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La battaglia di MPCC su antidoping e zone grigie

07.01.2026
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Un anno dopo aver sollevato la questione di quelle che definì “le zone grigie” della lotta al doping, il Movimento per il Ciclismo Credibile (MPCC) torna alla carica per invitare l’UCI a gestire diversamente l’indagine su metodi che potrebbero risultare poco limpidi.

Le segnalazioni del Movimento (nato in Francia nel 2007 nel bel mezzo di una serie di scandali doping) si succedono con regolarità, ma non sempre riscuotono l’attenzione che probabilmente meritano. Se infatti l’UCI sembra prenderle sul serio, sono gli stessi dirigenti di MPCC a denunciare la cronica lentezza nelle risposte da parte della WADA, che più di altri avrebbe l’obbligo di indagare e intervenire.

Le squadre e i loro sponsor sono alla continua ricerca di marginal gain, le istituzioni indagano e pongono limiti. Se tuttavia sul fronte delle tecnologie si tratta di un lavoro estenuante e spesso cervellotico, quando si passa all’integrazione e all’uso di prodotti creati per altri obiettivi, il discorso diventa spinoso perché tocca la delicatissima sfera dell’antidoping.

Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)
Il Movimento nacque nel 2007 a seguito degli scandali che travolsero il ciclismo (immagine MPCC)

Il monossido di carbonio

Lo scorso anno, l’UCI rispose piuttosto prontamente alla denuncia sull’inalazione di ossido di carbonio, chiedendo alle squadre di non farvi ricorso. Dalla WADA invece non giunse risposta. In precedenza MPCC aveva segnalato l’uso del Tapenadolo (un antidolorifico ritenuto più potente del Tramadol) e ne aveva chiesto il divieto. Nessuna risposta giunse però dalla WADA, sebbene il farmaco sia negli elenchi delle sostanze sotto osservazione.

Sebbene spesso le azioni di MPCC siano state additate come i sintomi di un’esagerazione francese sul tema, è innegabile che le denunce abbiano portato a includere il Tramadol fra i prodotti vietati. Come è innegabile che sarebbe imprudente dare per scontato che nessuno cadrà più in certe trappole.

«Il Consiglio dell’MPCC – si leggeva nel comunicato dello scorso anno – ritiene che, nel contesto di comportamenti sconsiderati come l’uso ripetuto di un gas tossico o di un potente oppioide, la WADA dovrebbe invocare una procedura di emergenza per far rispettare il principio di precauzione quando emerge una pratica o un farmaco potenzialmente pericoloso. Più in generale, l’MPCC deplora lo sviluppo di queste “zone grigie” nelle pratiche mediche. E incoraggia tutti gli organi di governo a creare un quadro favorevole per limitare la medicalizzazione del nostro sport al minimo indispensabile».

Inalazione monossido di carbonio, MPCC (Wavebreakmedia/Getty Immages)
L’UCI ha sconsigliato l’inalazione di monossido di carbonio, che però non è ancora doping (Wavebreakmedia//Getty Immages)
Inalazione monossido di carbonio, MPCC (Wavebreakmedia/Getty Immages)
L’UCI ha sconsigliato l’inalazione di monossido di carbonio, che però non è ancora doping (Wavebreakmedia//Getty Immages)

Un nuovo presidente

Dato che l’adesione a MPCC è fra le condizioni per ottenere l’invito alle grandi corse, non c’è da meravigliarsi che il 94% delle squadre professional vi aderisca, mentre la percentuale delle WorldTour sia appena del 39%. Stessa storia fra le donne: l’adesione delle Professional è al 100% mentre le WorldTour si attestano al 27%.

Nel frattempo il Movimento ha scelto di cambiare mano. Il presidente fondatore Roger Legeay, ammiraglio francese di lungo corso, ha ceduto il posto a Emily Brammeier, irlandese di 31 anni, responsabile della comunicazione del Team Picic-PostNL.

«Succedere a Roger Legeay – ha dichiarato dopo l’elezione del 23 ottobre – è un privilegio e una responsabilità. Credo profondamente nei valori di trasparenza, responsabilità e azione collettiva che caratterizzano questo Movimento e sono convinta che la nostra missione sia più attuale che mai. L’obiettivo rimane chiaro: eliminare le zone d’ombra create dalla medicalizzazione illimitata del nostro sport, che ne mina lo spirito stesso, e promuovere un ulteriore rafforzamento del nostro sistema antidoping».

Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)
Nello scorso ottobre, Roger Legeay ha lasciato la presidenza a Emily Brammeier (immagine MPCC)

Le zone grigie

E proprio da queste zone d’ombra si riparte con il comunicato di fine anno, in cui MPCC affronta il tema di sostanze e trattamenti medici non ancora vietati dalla WADA, ma che sollevano seri interrogativi etici se utilizzati da atleti sani, piuttosto che dai pazienti malati per i quali sono stati sviluppati.

«Il ciclismo – si legge nel comunicato – ha bisogno che l’UCI agisca rapidamente e con decisione per proteggere sia la credibilità dello sport che la salute del gruppo, in modo che nessun atleta si senta costretto ad assumere prodotti discutibili solo per stare al passo».

Le lunghe tempistiche dei processi antidoping, senza un’azione rapida e concreta, lasciano spazio ogni anno a dibattiti su varie sostanze. Nel frattempo però gli atleti continuano a utilizzarle, nonostante i dubbi legati alla loro stessa salute o gli effetti sul miglioramento delle prestazioni. Non sarebbe un approccio più sicuro – chiedono da MPCC – vietare un prodotto durante le indagini e poi, quando è sicuro, consentirne l’uso?

Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)
Dal primo gennaio 2024, dopo la battaglia di MPCC, il Tramadol è stato inserito fra i prodotti vietati in competizione (depositphotos.com)

Chetoni e borracce

L’esempio più recente è quello dei chetoni, di cui si parla dal 2017: anno in cui fu pubblicata la prima ricerca scientifica. Dopo vari suggerimenti piuttosto vaghi, il 25 ottobre scorso l’UCI ha pubblicato un comunicato stampa in cui ribadisce di non raccomandarne l’uso. Nonostante ciò, diversi team continuano a farne uso, inserendone i produttori fra i propri sponsor tecnici. E non è tutto qui: MPCC punta lo sguardo su altre pratiche.

«Le voci sulla cosiddetta “Finishing Bottle” (borraccia per il finale) riaffiorano nel gruppo – si legge nella dichiarazione – con diverse sostanze al limite che si dice vengano mescolate e passate al gruppo per preparare i corridori al finale. Oltre a questo, ci troviamo di fronte ad altri potenziali abusi di sostanze con farmaci come il Tapenadolo, che è fino a dieci volte più potente del Tramadolo). L’UCI sta monitorando questa specifica sostanza, ma dobbiamo aspettare il risultato di un’altra lunga analisi mentre la salute dei ciclisti è a rischio e gli incidenti stanno diventando sempre più frequenti?».

Finché persisterà la zona grigia, dichiara MPCC, la credibilità del ciclismo continuerà a risentirne e la salute dei ciclisti sarà a rischio. La continua medicalizzazione dei ciclisti è un problema grave e richiede un intervento. Difficile dargli torto.

Un giorno in giallo con Bardet: Emily Brammeier racconta

03.07.2024
7 min
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VALLOIRE (Francia) – «Avevamo già avuto la maglia gialla in squadra – dice Emily Brammaier, responsabile delle comunicazioni nel Team DSM – ma non avevo mai lavorato con la maglia gialla. Quindi sabato è stata una bella giornata. Avevo lavorato con altri leader. C’ero quando Nicholas Roche prese la maglia della Vuelta e anche quando Wilko Kelderman e Jay Hindley presero la rosa nel 2020. L’anno scorso ancora in rosa con Andreas Leknessund. Questa volta c’è stato Bardet, ma l’attenzione che porta la maglia gialla è nulla in confronto delle altre due».

Emily Brammeier è una bella ragazza bionda, per metà inglese e metà irlandese, che da qualche anno lavora per il Team DSM Firmenich. Ci si saluta ogni giorno, si scambiano poche battute, ma questa volta abbiamo deciso di chiederle qualcosa di più per capire che cosa significhi quando in una squadra (che non ci è abituata) arriva la maglia gialla. Che cosa è successo nel team olandese quando Bardet ha vinto la prima tappa del Tour e ha conquistato la maglia gialla? Lo chiediamo a lei, che ha seguito Bardet in ogni passo. E poi le chiederemo qualcosa di sé: chiunque passi tanti giorni lontano lavorando sodo all’ombra dei campioni merita che il proprio lavoro venga riconosciuto.

