Giro d'Italia 2025, Muro di Ca' del Poggio, folla, colore, Wout Van Aert

Ca’ del Poggio, 17 anni fa la profezia di Bruseghin

07.02.2026
6 min
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Il Giro d’Italia lo affronterà per due volte nel giro di quattro giorni: quello degli uomini e poi quello delle donne. Su queste rampe, Giovanni Visconti conquistò la seconda maglia tricolore con una fuga irresistibile. Il Giro d’Italia Giovani U23 ne fece l’arrivo della prima cronometro individuale Real Time e ugualmente a cronometro Ganna ne approfittò per scavare un solco nel Giro del 2020, corso in ottobre a causa del Covid. A sfogliare il libro dei ricordi e il calendario dei prossimi eventi, il Muro di Ca’ del Poggio è lo snodo cruciale di un’antologia di bellissime storie.

Alberto Stocco, Alberto Contador, Ca' del Poggio, museo
Ca’ del Poggio è un Muro, ma anche un bike hotel e un ristorante che custodisce maglie preziose. Qui Alberto Stocco assieme a Contador
Alberto Stocco, Alberto Contador, Ca' del Poggio, museo
Ca’ del Poggio è un Muro, ma anche un bike hotel e un ristorante che custodisce maglie preziose. Qui Alberto Stocco assieme a Contador

L’occhio lungo del Bruse

Raccontare come sia nata la sua leggenda è lo scopo di questo cammino a due voci: quella di Marzio Bruseghin e quella di Alberto Stocco. Il primo che lo scoprì da corridore, il secondo che fu capace di inventarlo e ancora adesso ne alimenta il mito. Siamo a San Pietro di Feletto, provincia di Treviso, fra Vittorio Veneto e Valdobbiadene. La pianura alle spalle, colline di filari tutto intorno e davanti le vette del Monte Grappa e del Monte Cesen.

«Una volta il Muro era una strada bianca – ricorda Bruseghin – si chiamava Via dei Pascoli. La prima volta, se non erro, fu fatta in gara nell’Internazionale Juniores di Solighetto. Ricordo che c’era ancora Ettore Floriani (grande appassionato di ciclismo, fondatore della Sc Solighetto, scomparso nel 2015, ndr). E mi ricordo che dissi a Stocco una frase che ancora oggi si ricorda: “Questo Muro diventerà la salita simbolo del Prosecco”. Una profezia che poi si è avverata sul serio.

«Era un momento di trasformazione, il ciclismo stava diventando molto più esplosivo. I muri cominciavano ad andare di moda, ricordo quello di Montelupone nelle Marche. A Ca’ del Poggio si combinarono il momento storico del ciclismo e la grande espansione del Prosecco. Poi devo dire la verità: la famiglia Stocco è stata bravissima a promuoverlo e credere anche nel ciclismo come veicolo d’immagine».

C'era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca' del Poggio
C’era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca’ del Poggio
C'era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca' del Poggio
C’era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca’ del Poggio

La benedizione di Mosole

Alberto Stocco annuisce. Quella strada in salita è diventata celebre per un’intuizione e la lungimiranza di chi, di fronte al suo dubbio, gli suggerì di alzare l’asticella e puntare in alto.

«Fino al 2007 – racconta Stocco – la strada moriva all’entrata del ristorante. Quell’anno venne fatto un grosso lavoro da parte dell’amministrazione comunale e fu prolungata anche nella parte superiore, fino alla provinciale. Iniziarono a transitare le prime gare: Solighetto e poi San Vendemiano, in ordine di calendario. Mi era venuto in mente di chiamarlo il Dentino di Ca’ del Poggio perché Muro mi sembrava troppo, poi però ebbi la fortuna di incrociare Remo Mosole, che io chiamavo l’imperatore. E lui mi disse di puntare in alto e di chiamarlo Muro di Ca’ del Poggio. E così cominciò la storia.

«Ne ho creato un brand, abbiamo inventato un logo e quando nel 2009 passò per la prima volta il Giro d’Italia, il regista RAI Nazzareno Balani mi chiese se la salita avesse un nome e fu per questo che lo scrissero in sovrimpressione. Quando poi si trattò di fare la ricognizione sul percorso per la cartolina che mandavano in onda prima della diretta, proprio Bruseghin ribadì il concetto che questa salita sarebbe diventata il simbolo delle colline del Prosecco».

