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Saronni, com’erano le kermesse di una volta?

13.12.2022
4 min
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Dopo i criterium nell’Estremo Oriente organizzati dalla società che allestisce il Tour de France, la serie di circuiti con i campioni è proseguita anche in Europa, con la prova di Montecarlo vinta da Gilbert (ultima uscita di Rebellin prima della sua tragica scomparsa) e la sfida di Madrid andata a Pogacar (nella foto di apertura). Dei circuiti extracalendario si erano un po’ perse le tracce e non solo per colpa del Covid. La stagione è talmente ricca che non ci sarebbe materialmente la possibilità di organizzare e avere al via professionisti in gare al di fuori dei programmi istituzionali. Una volta non era così, anzi…

A Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unico
A Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unico

L’occasione di questa inattesa ripresa di una moda antica è utile anche per fare un salto indietro nella memoria, quando i circuiti, criterium, kermesse o come si voglia chiamarli erano una pietra miliare nel panorama ciclistico. Giuseppe Saronni li ha vissuti dal di dentro e guarda alla loro ripresa con un po’ di scetticismo: «Non c’è paragone perché i tempi sono completamente cambiati. Una volta i circuiti erano molto più semplici da allestire perché c’erano molti più spazi nel calendario e trovare date e disponibilità era possibile, oggi neanche a pensarlo, salvo appunto qualche occasione quando la stagione è finita».

Perché una volta se ne allestivano così tanti?

Erano una voce fondamentale nelle entrate dei ciclisti, non c’erano i contratti principeschi di oggi. Noi raccoglievamo soprattutto nelle 6 Giorni e in queste kermesse: chi era capitano, chi vinceva grandi prove aveva ingaggi più alti e sicuramente contratti un po’ più importanti, chi viveva il ciclismo da gregario portava a casa soprattutto con i premi e con queste partecipazioni.

Il Cycling Stars di Valdobbiadene, kermesse post Giro d’Italia ha raccolto tanto pubblico
Il Cycling Stars di Valdobbiadene, kermesse post Giro d’Italia ha raccolto tanto pubblico
Gli organizzatori contattavano direttamente i corridori?

Sì, ma non solo. Una volta i direttori sportivi facevano anche un po’ da manager, soprattutto per tutti quei circuiti – ed erano davvero tanti – che si svolgevano dopo i grandi giri. Erano loro a fare un po’ le convocazioni per le varie prove. Poi anche noi campioni dell’epoca venivamo contattai direttamente e ci mettevamo d’accordo pensando anche a chi portare con noi. Per i compagni di squadra quelle presenze erano qualcosa di importantissimo alla fine dell’anno, quando si andava a fare il rendiconto delle entrate familiari…

Saronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagni
Saronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagni
Un sistema del genere vigeva nelle gare di atletica su strada e molti organizzatori, nell’atto di ingaggiare i corridori, stabilivano anche una sorta di “svolgimento” della corsa, decidendo di fatto in anticipo il suo epilogo per accontentare autorità e sponsor che mettevano i soldi e avere più spazio sui media. Avveniva la stessa cosa nel ciclismo?

Sì e no. Molto spesso questi circuiti erano corse vere e proprie, con la sola differenza rispetto alle gare normali che si svolgevano, come dice il nome, sulle stesse strade con il pubblico che li vedeva passare quindici-venti volte, tanto è vero che alcuni organizzatori facevano anche pagare un minimo biglietto d’ingresso al pubblico nei circuiti. Gareggiavano mai oltre la cinquantina di ciclisti e si trattava anche di gare di 100-140 km. Se il più delle volte vincevano i campioni erano perché erano al momento i più forti, ma poteva capitare anche che, soprattutto dopo il Giro d’Italia, gli organizzatori chiedessero un occhio di riguardo verso chi indossava la maglia rosa. Ma non avveniva spesso…

Voi come interpretavate queste gare?

Ripeto, erano corse vere dove anzi si correva davvero alla garibaldina perché non c’erano giochi di squadra. C’era chi cercava la rivincita, chi voleva confermarsi dopo le prove nelle grandi corse, insomma quando salivamo in sella per noi era gara a tutti gli effetti. Si badava solo a non farsi male. Spesso però non guardavamo tanto a noi, quanto ai nostri compagni: per noi era importante che loro partecipassero perché portavano a casa cifre per loro importanti. Bisogna tenere presente che a fine stagione avevamo partecipato a 30-50 circuiti nel complesso e i conti sono presto fatti…

Al Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post Tour
Al Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post Tour
Le prospettive oggi sono diverse: secondo te i criterium andrebbero ripensati?

Premesso che come si vede, trovare spazio non è semplice, quale interesse possono avere i campioni di oggi a gareggiare in quelle prove? Certamente gli ingaggi non influiscono sui loro conti correnti… Io penso che effettivamente andrebbero cercate finalità diverse: ad esempio quelli con funzioni di beneficenza si è visto che possono avere un loro spazio, i campioni partecipano più volentieri. Ma certamente quei tempi, con così tante gare non torneranno più.