Vi aspettavate che Bardet potesse vincere tappe e maglia in avvio del Tour?

Mia cugina si è appena sposata a Firenze ed è in luna di miele in Italia. Così le ho procurato dei biglietti per venire all’ospitalità la mattina della prima tappa. E lei mi ha chiesto: «Allora, qual è il tuo programma per la giornata?». E io le ho risposto che sarei andata a Rimini per conquistare la maglia gialla. Le ho detto che sarebbe stato un sogno assoluto, anche se il piano di attaccare e provare c’era davvero. Volevamo essere nel vivo della gara e quando è arrivata la sera, abbiamo scoperto che il sogno si era avverato.

Da quanto tempo sei in questa squadra?

Dal dicembre 2016. Ho iniziato a occuparmi dei social media e poi, dopo circa un anno, sono passata al ruolo di addetto stampa. Ora invece sono responsabile delle comunicazioni. Mi sono avvicinata al ciclismo perché in realtà provengo da una famiglia di ciclisti. Mio fratello era un ciclista professionista così pure sua moglie, Nikki Harris. Mio padre andava sempre in bicicletta quando eravamo bambini. E poi, per fare sì che i miei due fratelli maggiori continuassero a stare bene, evitando che frequentassero le persone sbagliate, li arruolò nel club ciclistico locale.

Cresciuta fra le bici, insomma…

Abbiamo trascorso tutta la nostra infanzia partecipando a gare ciclistiche. Io ero di supporto per i miei fratelli. E alla fine, come si diceva, uno di loro è stato per alcuni anni un ciclista professionista e ora è allenatore nella nazionale britannica: si chiama Matt Brammaier. Per cui, ecco spiegato come mai io lavori nel ciclismo. Invece sono nelle comunicazioni perché ho studiato pubbliche relazioni e media e quindi… eccomi qui.

Emily con il fratello Matt: ex corridore e ora tecnico della Gran Bretagna (foto Instagram)
Emily con il fratello Matt: ex corridore e ora tecnico della Gran Bretagna (foto Instagram)
Come è stato aspettare l’arrivo di Bardet a Rimini?

Piuttosto folle, perché non avevamo una visione d’insieme. Non avevamo schermi televisivi, a dire il vero, perché il nostro pullman si è rotto mentre arrivavamo a Rimini (in sostituzione è stato chiamato Daniele Callegarin con il pullman Vittoria, ndr). Quindi è stata una fortuna che io sia riuscito ad arrivare al traguardo. Ho avuto un passaggio dalla Israel Premier Tech. Hanno caricato me e il mio operatore in una stazione di servizio sull’autostrada. Il pullman aveva tutte le spie accese sul cruscotto, per cui ho inviato un messaggio ai miei colleghi e ho detto se ci fosse qualcuno dietro di me in autostrada che potesse venire a prendermi. E alla fine, grazia alla Israel, sono arrivata al traguardo con il cibo, le bevande e la borsa per l’arrivo.

Che cosa ha significato gestire la maglia gialla del Tour?

Buona domanda. In realtà c’è differenza tra averla per pochi giorni e quando invece si punta davvero alla classifica. In ogni caso devi provare a gestire la quantità di tempo in cui il corridore è impegnato a partire dai protocolli post gara. Quando lo fai per giorni e giorni di seguito, ci vuole molta energia. Sei sempre l’ultimo corridore a lasciare la gara. Hai il podio, molteplici conferenze stampa, controlli antidoping. Può volerci un’ora e mezza, anche due ore prima che torni in hotel. Quindi penso che se lo fai giorno per giorno e il tuo obiettivo è davvero mantenere la maglia, allora devi cercare di gestire davvero il tempo. Ma per noi, ovviamente, in questo caso non era quello l’obiettivo.

Che cosa ha rappresentato quella maglia per Bardet?

E’ stato un momento davvero speciale, per cui abbiamo vissuto le varie fasi insieme e senza stress. Ci siamo goduti tutta la trafila di cosa significhi essere in maglia gialla. La serata è stata impegnativa. Ogni sera il Tour è affollato, ma credo che questa volta sia stata eccezionale. Come ho detto, non avevamo un pullman al traguardo, quindi i corridori sono saliti in macchina e se ne sono andati. Noi invece (ride, ndr) siamo tornati in bicicletta dal traguardo all’hotel.

