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La Patagonia di Lola e Stefania, il racconto di un viaggio condiviso

14.03.2023
8 min
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Una gravel e una handbike. Lola e Ste. Un viaggio ai confini del mondo tra Cile e Argentina, ricco di esperienze di condivisione e legame con un territorio unico come quello della Patagonia. Una meta agognata, anelata, bramata, da qui il nome della spedizione, Patagogna. Da El Chalten a Ushuaia, 25 giorni, 1300 chilometri per attraversare luoghi iconici al ritmo di una pedalata alla volta, nella lentezza di quello che è un viaggio unico. Ecco il racconto di quei giorni con le due protagoniste Eleonora Delnevo e Stefania Valsecchi.

Qui Lola e Stefania con dietro il mastodontico ghiacciaio Perito Moreno
Qui Lola e Stefania con dietro il mastodontico ghiacciaio Perito Moreno

Eleonora e Stefania

Con l’aiuto di Serena Cugno di MyfamilyBike vi avevamo presentato il viaggio. Oggi andiamo a scoprire chi sono e come è stata questa esperienza supportata da Liv. Eleonora Delnevo, Lola per tutti, è un’alpinista bergamasca, del Gruppo Ragni di Lecco, amante della montagna e della natura. Nel 2015 è rimasta vittima di un grave incidente durante una scalata su una cascata di ghiaccio che le ha causato una lesione spinale completa e quindi una paralisi dalla vita in giù. 

Stefania Valsecchi è nata a Lecco 55 anni fa, è una maestra elementare in una scuola lecchese, una professione scelta per divertimento e passione. Campionessa mondiale di triathlon invernale nel 2013, fa da quasi vent’anni viaggi in bici in tutto il mondo e per lei questa Patagonia è un altro tassello tra le sue innumerevoli avventure. 

Il viaggio è stato affrontato in totale autonomia senza supporto esterno
Il viaggio è stato affrontato in totale autonomia senza supporto esterno

La prepazione

Una spedizione più che un viaggio. Nessun supporto, solo i propri mezzi e le borse con sacchi a pelo, viveri e tutto ciò che serve per stare via un mese.

«Tutto è partito – dice Lola – con l’investimento della mia handbike e visto che non è costata poco, ho subito pensato che ci volesse un viaggio importante per provarla. Sono consulente ambientale e l’anno scorso mi si è creato un momento libero nel mio lavoro in cui ho potuto organizzare il viaggio. Così mi sono messa a cercare compagni di viaggio per questa esperienza e Mario Conti, un membro dei Ragni di Lecco (oggi unico sopravvissuto fra i conquistatori del Cerro Torre, ndr), mi ha fatto conoscere Stefania. Ci doveva essere anche mia sorella ma non è riuscita a esserci per motivi lavorativi. 

«Ne ho parlato – spiega Eleonora – con Marta Villa di Liv che si è subito innamorata del progetto e ha deciso di supportarci in questa nostra spedizione. Mi piace molto il loro modo di intendere il ciclismo femminile e del pedalare per il puro piacere includendo tutti e tutte. L’etica del viaggio è un altro aspetto condiviso da Marta che ne è rimasta molto entusiasta».

«Sono partita – dice Stefania – per il semplice fatto che ci fosse Lola. Nel senso che io di viaggi in bicicletta è dal 2006 che ne faccio: Mongolia, Tibet, Himalaya e Sud America. Viaggiare in bicicletta per me è una cosa normale in terre anche molto inospitali. Non sarei mai andata in Patagonia perché non pedalo mai quando c’è vento, io sono di Lecco e a noi ciclisti del lago non piace uscire quando spira forte il vento. La Patagonia è sinonimo di vento, ma il fatto di essere con lei mi ha convinto».

I paesaggi mozzafiato si susseguivano tra vento e sole
I paesaggi mozzafiato si susseguivano tra vento e sole

Il viaggio

Come detto, 1300 chilometri in 25 giorni. Un’avventura che ha coinvolto le due cicliste e le ha messe di fronte a sfide e gioie.