Il Tour di Vingegaard iniziato da una lite a scuola

11.11.2022
4 min
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Soltanto nella sua casa a Hillerslev, Vingegaard riesce ad essere semplicemente Jonas. Quando lo dice, a tratti nella sua voce compare una voglia di normalità dopo lo tsunami di popolarità che lo ha travolto con la vittoria del Tour. Il paese si incontra 280 chilometri a nord di Copenhagen e con i suoi 360 abitanti è davvero un’oasi di silenzio.

«Ci sono appena piccole differenze rispetto a prima – sorride il danese con un pizzico di ironia – sono più riconosciuto, ma quando sono a casa, è come prima. Posso ancora allenarmi come voglio, dove voglio. E chi lo desidera può pedalare con me».

Capire che cosa abbia significato per Jonas e la sua famiglia essere arrivati così in alto, è fare un viaggio nella tradizione e la cultura di un popolo che, soprattutto nelle campagne, viene educato nel segno della collettività, rifuggendo l’affermazione personale. Al punto che quando un insegnante del liceo cercò di convincere il giovane Jonas del fatto che non dovesse avere sogni legati allo sport, sua madre Karina esplose.

«Ero semplicemente così furiosa – ha raccontato – non è giusto togliere i sogni ai giovani. E ci sono alcuni sogni per i quali devono passare per la cruna di un ago».

Claus e Karina Vingegaard, i genitori di Jonas, hanno seguito la vittoria del Tour nel tendone di Hillerslev (foto Nordjyske/Henrik Bo)
Claus e Karina Vingegaard, i genitori di Jonas, hanno seguito la vittoria del Tour nel tendone di Hillerslev (foto Nordjyske/Henrik Bo)

Il ciclismo e la ribellione

Quando Jonas ha vinto il Tour, tutto il paese si è radunato sotto un tendone costruito nella piazza vicino alla chiesa, con i suoi genitori Claus e Karina nel mezzo a ricevere gli abbracci e gli applausi

Il Tour de France ha sempre fatto parte della vita della famiglia. Nel 1996, Karina era incinta di Jonas e insieme a suo marito seguì la vittoria di Bjarne Riis in maglia gialla. 

Da allora, quasi per ogni estate, la famiglia iniziò a recarsi in Francia per seguire il Tour de France e quando Jonas ha iniziato a correre, Claus ha pensato bene di investire in una roulotte che, oltre a garantire che Jonas potesse partecipare alle varie gare ciclistiche, è diventata la cornice di tante vacanze. Suona come una beffa il fatto che proprio quest’anno, in cui avrebbero avuto da festeggiare il Tour del figlio, i Vingegaard non siano potuti andare in Francia per motivi personali.

In un Paese caratterizzato dalla legge di Jante, uno schema mentale tipico del Nord Europa elaborato dal sociologo Aksel Sandemose, secondo cui bisognerebbe rifuggire l’affermazione individuale a favore della collettività, i genitori di Vinegaard sono andati nella direzione opposta. Raccontano infatti che per loro, era importante che i figli crescessero con la convinzione che avere degli altri obiettivi ripaga dagli sforzi. Al punto di aver discusso con quel consulente scolastico che si era preso la briga di dire a Jonas, già innamorato di ciclismo, che non sarebbe potuto diventare un ciclista professionista.

«Per fortuna alla scuola dello sport – ha ricordato la mamma – ha trovato un insegnante che valeva tanto oro per quanto pesava. Ha avuto un approccio a Jonas che lo ha fatto crescere mentalmente. Allo stesso tempo, ci siamo messi in contatto con un mental coach e quel periodo ha segnato la svolta psicologica».

A Saitama, Vingegaard ha indossato nuovamente la maglia gialla di PArigi
A Saitama, Vingegaard ha indossato nuovamente la maglia gialla di PArigi

La scelta del Tour

«Tutta questa attenzione non mi disturba – dice il diretto interessato, incuriosito dall’attenzione sulle sue origini – non sto cercando i riflettori. Sarei così felice anche se nessuno mi riconoscesse, ma non ho problemi con questo. Fa parte del pacchetto».

Prima di ricominciare sul serio con gli allenamenti, Vingegaard si è concesso una vacanza alle Maldive con la compagna Trine e la figlia Frida, che ha ancora due anni e si nasconde spesso fra le gambe del padre. Poi sulla via del ritorno, si è fermato in Giappone per i circuiti organizzati dal Tour de France. E qui ha potuto commentare le sfide che lo attendono. 

«Quello del Tour – ha detto – è un buon percorso. Mi sarebbe piaciuto solo un po’ più di cronometro, perché penso che sarebbe stata a mio vantaggio. E’ vero che il mio sogno è vincere i tre grandi Giri e a dicembre, durante il ritiro, ne parleremo. Vedremo cosa vuole la squadra e cosa vorrei io. Per il momento sarebbe troppo complicato correre Giro e Tour. E dovendo scegliere, la mia preferenza va al Tour de France».