Duque, il giovane argentino della Gottardo Caneva.

«Quando ho fatto il record del mondo – ricorda e sorride – fu una giornata bellissima. Ero junior, però mi portarono a correre con le elite. Dovevo fare semplicemente i 500 metri, per cui mi avevano dato la bicicletta di Villa, che mi pare fosse lì per fare il quartetto. Così mi diedero la sua bici perché era già pronta, con le corna di bue e tutto il resto. Io più o meno ero alta come lui, anche se qualche misura non era giusta e lui infatti mi disse di non spostargli la sella…».

In coppia con Elisa Frisoni: le due sono state a lungo i punti di forza della velocità azzurra
In coppia con Elisa Frisoni: le due sono state a lungo i punti di forza della velocità azzurra
E tu?

E io corsi con la sua altezza di sella. Ero in mezzo alle elite, mi piazzai al quarto posto e mentre stavo andando via, venne un giudice a dirmi che dovevo andare a fare l’antidoping. Io ero stanca morta, avevo appena finito la prova e quello era venuto a parlarmi in inglese. Lo guardai. Gli chiesi cosa volesse. E lui mi spiegò che serviva per omologare il record del mondo (35″550, ndr).

Non te lo aspettavi?

No, ma andai ugualmente con lui. Mi sedetti accanto a Theo Bos e solo allora cominciai a realizzare di averlo fatto.

Le statistiche dicono che sei nata a Lecco ad agosto del 1983, come sei arrivata in Friuli?

Mi sono sposata qua e sono rimasta. Ho corso fino al 2008, quindi ho smesso presto e quando è così qualche rimpianto ce l’hai. Ho dato quello che potevo, ma adesso vedo che le cose stanno cambiando. Quando correvo io, se non avevi sbocchi in pista, potevi entrare in un corpo militare o andavi a lavorare sostanzialmente. Non tutti entravano nei corpi militari, io non di certo. Poi ho avuto anche problemi alla salute e alla fine decisi comunque di smettere.

Una carriera quasi tutta su pista, giusto?

Ho vinto 17 titoli italiani e sono entrata in nazionale sin dagli juniores. Poi ho smesso per 2-3 anni a causa di un carcinoma alla tiroide e ho ripreso nel 2006 a far proprio pista come si deve. Ho fatto gli ultimi due anni, ma non c’era più un settore velocità. Di fatto hanno ripreso quest’anno dopo 12-13 anni di attesa, ma il settore ancora non è stabilizzato.

Il velodromo di Pordenone è intitolato a Ottavio Bottecchia e fu inaugurato nel 1926
Il velodromo di Pordenone è intitolato a Ottavio Bottecchia e fu inaugurato nel 1926
Come arrivi al velodromo di Pordenone?

Negli ultimi anni, mi allenavo qua a Pordenone. Conoscevo Gino Pancino (pordenonese, iridato in pista nel 1966) e conoscevo anche Rino De Candido perché era il tecnico della nazionale juniores dei maschi e insieme abbiamo fatto tantissime coppe del mondo. Loro sapevano che ormai abitavo qui e avevano bisogno di un affiancamento per Silvano Perusini, che dirigeva la pista. E quando lui ha scelto un’altra strada, mi ha lasciato in mano il velodromo.

Com’è mandare avanti un velodromo come il Bottecchia?

Non è facile, perché non è un velodromo piccolo. Abbiamo 150 iscritti, ma per fortuna ho un meccanico che mi dà una mano. Da solo non fai niente, anche perché l’allenamento lo dividiamo comunque su due turni. C’è il ragazzo che non è mai andato in pista e quello più esperto, ma non puoi seguire tutti insieme. Per questo ho bisogno di una mano, capito?

Tu segui la loro preparazione?

Li alleno. Li divido sempre in due turni, con gli esordienti e le donne nel primo turno, mentre allievi juniores e under 23 sono nel secondo. Insomma, vedo di organizzarmi al meglio.

Ti chiedono mai della tua carriera?

No, in realtà no. Evito di dirgli quello che ho fatto, perché essere stati atleti non significa poter essere dei buoni allenatori. Ci sono stati degli ex campioni che hanno combinato dei disastri. Così mi sono messa a studiare, ho fatto il terzo livello e alla fine due anni fa ho fatto il corso per pilotare il derny. La pista è sempre stata la mia casa, ogni tanto vado a vedere anche le gare su strada dei miei ragazzi che corrono in pista. Mi sono affezionata a loro e a volte li seguo.