«Siamo partite da El Chalten – spiega Lola – per arrivare ovviamente a Ushuaia, per circa 1300km dall’1 al 25 gennaio. Quella che è un po’ la Ruta 40 ma io non volevo fare troppo asfalto perché sono un po’ “fifona” e ho paura delle macchine. Ne abbiamo approfittato per fare strade secondarie e vivere la Patagonia più verace. Volevo capire cosa vuole dire il viaggio lento, non avendolo mai fatto. Invece devo dire che se avessi fatto questo viaggio in macchina mi sarei persa un sacco di momenti e luoghi bellissimi, così abbiamo visto tantissimi animali, e posti che non avremmo mai visitato. 

«Tra le cose belle – racconta Stefania – che mi porto dentro c’è la gente spettacolare, perché ha una calma, una pazienza e una gentilezza che rende tutto più accogliente e bello. In più c’era il mio rapporto con Lola. Io purtroppo e non per scelta, non sono madre. Ma avendo 13 anni in più di lei mi sentivo molto protettiva nei suoi confronti. Devo dire che questo senso di protezione è stato bellissimo. Sono una maestra ed è un sentimento che provo spesso, ma estremizzato in quelle situazioni ha reso il mio viaggio ancora più speciale. Lola è davvero forte e non ha bisogno di tutto questo, ma io l’ho vissuto e ha riempito un po’ quel sentimento che da madre non ho mai provato».

Le bellezze 

A rendere ogni metro unico per Lola e Stefania ci sono stati i rapporti umani e la natura. «La parte del Paine – riprende Eleonora – mi è piaciuta davvero tanto perché è una parte affascinante, tra lagune, sali e scendi e sterrato con le montagne sempre al proprio fianco. Poi devo dire che siamo state molto fortunate con il meteo perché a parte il vento che è una costante, non abbiamo subito pioggia se non uno o due giorni. 

«Una cosa che mi ha colpito particolarmente – dice Lola – è la condivisione del viaggio anche con la gente che trovavamo sul percorso. Io magari non sono così aperta, ma la Ste riusciva a coinvolgere tutti e a far si che ci si trovasse subito a ridere e scherzare insieme. Gli ultimi giorni per esempio abbiamo condiviso la strada con una coppia francese che avevamo incontrato a Puerto Natale e che avevamo inseguito nella Terra del Fuoco. Abbiamo trovato delle persone con cui abbiamo costruito subito un rapporto di complicità. 

«I punti più belli per me che amo la montagna – racconta Stefania – sono quelli di Fitz Roy dove c’è il Cerro Torre che fu conquistato per la prima volta dai Ragni Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri nel gennaio del 1974. Sono luoghi evocativi per noi di Lecco. Oppure Le Torri del Paine, perché è un luogo molto vasto, ricco di colori, l’azzurro del cielo, le sfumature del ghiaccio, il contrasto delle rocce granitiche. Poi ovviamente c’è il Perito Moreno, il ghiacciaio mastodontico che arriva fin dentro l’oceano».

L’arrivo a Ushuaia dopo 25 giorni di viaggio nel punto più a Sud del mondo
L’arrivo a Ushuaia dopo 25 giorni di viaggio nel punto più a Sud del mondo

La fatica e le gioie

Tra le fatiche e le gioie per le due viaggiatrici c’è un sentimento di reciprocità.

«La fatica – spiega Lola – è più quella mentale. Certo c’è anche quella fisica, non sono mancati i momenti dove più per il carico che portavamo che per altro, Stefania è dovuta scendere per spingere la sua bici e a volte anche la mia. Questo è un po’ il risvolto di fare un viaggio in autonomia. Un giorno non ce la facevo più e ho mollato le valigie a un furgone e da li sono andata su come se niente fosse. La fatica mentale è quella più provante, andare anche solo in bagno per me non era semplice…Devo dire che Stefania mi ha aiutato un sacco. Un viaggio di questo tipo non sarei mai riuscita ad affrontarlo da sola. Stefania è una forza della natura, bisogna trovare il tasto “off” ogni tanto. Ha un’energia contagiosa».

«Poiché tutto è andato bene – dice Stefania – anche i momenti difficili ora fanno parte del lato bello del viaggio. Anche le difficoltà ora sono un motivo di sorriso. Ricordo un giorno che abbiamo dovuto smontare una porta per permettere l’accesso ai servizi per Lola. Da un problema per quanto banale siamo riusciti a trovare una soluzione e quindi trovarci a ridere subito dopo.