Il Muro di Ca' del Poggio sarà teatro di un doppio passaggio del Giro 2026: il 28 maggio con i pro', il 31 maggio con le donne
Alberto Stocco e il Muro di Ca’ del Poggio, teatro quest’anno di un doppio passaggio del Giro d’Italia: il 28 maggio gli uomini, il 31 maggio le donne
Alberto Stocco e il Muro di Ca' del Poggio, teatro quest'anno di un doppio passaggio: il 28 maggio il Giro degli uomini, il 31 maggio le donne
Alberto Stocco e il Muro di Ca’ del Poggio, teatro quest’anno di un doppio passaggio del Giro d’Italia: il 28 maggio gli uomini, il 31 maggio le donne

Come il Grammont e la Redoute

Marzio aveva già capito tutto, anche se eravamo ancora agli albori del Muro di Ca’ del Poggio, come tutti quei corridori che viaggiando si guardano intorno e capiscono che cosa funzioni e che cosa no.

«Si è messo in moto il meccanismo giusto – spiega Bruseghin – porti le corse, la gente le vede e torna. Così la strada diventa un’immagine e un veicolo per il turismo. E’ come portare il grande evento in uno stadio nuovo e tanto bello. Quando la bellezza diventa pubblica, la gente torna per vederlo. Uno che passa di qua con la bici, deve fare Ca’ del Poggio. Come quando sei vicino al Muro di Sormano, oppure vai in Belgio e puoi fare il Grammont, il Qwaremont oppure la Redoute. Se hai passione per il ciclismo, non puoi farne a meno.

«A me qualche volta capitava di passarci in allenamento, ma non è che avessi le caratteristiche da ciclista esplosivo. E visto che c’erano delle varianti un po’ più morbide, di solito preferivo quelle (ride, ndr). Però ci sono passato nel 2009 col Giro d’Italia che arrivava a Valdobbiadene e l’anno dopo con il campionato italiano di Visconti. E’ un posto che attira. Anche lo slogan è azzeccato: dove il Prosecco incontra il mare. Perché se c’è la bella giornata, vedi fino al mare. Dal punto di vista scenografico è veramente bello, in mezzo a tutti i vigneti».

Marzio Bruseghin
Fu Bruseghin, a sua volta produttore del suo Amets, a proclamare Ca’ del Poggio simbolo delle Colline del Prosecco
Marzio Bruseghin
Fu Bruseghin, a sua volta produttore del suo Amets, a proclamare Ca’ del Poggio simbolo delle Colline del Prosecco

La passione di Alberto Stocco

In attesa che arrivi il Giro d’Italia, il Muro di Ca’ del Poggio è un brulicare quotidiano di attività (come per il gemellaggio con il Muro di Grammont e il Mur de Bretagne) e di ciclisti. Dai professionisti della zona agli amatori che vogliono scoprire le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, Patrimonio dell’Unesco, e quelli che si allenano e vogliono migliorare le loro performance su una salita così intrigante.

«Fino ad oggi – sorride Stocco – ho portato avanti questa promozione con grande passione. Trovo un terreno fertile, soprattutto ritengo che il ciclismo sia ancora un mondo in cui dai uno e ricevi dieci. Durante la giornata del Giro, riempiremo tutto il territorio. Perché questo evento crea indotto, crea turismo, interesse e visibilità. Tutti questi fattori messi insieme fanno sì che oggi quando si parla di Ca’ del Poggio si racconti la storia di un territorio. Che è quello che ci sta a cuore».

Mancano 80 giorni al passaggio del Giro d’Italia. Vi racconteremo l’avvicinamento attraverso le storie e gli scorci di questo territorio e i valori di questi uomini e queste donne. Il ciclismo è da sempre un enorme incubatore di idee, avere la capacità di riconoscerle può fare la differenza.