Valentina Alessio è nata a Lecco il 26 agosto 1983, ha corso fino al 2008
Valentina Alessio è nata a Lecco il 26 agosto 1983, ha corso fino al 2008
Cosa vedi se pensi a quella Valentina a 18 anni e la confronti con gli juniores di adesso?

Non solo le ragazze, ma anche i ragazzi sono tanto piagnucoloni. Vogliono avere sempre la bici bella e tutto curato, anche se magari alla base non c’è una grande sostanza. E sono tanto viziati. Una volta ti davano la bicicletta, sceglievano il rapporto ed era quello, adesso se non hanno le ruote speciali, se non hanno il Garmin di ultima generazione, quasi non corrono. Parliamo proprio di Duque, che è molto bravo rispetto ad altri corridori che ho avuto. E’ molto preciso. Scende, si guarda la bici, fa dei ragionamenti super meticolosi.

Vai più in bici?

Zero. Quando bisogna preparare i campionati italiani, il tecnico regionale ogni tanto mi fa salire in pista per provare la tecnica. Però non ho proprio più il tempo per uscire. In più ho due figli che giocano a calcio. Insomma, il tempo è davvero poco. 

Quanto tempo passi in pista normalmente?

Dipende da quando mi chiamano. Il 2-3 giugno è venuto ad allenarsi Francesco Ceci, che stava preparando gli italiani e non trovava un velodromo aperto. Mi ha chiesto questo piacere, ci conosciamo da tanto e sono venuta qua a passare due giorni con loro. Normalmente sono qua tre volte a settimana. E per il resto lavoro in un negozio di elettronica. Però lo ammetto, mi piacerebbe ogni tanto avere un giorno per me e fare giusto qualche giretto in pista. Ma chi ce l’ha il tempo?

Storia di Duque, argentino con la valigia piena di sogni

04.06.2023
6 min
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ODERZO – Giovedì della scorsa settimana. C’è il Giro d’Italia che parte verso Val di Zoldo, per una delle tappe che ne scriverà la storia con la vittoria di Filippo Zana. Il piazzale dei pullman è assiepato dai tifosi e in un angolo Michele Biz ha portato con sé Mateo Duque, il giovane argentino in forza alla sua Gottardo Giochi-Caneva, che ha da poco conquistato due medaglie d’oro ai Giochi Panamericani juniores su pista. Nell’omnium prima e nella madison poi.

Ci accorgemmo di lui alla presentazione delle squadre juniores alla Vuelta a San Juan, quando su quel palco e accanto al Governatore Sergio Unac passò la maglia gialla e nera della squadra friulana. Fu così che con un whatsapp transoceanico, Biz ci spiegò che si trattava di un ragazzo classe 2005 di Buenos Aires, che da marzo avrebbe corso con loro in Italia: cosa che puntualmente è accaduta. Il ragazzino ha vinto i Panamericani e già ottenuto due quarti posti su strada.

Duque parla un ottimo italiano. Vicino a lui c’è suo padre, la baraonda dei tifosi intorno suggerisce di spostarsi un po’ per conoscerne la sua storia.

Quella maglia del Caneva, alla presentazione della Vuelta a San Juan. Con la camicia, il Governatore Unac
Quella maglia del Caneva, alla presentazione della Vuelta a San Juan. Con la camicia, il Governatore Unac

Famiglia di sportivi

Il papà, colombiano, si chiama Alvaro ed è stato un calciatore di prima serie. La madre Veronica, oggi marketing manager, è stata una tennista. Il fratello Thiago, 15 anni, è una promessa del calcio e sta facendo dei provini anche da noi.

«La passione per il ciclismo – racconta Duque – è venuta perché mio papà ha sempre ha seguito i grandi Giri e io li guardavo con lui. La mia fame di ciclismo è iniziata da lì. Andare in bicicletta a Buenos Aires è difficile, da piccoli ci allenavamo sempre nel Circuito KDT, anche se non siamo mai stati in tanti: due o tre al massimo. Il mio primo titolo nazionale lo vinsi in pista nella corsa a punti a San Luis, avevo 13-14 anni. Avevo iniziato allenarmi in pista, anche se l’ho sempre abbinata con la strada. Da noi la pista è una cosa importante, abbiamo i fratelli Curuchet e la loro storia è stata una grande motivazione per crederci di più. E come tecnico c’è anche Cristiano Valoppi, che conosco bene…».