«Lola è di un’indipendenza incredibile – racconta Stefania – là tutta la sua autonomia veniva costantemente limitata. Ricordo tanti momenti difficili. Il vento, le mie cadute, la bicicletta che volava via. La stanchezza continua. Una macchina mi è venuta addosso, ringraziando Dio non è successo niente. Alla fine del viaggio tutto questo lo rende ancora più vero e vissuto». 

Stefania ha percorso i 1300 km a bordo della gravel Liv Devote Advanced 2
Stefania ha percorso i 1300 km a bordo della gravel Liv Devote Advanced 2

L’inclusività del ciclismo

In un mondo che va veloce, tra la frenesia del lavoro e della vita quotidiana, la bici e lo sport sono un antidoto per tentare di rallentare tutto ciò. Oltre a questo, l’obiettivo di Liv è anche quello di rendere lo sport accessibile a più donne possibili, facendo conoscere il ciclismo in tutte le sue forme.

«Io che vengo anche dalle competizioni – afferma Stefania – riesco ad apprezzare molto questo concetto di inclusività e di pedalare per il puro piacere. Ogni cosa ha un suo tempo per me. Il ciclismo fatto in un certo modo può diventare un gesto femminile che ti permette di instaurare relazioni e conoscere persone praticando uno sport bellissimo. Noi stesse abbiamo stretto amicizia con cicloviaggiatori e persone del luogo che sentiamo tutt’ora. Si pedala, ma con la giusta lentezza per parlare, condividere, chiacchierare e instaurare tante belle relazioni. 

«Di viaggi in bicicletta – conclude Stefania – ne ho fatti tanti. Per Lola invece era il primo e il fatto che tutto andasse per il meglio era il mio obiettivo. Non guardavo a me stessa ma è come se il mio scopo fosse riuscire a trovare tutto adeguato per lei. Un aspetto che mi ha aiutato è stato fare il mio viaggio sulla Liv Devote che mi è stata fornita per la spedizione. E’ una bici splendida, di una comodità estrema. Io muovevo tra bici e borse circa 35 kg e non me ne accorgevo quasi di avere tutta quella zavorra. Sono una ciclista da quando ho 18 anni, ho smesso di fare gare tre anni fa. E’ la bici più confortevole che abbia mai guidato. Se devo essere sincera non avevo mai compreso il ruolo della gravel. Ho sempre pedalato o in strada o in Mtb e invece è stata una piacevole sorpresa».

Patagogna: il viaggio speciale di Serena, Stefania e Lola

26.12.2022
7 min
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Una meta desiderata, bramata, agognata. Per riassumerlo in una sola parola Patagogna. Un errore voluto quello di intitolare il viaggio fino all’estremo confine del Sud America per chiarire fin dall’inizio il senso di questa esperienza. Proprio oggi nella festività di Santo Stefano, Eleonora Delnevo e Stefania Valsecchi stanno sorvolando l’Oceano in direzione Patagonia per iniziare la loro avventura. Al fianco di questa fantastica esperienza a supportare le due ambasciatrici c’è Liv. Il brand delle due ruote il cui intento è quello di portare il maggior numero di donne e ragazze in bicicletta facendole divertire e creando una community. 

Una meta così ambiziosa e lontana ha però bisogno di una pianificazione accurata e meticolosa. Ed è qui che è entrata in scena Serena Cugno. Autrice del blog e anima del progetto Myfamilybike, è una donna di 40 anni, mamma di due splendide bambine, Nicole e Cloe, che ha fatto della passione per la bici uno stile di vita. Cinque anni fa lei stessa ha solcato quelle terre lontane e oggi insieme a Liv è pronta a supportare le due nuove avventuriere. 

Il progetto Myfamilybike è rivolto a far conoscere quanto sia bello viaggiare con la propria famiglia
Il progetto Myfamilybike è rivolto a far conoscere quanto sia bello viaggiare con la propria famiglia

Myfamilybike

La storia di Serena Cugno parte da un innamoramento per le due ruote nato lontano dalla competizione. A sentire la sua storia sembra che le parole di Liv fossero già nella sua indole da molti anni.