Il vino, gli asini, la bici (poca): tutte le passioni di Marzio Bruseghin  

01.12.2024
8 min
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VITTORIO VENETO – Mentre saliamo per la strada che da Vittorio Veneto porta a casa di Marzio Bruseghin, gli siamo grati per aver declinato l’invito a fare questa intervista in bicicletta. Già in macchina le rampe sono impressionanti, certamente sopra il 20%, con fondo in cemento irregolare, intervallate ogni dieci metri da canalette per l’acqua. Il nome della strada d’altronde non mente: Via Sfadigà.

Ad accoglierci arriva Bruna, la mamma di Marzio, cuoca ufficiale di San Maman, l’agriturismo che gestiscono. Ci fa entrare, il caminetto è acceso. Appoggiate sopra in bella mostra, una fila di statuette di asini di ogni tipo e colore. 

Sopra il caminetto fanno bella mostra molte statuette di asini, arrivate da tutto il mondo
Sopra il caminetto fanno bella mostra molte statuette di asini, arrivate da tutto il mondo

Bruseghin arriva pochi secondi dopo. «Scusa, stavo facendo un lavoro in cucina, ci prepariamo per il fine settimana».

Lo ringraziamo calorosamente per averci evitato quella rampa micidiale. «Adesso vado in bici una volta ogni due anni – dice sorridendo – e questo è l’anno no. E quella salita lì l’ho già fatta abbastanza in vita mia». 

Anche perché tra vigna, animali, agriturismo il tempo per pedalare è oggettivamente poco. Ci sediamo e apre una bottiglia di Amets, il Prosecco che produce. Iniziamo chiedendogli come va il lavoro agricolo in questo periodo dell’anno.

«Adesso non c’è moltissimo da fare in vigna – racconta – quindi approfitto per fare tutti i lavoretti che nelle altre stagioni rimando sempre. Poi ho comunque gli animali a cui star dietro e il fine settimana c’è l’agriturismo. La prossima settimana in ogni caso inizio la potatura, che andrà avanti mesi, di solito finisco poco prima di Pasqua».

Amets, l’etichetta prodotta da Bruseghin, naturalmente a tema asino
Amets, l’etichetta prodotta da Bruseghin, naturalmente a tema asino
Ma fai tutto da solo?

Io e mio papà. Io taglio i tralci, lui li piega e li lega. Abbiamo quasi 20.000 piante da curare una ad una, e quindi ci vuole il suo tempo.

Come hai imparato questo mestiere, i tuoi genitori erano vignaioli?

Loro no, ma i miei nonni erano contadini. Quando avevo circa 28 anni ho iniziato a pensare a cosa avrei voluto fare da grande, così nel 2002 ho comprato questo posto. Nel 2004 abbiamo piantato i primi vigneti poi via sempre di più. Invece l’agriturismo è arrivato molto dopo, nel dicembre del 2019. Forse è brutto dirlo, ma quando smetti di correre non sai fare niente, al futuro bisogna pensarci per tempo. Se non resti nell’ambiente, una volta finita la carriera non serve a tanto saper andare in bicicletta.

Non hai mai pensato di restare nel mondo del ciclismo?

Sinceramente no, la vita da nomade mi pesava e continuare a quel modo sarebbe stato difficile per me. Volevo fare altro, e poi questo lavoro mi piace. All’aria aperta, in mezzo alla natura, con i miei ritmi. Dopotutto il lavoro degli sportivi è uno dei più precari che esista, quindi avere qualcosa di solido mi dà molta tranquillità.

L’azienda agricola di Bruseghin è nata nel 2002
L’azienda agricola di Bruseghin è nata nel 2002
Credi che il mondo del ciclismo sia più difficile ora che ai tuoi tempi?

Credo di sì, perché adesso i posti buoni sono più buoni, ma anche molti meno. Una volta non c’era tutto questo divario tra le squadre, ora se non sei in una World Tour è difficile essere seguiti bene. Poi adesso è diventato proprio un altro sport.

In che senso?

Sei sotto pressione tutto il tempo, occorre pensare a come promuoversi, a come vendersi. Non solo in gara, ma anche e soprattutto a livello di comunicazione. Devi interagire ogni giorno con i social ed essere sempre disponibile, quando invece noi magari potevamo staccare del tutto per settimane volendo. Ora invece quell’aspetto è parte integrante del lavoro.