Bardet in giallo, Van den Broeck in verde: grande inizio di Tour (foto Instagram)
Bardet in giallo, Van den Broeck in verde: grande inizio di Tour (foto Instagram)
In bici?

Bardet e Van den Broeck erano entrambi reduci dal podio, quindi sono saliti in macchina e sono andati via con il medico. Noi rimasti, quindi il nostro allenatore e il capo delle operazioni, abbiamo preso le loro bici di scorta e abbiamo fatto 10 chilometri fino all’hotel. E’ stato molto diverso dal solito viaggio in macchina…

In che modo avete gestito la maglia sul piano della comunicazione?

Abbiamo cercato di realizzare quanti più contenuti possibili. Commercialmente, la maglia gialla è super interessante ed è un momento che abbiamo voluto massimizzare anche dal punto di vista dei social media e delle pubbliche relazioni. Abbiamo fatto venire un paio di giornalisti in hotel e più tardi la sera abbiamo fatto alcune interviste dal vivo sia con Roman che con Frank Van den Broeck. Però abbiamo avuto anche un momento con lo champagne per fare festa tutti insieme. E mentre eravamo nella hall a fare questo brindisi, in televisione riproponevano la tappa. Così ci siamo seduti e abbiamo visto il finale tutti insieme.

Dai social media si è visto che i ragazzi hanno detto qualcosa.

Hanno fatto un bel discorso e abbiamo bevuto tanto champagne, che alla fine gocciolava dal soffitto. Romain era felice. Penso che indossare la maglia gialla sia stato il sogno di una vita, quindi è stato bello poterlo condividere con lui. Era decisamente emozionato, soprattutto quando è tornato in albergo e ha visto i compagni di squadra e gli altri membri dello staff.

L’intera squadra è stata felicissima per Bardet, in giallo al suo ultimo Tour
L’intera squadra è stata felicissima per Bardet, in giallo al suo ultimo Tour
Il giorno dopo è stato necessario fare qualcosa di particolare, avendo la maglia gialla?

Siamo arrivati un po’ prima alla partenza, in modo da avere abbastanza tempo per fare tutto il necessario. Non abbiamo creato una strategia mediatica, ma di certo è stato un momento di altissima intensità al quale ci eravamo preparati dal mattino. Per ogni Grande Giro prepariamo oggetti su misura, per cui al Tour ne abbiamo gialli, verdi, a pois nel caso arrivi quella maglia. Da un punto di vista commerciale è utile, per cui abbiamo poi passato la mattinata a fotografare quel genere di cose. A scattare foto di gruppo tutti insieme, perché per tutti noi è stato un momento speciale da ricordare.

Quanta attenzione c’è per la maglia gialla?

E’ stato piuttosto folle, considerando che si trattava di un francese dopo una prestazione così spettacolare. Non è stata solo la sua vittoria, ma una vera vittoria di squadra e penso che tutto il mondo del ciclismo sia stato davvero contento vedendoli arrivare al traguardo. Abbiamo ricevuto un quantitativo incredibile di messaggi di complimenti per la strategia e la sua esecuzione. E’ stato davvero speciale farne parte.

Incontri, feste e autografi nel suo unico giorno in giallo: qui con Prudhomme
Incontri, feste e autografi nel suo unico giorno in giallo: qui con Prudhomme
Peccato sia durata per un solo giorno…

Quando abbiamo perso la maglia, ovviamente, c’è stata una certa delusione. Sarebbe stato carino per Romain portarla fino in Francia. Ma se avessi detto a chiunque di noi che avremmo avuto una giornata con la maglia gialla, vinto una tappa e anche un secondo posto, che avremmo preso una maglia verde e una maglia bianca e il premio di corridore più combattivo nel primo giorno di Tour, avrebbe firmato subito. Quindi la delusione iniziale, anche per Romain, di aver perso a Bologna, si è ribaltata nell’aver capito che sia stato probabilmente uno dei giorni più speciali della sua carriera. Ed è fantastico che tutti noi lo abbiamo condiviso con lui.

Un corridore speciale come lui al suo ultimo Tour de France.

E’ stato davvero bello essere con Romain nell’ultimo Tour de France. Lavoriamo molto bene insieme, è un ragazzo fantastico da avere in squadra. Dà tantissima energia. Non siamo una squadra che vince spesso, ma quando vinciamo, è davvero speciale. E quel primo giorno di Tour è stato davvero speciale, uno dei migliori della mia carriera nel ciclismo.