«Da quando abbiamo iniziato – dice Serena – a fare viaggi in bicicletta nel 2004 è stato amore a prima vista. Da lì mi è proprio scattata una passione verso la bici anche se non ho mai fatto gare né da giovane né da più grandicella. Non mi è mai scattata quella voglia di pedalare per fare gare e competere con le altre. L’ho sempre visto come un mezzo per esplorare e fare viaggi in tutto il mondo.

«Dal 2019, quindi prima della pandemia – spiega – abbiamo iniziato a raccontare i nostri viaggi. L’isola di Guadalupe nei Caraibi. Poi nel 2021 siamo andati a fare il viaggio dei viaggi da Helsinki a Rovaniemi dove siamo andati a trovare Babbo Natale con il sole di mezzanotte a luglio. Quando sono arrivate le nostre figlie abbiamo deciso di non abbandonare le nostre passioni e da lì è nato Myfamilybike. Un blog su Instagram e Facebook per raccontare ed essere d’esempio per le altre famiglie. Vedevo le mie amiche un po’ frustrate perché si erano dedicate a fare le mamme al 100%, mettendo da parte qualsiasi passione che fosse bici o altro. Il messaggio di Myfamilybike sta proprio in questo, comunicare che si possono portare avanti le passioni. La pagina Myfamilybike è stata la chiusura di un cerchio, quando si viaggia sappiamo che abbiamo tutto quello che ci serve, la famiglia e la bici».

Per Serena viaggiare in bici è sinonimo di libertà e gioia
Per Serena viaggiare in bici è sinonimo di libertà e gioia

Decidere di partire

Prima di Eleonora e Stefania, Serena con una storia tutta sua è andata alla scoperta della Patagonia in sella alla propria bici. Un viaggio unico e in grado di trasmettere emozioni irripetibili che ancora oggi sono motivo di grande sorriso e motivazione transitiva a chi si vuole mettere sulla strada.

«Mio marito mi ha fatto lo scherzo – racconta Serena – di licenziarsi e aprire il negozio di bici che ha tutt’ora di nome Ciclocentrico, interamente dedicato al cicloturismo. Per ringraziarmi di non avergli impedito di fare questa cosa mi ha regalato un volo per la Patagonia. Così sono partita a febbraio 2017 e ho pianto tutte le lacrime che avevo perché la mia bimba aveva 2 anni e mezzo. Decidere di partire, come accade spesso, è stata la parte che ha richiesto più coraggio.

«Il viaggio è stato bellissimo – dice – e tornassi indietro lo rifarei. Ho sempre fatto viaggi con lui e questo era il mio primo in solitaria. Io avevo il volo di ritorno dopo 17 giorni. Per arrivare giù ce ne ho messi due. I chilometri da coprire erano 1.200 divisi in 12 tappe da El Calafate a Ushuaia. Le incognite atmosferiche di solito sono due vento e pioggia. Ho provato fuori misura anche tanto freddo. Un giorno si unirono tutte queste intemperie e pensai di mollare quella tappa. In realtà ciò che ti circonda laggiù è talmente meraviglioso che trovi la forza in qualsiasi cosa e non ti puoi fermare. Infatti quando mi chiedevano Stefania e Lola i lati negativi di questa esperienza, ho risposto loro che i ricordi positivi superano di gran lunga qualsiasi imprevisto o avversità. Solo meraviglia e un continuo alternarsi di testa bassa e bocca aperta per lo stupore di ciò che mi circondava».

Bellezza e fatica

Perché ci si spinga ad un’avventura alla scoperta di una meta che si trova dall’altra parte del mondo non sempre è cosa semplice da capire. Ascoltando le parole di Serena si percepisce un’aura di bellezza che unita alla fatica acquisisce un sapore di conquista che solo situazioni di questo tipo sono in grado di regalare.

«La popolazione del posto è davvero poca e molto distante tra un contatto e l’altro. Nella Terra del Fuoco abbiamo chiesto ospitalità nelle fattorie e ci facevano posizionare la tenda nei loro terreni sconfinati. Uno dei luoghi più affascinanti è Torres del Paine dove si va a dormire di fronte alle cime. E’ stata un po’ la stessa emozione che ho vissuto in Tibet quando ho visto l’Everest che si è aperto dietro ad una nuvola e sono scoppiata in lacrime dalla bellezza. Si tratta sempre di una meta che ti devi conquistare dopo tanta salita e fatica. 