All’entrata del locale si è accolti dalla sagoma di un asino illuminato
All’entrata del locale si è accolti dalla sagoma di un asino illuminato
Uno sport più ansiogeno?

Per noi forse sì, ma per i ragazzi di oggi magari no, perché in questo mondo ci sono cresciuti. La generazione ansiogena ormai è andata in pensione… Poi c’è anche da dire che adesso il ciclismo è un prodotto venduto meglio, non a caso è più di moda ora che vent’anni fa.

A proposito di ciclismo come prodotto, che idea ti sei fatto sulla vicenda dello slittamento della presentazione del Giro?

La partenza dall’Albania secondo me è una bella idea. Certo però che non si può arrivare a presentare un evento del genere a gennaio, se salta il piano A devi già avere un piano B pronto. Secondo me più generale c’è un problema a monte. Vegni è come uno sceneggiatore o un regista che deve fare il suo film utilizzando ventuno scene, in modo che stiano assieme il meglio possibile. Invece la sensazione che ho è che mettano insieme queste ventuno scene senza un’idea sotto.

Bruseghin indica le sue vigne, in tutto quasi ventimila piante
Bruseghin indica le sue vigne, in tutto quasi ventimila piante
Un esempio?

La tappa con arrivo ad Asolo di quest’anno, che in teoria doveva essere di riposo. Ma non pensano al fatto che se cadi o hai un problema meccanico poco prima dello strappo finale è un attimo perdere anche due minuti, cioè più che in una salita dolomitica. Il fatto è che così i corridori si stancano anche mentalmente, e poi quando è ora non danno spettacolo. Invece servono anche i trasferimenti veri, per arrivare freschi nelle tappe davvero importanti. Come anche secondo me sarebbe fondamentale mettere la neutralizzazione ai – 5 km nelle tappe in pianura. 

Visto che siamo in tema Giro, ci racconti un po’ del tuo anno magico, il 2008, in cui hai fatto terzo in classifica generale?

Quello è stato l’anno in cui ho raccolto i risultati più importanti, ma anche la stagione precedente avevo fatto buone cose. In realtà erano 3-4 anni che stavo bene, in cui avevo raggiunto forse il mio livello massimo. Nel 2008 ci sono state varie combinazioni di eventi, tutto si è incastrato al meglio e il settimo posto del 2007 si è trasformato in terzo. Ma non è che io fossi migliorato chissà che, sono state le situazioni che hanno girato bene. A volte, come in tutto, serve anche la fortuna.

Al momento gli asini sono diciannove, un grande passione e un aiuto per tenere puliti i prati dell’azienda
Al momento gli asini sono diciannove, un grande passione e un aiuto per tenere puliti i prati dell’azienda

Nel frattempo la luce sta calando e prima che sia buio facciamo un giro a vedere tutti gli animali dell’azienda. Bruseghin e famiglia hanno maiali, galline, anatre, conigli. E poi, naturalmente, gli asini, che in questo momento sono diciannove.

Com’è nata questa passione?

Quando ho comprato questo posto c’erano già sei asini del precedente proprietario, e un po’ alla volta mi sono affezionato, molto semplicemente. Anche perché sono utilissimi per tenere pulito il prato. Nel tempo poi sono diventati il simbolo sia del lavoro in vigna che del ciclismo. Adesso sono come i cani, li chiamo e loro arrivano. Al punto che ora mi dicono che sono più famoso come “quello dei mus” che come corridore. E forse non hanno tutti i torti…

Il vino Amets è anche scelto della Liquigas come regalo di Natale
Il vino Amets è anche scelto della Liquigas come regalo di Natale
Gli asini sono anche il simbolo del vino che producete, l’Amets. Ce ne parli?

Facciamo tre tipi di vino, Prosecco DOCG, Extra Dry e Colfondo, circa 40 mila bottiglie l’anno. Tutto biologico. Vendiamo in Italia ma anche all’estero, soprattutto in Norvegia, Croazia e Olanda. Le consegne vicine la faccio direttamente io con il furgone, e mi piace perché è anche un modo per coltivare, oltre alle viti, le amicizie. È questo il bello del vino, si presta a fare due chiacchiere, a stabilire un rapporto umano. Alla fine il contadino è ancora quello che produce qualcosa di tangibile, reale.  Dal niente creiamo un prodotto che magari dura anni, decenni.