Quadro di famiglia durante la vacanza europea: Da sinistra Thiago, mamma Veronica, papà Alvaro e Mateo Duque
Quadro di famiglia durante la vacanza europea: Da sinistra Thiago, mamma Veronica, papà Alvaro e Mateo Duque

Doppio oro

I diciotto anni parlano di freschezza e anche di un’apparente convinzione nei suoi mezzi. Suo padre di tanto in tanto si volta per osservarlo, Biz appare compiaciuto.

«Rivincere il titolo panamericano da junior – racconta Mateo – è stato più importante che da allievo, perché la conferma non è mai facile. La Colombia era forte, gli Stati Uniti erano forti. Forse però noi argentini in pista siamo più furbi delle altre nazioni e giochiamo un po’ più con la testa, non solo con le gambe. Credo di aver vinto per questo.

«Delle due medaglie, forse mi ha dato più soddisfazione l’omnium. Non vincevo da ottobre dell’anno scorso e quella vittoria ha mandato via la tensione. Il successo nella madison col mio compagno Augustin Ferrari è stato come la ciliegina sulla torta. Non mi allenavo con lui da parecchi mesi, ma in due giorni siamo riusciti a ritrovare l’affiatamento che in passato ci ha permesso di raggiungere importanti traguardi nelle categorie giovanili. Condividere con lui l’emozione dell’oro è stato bellissimo».

Passaggio in Italia

Lo scorso anno avvenne il contatto con la Gottardo Caneva e da allora Duque non se ne è più andato. La nazionale argentina era qua in preparazione ai mondiali e la mamma di Mateo era con loro come accompagnatrice. Fu per un fatto di vicinanza, che si rivolse a Michele Biz. Lui prima rispose con cortesia, poi si accorse delle prestazioni di uno di quei ragazzini anche su strada e decise di vederci più chiaro.

«A luglio l’anno scorso – prosegue Duque – sono venuto in Italia. Ho fatto 45 giorni di preparazione con la nazionale prima del mondiale in pista e ho capito che il ciclismo è qua in Europa. In Argentina il livello è più basso, non si fanno tante gare come qua. Da voi, tutte le domeniche ci sono gare di 120-130 chilometri, con 200 ragazzi che vogliono vincere. A marzo e aprile, sono venuto con mia madre. Poi sono arrivati mio papà e mio fratello per una vacanza e sono ancora qui. Rimarranno in tutto per un mese, mentre io resterò fino a ottobre, sino alla fine della stagione».

Da marzo, Duque corre nella Gottardo Giochi-Caneva di Michele Biz, figlio dell’indimenticato Gianni
Da marzo, Duque corre nella Gottardo Giochi-Caneva di Michele Biz, figlio dell’indimenticato Gianni

Strada e pista

Quel che ha trovato è totalmente diverso dall’Argentina e dal ciclismo di laggiù. In Friuli, Duque si allena, corre e studia. Frequenta la scuola di italiano e fa anche quella argentina a distanza.

«Adesso è un po’ difficile – sorride – perché ci sono mio papà e mio fratello in vacanza, ma la scuola è importante, come pure la vita del ciclista. Faccio strada e pista, sono entrambe belle e non so decidere quale mi piace di più. Per la pista vado a Pordenone, nel Velodromo Bottecchia, con l’aiuto di Valentina Alessio. Invece su strada esco spesso da solo, qualche volta quando c’è Andrea Montoli mi alleno con lui. La salita mi piace, credo che un corridore completo deve fare tutto. Salita, volata, discesa, andare in pianura…

«Di giorno i ragazzi vanno a scuola e se aspetto il pomeriggio per allenarmi, non faccio abbastanza. Seguendo la scuola online, posso seguire dopo l’allenamento. Ora che loro finiranno le lezioni, andremo più spesso insieme. Allenarsi in gruppo è meglio».

Duque alterna in modo regolare la pista e la strada
Duque alterna in modo regolare la pista e la strada

Sogni da grande

L’Argentina manca, ma la determinazione nel portare avanti questo progetto di vita suona superiore, con la benedizione e la buona pace degli amici argentini che da un giorno all’altro se lo sono visto sparire di sotto il naso.

«Mi mancano le amicizie e i compagni di scuola – dice – quando sono partito, erano un po’ sorpresi anche loro. Però sapevano qual è il mio sogno e capiscono che la situazione qua in Europa è migliore per me. Sono argentino, le cose che mi danno felicità sono la bicicletta e la mia famiglia. Il mio sogno è fare il professionista, entrare nel gruppo più grande. Mi piacciono le corse con un po’ di su e giù, percorsi un po’ duretti che fanno selezione. Se arrivo in volata con un gruppo di 25-30 corridori, posso giocarmela in volata. Quand’è così, mi piace…».