«Spazi smisurati, enormi, sconfinati – spiega – dove a perdita d’occhio vedi questi terreni e gli animali che attraversano la strada. L’asfalto sta aumentando in quelle zone, ma gran parte è ancora sterrata. Il traffico è davvero poco, si è totalmente immersi nella natura. I percorsi sono molto ondulati, c’è molta salita. Su 1.200 chilometri il dislivello era di circa 10.000 metri. E’ un viaggio impegnativo, soprattutto nella prima parte. Meno nella Terra del Fuoco, dove si attenuano le salite. L’arrivo era a Ushuaia che è la città più a sud del mondo. Infatti ho questo timbro sul passaporto dove c’è scritto la “La ciudad mas austral del Mundo».

Lola a bordo della sua handbike elettrica affronterà tutte le mete per attraversare la Patagonia
Lola a bordo della sua handbike elettrica affronterà tutte le mete per attraversare la Patagonia

Consigli per Lola e Stefania

Oggi a partire sono Eleonora Delnevo, per tutti Lola, e Stefania Valsecchi. Due donne forti e avventuriere che non si pongono confini. Stefania nata a Lecco 55 anni fa, è una maestra elementare in una scuola lecchese, una professione scelta per divertimento e passione, con la sua bici viaggia e abbatte ogni limite. Lola è un’alpinista bergamasca, rimasta vittima nel 2015 di un brutto incidente che l’ha paralizzata dalla vita in giù. A bordo della sua handbike elettrica affronta ogni sfida con determinazione e dedizione.

«Ci siamo conosciute – spiega Serena Cugno – tramite Liv perché Marta Villa, Marketing Coordinator del marchio, ci ha messe in contatto per la mia esperienza in questo viaggio. Lola e Stefania sono due persone meravigliose. L’unica cosa che ho consigliato loro è quella di fare attenzione sulla pianificazione e sulle soste. Ci si può prefissare di fare 100 chilometri e poi riuscire a farne solo 50 e la volta dopo 120. Quindi di essere flessibili e di stare attente ai giorni dopo. Nonostante sia una località frequentata da turisti, comunque è una terra selvaggia e con una densità di popolazione bassissima. In sostanza non devono lasciare nulla al caso. Sarà un viaggio pieno di sorprese in positivo e di emozioni continue. Gli ho detto di godersi ogni metro. Sono due donne forti e toste. Super decise e determinate, per quello gli ho dato pochi consigli, avendo due caratteri molto forti non avranno problemi a superare ogni ostacolo, hanno vissuto entrambe di peggio».

Stefania non è nuova a questo tipo di avventure tra freddo e fatica
Stefania non è nuova a questo tipo di avventure tra freddo e fatica

Liv Committed

Le tre ambasciatrici portano avanti la filosofia di Liv. Un concetto di inclusione che fa bene al ciclismo, e che attraverso il ciclismo femminile è pronto a dare un esempio a tutti i ciclisti del mondo.

«Diciamocelo con franchezza, in Italia – spiega Serena – quello della bici è un mondo prettamente maschile e rivolto alla competizione. Quindi una come me, donna, che non è mai stata interessata all’agonismo… Ho sempre pensato di essere tagliata fuori dal ciclismo. Invece è una passione in grado di smuovere il mondo e Liv vuole comunicare tutto ciò. Il mio messaggio dell’inclusione che parte dalla famiglia ripercorre in modo parallelo questo pensiero. Soprattutto anche cercare di far capire alle donne che questo sport è adatto a loro. In molti casi c’è il marito che va troppo forte, trovare un gruppo alla propria portata non è mai semplice e spesso questo porta ad abbandonare le due ruote e non sentirsi adatti. 

«Creare gruppi di donne – conclude – che abbiano voglia di pedalare solo per il piacere di farlo è il mio obiettivo per il 2023. In Liv ho trovato supporto e persone che la pensano esattamente come me. Inclusione e uscire dallo stereotipo della competizione a testa bassa. Una donna, una mamma, non ha sempre la possibilità di allenarsi ed essere competitiva rimanendo quindi indietro.  Invece bisogna mettere da parte i sensi di colpa e godersi ogni uscita in sella».