Una bella soddisfazione, specie se lo si fa quasi tutto con le proprie mani come in questo caso…

Esattamente. Poi c’è anche un altro aspetto che mi piace, quello spaziale. Come un articolo che può venire letto anche in Giappone da persone che non conosci, così anche il vino può trasmettere un’emozione fino dall’altra parte del mondo. 

Vino e affettati, tutto di produzione propria
Vino e affettati, tutto di produzione propria

Bruseghin va a prendere degli affettati, tutti rigorosamente fatti in casa, e torna con un vassoio pieno di insaccati dall’aspetto molto allettante. Quando torna chiedo se si vede da un’altra parte, magari tra qualche anno.

«Non credo – risponde – qui sto proprio bene. Riesco a fare quello che mi piace senza correre troppo. Poi durante il fine settimana quando il ristorante è aperto lavo i piatti, mia mamma cucina e mia sorella serve ai tavoli. Abbiamo pochi coperti, venticinque massimo, perché vogliamo che le persone si sentano coccolate, dare il miglior servizio possibile. La verdura che si mangia a pranzo la raccolgo la mattina stessa, quindi altro che fresca, quasi ancora si muove… E questa qualità la puoi dare solo se fai numeri piccoli, cosa che mi lascia anche il tempo di stare con i clienti e fare due chiacchiere su vino e sport».

Bruseghin fuori dalla terrazza dell’agriturismo con il suo cane, compagno di mille avventure
Bruseghin fuori dalla terrazza dell’agriturismo con il suo cane, compagno di mille avventure
Quindi la bici scende dal chiodo davvero solo una volta ogni due anni?

Sì sì, proprio così. L’anno scorso degli amici mi hanno portato a fare un giro da Cortina col passo Tre Croci e le Tre Cime: durissimo. Alla fine della giornata ero molto felice di sapere che non l’avrei più toccata per due anni. Perché poi la bici soffre di una strana forma di Alzheimer, non si ricorda chi sei, cosa hai fatto, quante tappe hai vinto. Ti guarda come se non ti conoscesse.

Ultima domanda. Quando correvi tenevi il tempo sulla salita di casa per capire se eri in forma, come molti colleghi?

Tieni conto che quelle rampe hanno punte al 28% e io le facevo con 39×25, massimo 39×27. Quindi no, mai tenuto il tempo una volta in vita mia, mi bastava riuscire ad arrivare a casa in qualche modo. Anzi, se trovavo una macchina o un trattore mi facevo tirare molto volentieri.

Marzio Bruseghin

Un giorno a casa Bruseghin: riflessioni e prosecco

20.12.2020
6 min
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Ormai gli asini sono 32. Ognuno di loro ha un nome. Uno di questi si chiama Iroso, come l’ultimo ciuchino degli Alpini. Gli ettari di vigna invece sono sei, mentre le bottiglie stappate sulla tavola… beh, quelle è meglio che non ve lo diciamo!

L’azienda agricola di Marzio Bruseghin, San Maman, sorge su un balcone naturale con vista su Vittorio Veneto. Un posto magico, soprattutto di questi periodi con le cime del Nevegal imbiancate di fronte, e quelle del Cansiglio alle spalle, i larici gialli in alto, il marrone degli alberi appena sotto e il verde in basso. 

Marzio Bruseghin
Marzio Bruseghin, 46 anni, nella sua azienda agricola nei pressi di Vittorio Veneto
Marzio Bruseghin
Marzio Bruseghin, 46 anni, nella sua azienda

«I tramonti sono belli qui – racconta Bruseghin – Un mese fa viene su una macchina. Due americani. Parcheggiano e mi chiedono se possono vedere il tramonto. Io gli porto una bottiglia. Vogliono parlare ma io ho da fare: “vado dalle galline – gli dico – se quando torno ci siete ancora parliamo”. Uno di loro era uno dei sopravvissuti al disastro aereo sulle Ande. Il film Alive per capirci. Eh sì, qua è un via vai continuo».

Qualcuno, soprattutto belgi e olandesi, si arrampicano sulla stradina cementata perché sanno del Bruse corridore, altri per la fama del suo buon vino. Tra chi va e chi viene, a volte, c’è anche lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona.

Il ciclismo anglosassone

Questo posto è lo specchio della filosofia di Bruseghin. Vita semplice, strettamente legata alla terra, ma anche tanto lavoro. Che poi era il Marzio corridore, sempre pronto per i suoi capitani. Ed è proprio questo aspetto a portarci da lui, la curiosità di una domanda: ma Bruseghin come ci sarebbe stato in questo ciclismo del dettaglio sempre più esasperato?

«Nooo – risponde sincero Marzio – il mio era un altro mondo. Con il mio carattere credo sarebbe impossibile. Magari se fossi ancora un corridore mi adatterei, ma con la testa di adesso no, non è il mio ciclismo.

«Se ci cresci oggi magari è normale, riesci a sopportare, anzi, a vivere meglio tutto quello che comporta il ciclismo attuale. Già nelle mie ultime stagioni, intorno al 2008, ho iniziato ad avvertire il cambiamento. Prima c’erano la scuola belga e olandese e quella italiana e spagnola, da quel momento invece è arrivata quella anglosassone che ha portato con sé un’altra idea di ciclismo, un ciclismo di prestazione. E sono rimasto spiazzato. Hanno alzato il livello dei budget, degli sponsor, della velocità… Sapete, credo che anche Pantani avrebbe avuto difficoltà in questo ciclismo».

Marzio Bruseghin
In 15 stagioni da pro’ per Bruseghin tre vittorie e un podio al Giro 2008
Marzio Bruseghin
In 15 stagioni da pro’ per Bruseghin tre vittorie e un podio al Giro 2008

Emozioni e prestazione

Ma qualcosa di buono ci dovrà pur essere? Anche dopo il fuoco ricresce l’erba fresca. Bruseghin ci pensa un po’. Mentre sorseggia uno dei suoi spettacolari prosecchi attacca.

«Chi ha visto giocare Maradona e vede che un centrocampista fa fatica a stoppare il pallone si risente. Allora penso che chi è cresciuto, anche come spettatore, con questo ciclismo magari lo accetta di più e si gode questo aspetto. Di positivo mi piace l’evoluzione tecnica delle bici. E, forse, i ragazzi hanno più capacità mentale di sopportare certe routine. Io sarei durato un anno con tutto quello che fanno oggi, ma ripeto, loro ci crescono. Sono più abituati a stare fuori tanti giorni, a fare tanti ritiri. Il mio era un ciclismo agricolo. Ma nel vero senso della parola. Soprattutto per noi veneti, i toscani già erano più “professionali”. C’era “Il Michi” che correva con me da ragazzo che faceva tre lavori: riparava motori, di notte andava a caricare i polli e di tanto in tanto faceva anche il becchino.

«La prestazione è un equilibrio tra fisico, testa e benessere generale. Se per arrivare al 100% sul piano fisico spendi il 110% in benessere e testa rendi meno, ti finisci. E’ meglio stare al 95% fisicamente ma super carico di testa.

«Il ciclismo è uno sport di emozione e non di prestazione. Più questa è alta e meno si possono fare le differenze, più lo scatto da lontano è impossibile, specialmente oggi che sono tutti allenati al meglio e sono molto livellati. Questo alla lunga porta via ascolto e anche il contato diretto con gli atleti alle corse. Se dopo l’arrivo devo scappare via perché entro 36 secondi devo bere il bibitone per il recupero è chiaro che non posso stare tra i tifosi. Il ciclismo vive di sfumature, di contatto. E’ uno sport popolare».

A tu per tu con Bruseghin…

Il bivio del 1996

Non si siamo qui per negare l’evoluzione, inevitabile, di uno sport, ma per capire alcuni punti di vista differenti, per analizzare e magari per individuare dove e come correggere. O quantomeno cosa è successo. 

«Io resetterei tutto e ripenserei agli errori fatti nel 1996, riprendendo quello che c’era di buono di quell’epoca. Perché il ’96? Perché in quell’anno fu creata la categoria U23, togliendo di fatto i vecchi dilettanti. E questo ha fatto sì che chi arrivava a 24 anni non passava più. Oggi questo limite si sta abbassando ulteriormente. Se ripenso a certi nomi che sono passati a 25-26 anni e anche più:  Pascal Hervé, Stefano Garzelli, Luca Scinto, Alessandro Ballan.

«Sì, si correva con gente che magari era vicina ai 40 anni ma che problema c’era? Se c’era uno come lui – Bruseghin indica Giacomo Gava, colui che lo ha messo in bici – chi avrebbe preso? Il 35enne che vince o il 22enne che arriva quinto? Il futuro del corridore non era compromesso. E in più le corse erano interessanti. Oggi dopo 40 chilometri resta in gara la metà del gruppo. In qualche modo il sistema, a nostra insaputa, era già quello delle Continental, ma dava a tutti la possibilità di emergere».

Marzio Bruseghin
Marzio Bruseghin, tra papà Corrado (sinistra) e il suo primo ds Giacomo Gava (destra)
Marzio Bruseghin
Marzio Bruseghin con il suo primo ds, Giacomo Gava

Tutto anticipato

Passeggiando nell’azienda, Bruseghin ci mostra anche i suoi cani da caccia: tra quelli regalati e il paio che già aveva ormai sono un bel po’! Quando poi va verso gli asini questi gli vanno incontro e allungano il muso per una carezza. Il tramonto tanto caro agli americani in effetti è proprio coinvolgente. Tutto prende fuoco. 

«Marzio – gli chiediamo – dicci la verità, per ritornare quassù quando correvi, mettevi la bici in macchina, non facevi quella stradina in salita, vero?».

«No, macché macchina. Ero troppo pigro per smontarla e metterla su! O di qua – e indica la stradina cementata che sale da Vittorio Veneto – o di là, ritornavo su in bici».

Il ciclismo è uno sport di emozione, non di prestazione

Marzio Bruseghin

«Io giocavo a pallone – riprende Bruseghin – Mi piaceva, avevo anche visione di gioco, solo che quando tiravo volevo mandare la palla da una parte, ma questa andava da un’altra! Giacomo, mi ha messo in bici da secondo anno da allievo. Me lo ricordo ancora, sarà stato un 3 maggio, forse 4, e il 29 dello stesso mese ho fatto la mia prima gara. Quasi non sapevo quale fosse il freno davanti e quello dietro! Ma si poteva fare…

«Anche le corse da allievi erano interessanti, più libere. I direttori sportivi lasciavano esprimere i ragazzi. Li mandavano in fuga, li facevano sbagliare, li facevano stancare, “aspettavano” la corsa, non la impostavano. Non c’erano i ruoli: tu tiri in salita, tu in pianura, quello vince. Certo, se poi si arrivava nel finale e si sapeva che un ragazzo era veloce una “riordinata” la si dava, ma ripeto si era “aspettata” la corsa.

Non solo il ciclismo nei guai

«Oggi si va sempre più indietro. Ci sono ruoli e corse impostate da U23, da junior, da allievi, ci manca solo che lo facciano anche tra gli esordienti. Tu appiattisci il corridore e dai spazio solo a quello più forte. Di fatto ci sono pochi junior perché prendono solo gli allievi migliori. Gli stessi che magari hanno tirato per il compagno di squadra. Ma che senso ha? Magari quello che vinceva era solo più avanti fisicamente e non era il più forte. Risultato? Hai perso un ragazzo.

«Questo però è un problema di tutti gli sport, non solo del ciclismo. Ritorno al discorso della prestazione. Se entri in una scuola e chiedi ad una classe chi fa sport un quinto alzerebbe la mano. E di quei 4-5 ragazzi forse uno fa ciclismo. Mi rendo conto che è tutto più costoso, anche organizzare corse e squadre. Andrebbe semplificato… tutto».

E’ ora di andare. Il sole sta calando e i colori della valle si fanno freddi e scuri. Rientriamo. Il caldo del cammino, le bottiglie ancora sulla tavola e un cartone con un prosecco e una grappa che ci viene dato in mano. Lo berremo alla tua salute, caro Marzio.