A.C. Milan, stadio San Siro

“Vinci il Milan con Sara”: un concorso tra sport, sicurezza e… valori

13.02.2026
4 min
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Sara Assicurazioni e il Milan celebrano una partnership che va oltre la semplice sponsorizzazione. Un progetto costruito su valori condivisi: eccellenza, innovazione e passione. Spirito di squadra. Principi che accomunano una delle più storiche compagnie assicurative italiane a uno dei club più iconici e vincenti dello sport internazionale.

Sara Assicurazioni, assicuratrice ufficiale dell’Automobile Club d’Italia, affianca il club rossonero come Regional Partner per l’Italia e Official Insurance Partner. Un ruolo strategico. Fin dalla prima stagione, l’accordo ha dimostrato solidità e visione. Non solo in termini di visibilità del brand, ma soprattutto per la capacità di creare esperienze autentiche e contenuti ad alto valore emotivo, capaci di parlare a pubblici diversi.

I numeri confermano l’impatto della collaborazione. Oltre 10.000 clienti Sara hanno partecipato al contest che ha permesso di calciare rigori sul prato di San Siro. Più di 500 stakeholder hanno vissuto l’esperienza hospitality e tribuna durante le gare casalinghe. Le campagne digital e social hanno superato le 675.000 visualizzazioni complessive. Risultati che raccontano una strategia integrata, coerente e orientata al coinvolgimento reale.

A.C. Milan, stadio San Siro
Grazie a Sara Assicurazioni avrete la possibilità di andare vivere la partita allo stadio in maniera diversa
A.C. Milan, stadio San Siro
Grazie a Sara Assicurazioni avrete la possibilità di andare vivere la partita allo stadio in maniera diversa

Presenza a San Siro

Per la stagione in corso, la presenza di Sara Assicurazioni allo Stadio di San Siro è ulteriormente rafforzata. E’ prevista la domination dei jumbo LED durante le partite, insieme a una visibilità costante sui canali digitali ufficiali del Milan. A questo si affiancano nuove attivazioni social e digital. Il messaggio resta chiaro. Sport come stile di vita attivo. Sicurezza come valore quotidiano. Responsabilità come impegno concreto.

Il cuore della partnership resta l’esperienza. Clienti, agenti e dipendenti continuano a essere protagonisti di iniziative esclusive. Contest dedicati. Premi straordinari. Accessi privilegiati al mondo rossonero. Alcuni avranno la possibilità di scendere in campo a San Siro. Altri vivranno giornate speciali pensate per le famiglie, con i figli dei dipendenti chiamati ad accompagnare i giocatori all’ingresso in campo. Esperienze che rafforzano il senso di appartenenza.

La collaborazione si estende anche ai servizi. Sara Assicurazioni fornisce soluzioni assicurative dedicate alla squadra, allo staff e all’intera community del Milan. Parallelamente, prosegue l’impegno sui temi della sicurezza stradale. Un ambito centrale anche per chi pratica sport su strada, come il ciclismo. I corsi di guida sicura organizzati nei centri di eccellenza ACI-Sara di Lainate e Vallelunga rappresentano un punto di riferimento per formazione e prevenzione. Sicurezza come cultura. Non solo come regola.

Bici&co
Bici&Co è l’offerta di Sara Assicurazioni dedicata a chi va in bici
Bici&co
Bici&Co è l’offerta di Sara Assicurazioni dedicata a chi va in bici

Comunicazione al top

Grande attenzione è riservata anche alla comunicazione. Dopo il successo delle passate edizioni, continua il format video “Fuoriclasse di Sicurezza”. Oltre 10 milioni di visualizzazioni complessive. Un progetto che quest’anno ha coinvolto il Brand Ambassador Daniele Massaro, le calciatrici della Prima Squadra femminile e i giovani atleti di Milan Futuro. Testimonianze credibili. Linguaggio diretto. Messaggi accessibili.

La partnership guarda anche oltre il campo. Sara Assicurazioni e AC Milan condividono un impegno concreto sui temi di sostenibilità e inclusione. La collaborazione con Fondazione Milan sostiene progetti di sviluppo sociale e sportivo rivolti alle fasce più fragili della popolazione. Lo sport come strumento educativo. Lo sport come leva di cambiamento. Un concetto che trova piena sintonia anche nel mondo del ciclismo, da sempre veicolo di valori positivi e inclusivi.

Daniele Massaro, brand ambassador A.C. Milan
Daniele Massaro, brand ambassador A.C. Milan
Daniele Massaro, brand ambassador A.C. Milan
Daniele Massaro, brand ambassador A.C. Milan

Un contest… da favola

All’interno di questo quadro si inserisce anche il concorso “Vinci il Milan con Sara”. Un’iniziativa riservata esclusivamente ai clienti della compagnia, pensata per offrire un accesso privilegiato alle partite casalinghe del Milan. In palio, numerose coppie di biglietti per il Primo Anello Arancio di San Siro. Un’esperienza premium, da condividere con un accompagnatore.

Il concorso è attivo fino al prossimo 10 aprile. La partecipazione avviene tramite Area Personale o app SaraConMe, con la possibilità di esprimere due preferenze tra le partite disponibili. Le estrazioni si svolgono quindici giorni prima di ogni match. Tutti gli iscritti accedono automaticamente all’estrazione finale.

Il premio conclusivo è un’esperienza esclusiva a Milanello. Tour del centro sportivo. Accesso a bordo campo durante l’allenamento della Prima Squadra. Sessioni di test sportivi professionali seguiti dallo staff tecnico. E una sfida finale. Uno shoot out contro un portiere della Prima Squadra Maschile. Le spese di viaggio sono interamente coperte da Sara Assicurazioni.

Quella tra il Milan e Sara Assicurazioni è una partnership che dimostra come sport, sicurezza e coinvolgimento possano convivere in un progetto strutturato. Non solo visibilità. Non solo comunicazione. Ma esperienze reali, capaci di lasciare un segno duraturo. Anche fuori dal campo.

Sara Assicurazioni

Marco Piccioli, agente sportivo di calcio e ciclismo, assieme a Mattia Cattaneo, suo assistito

Giovani e mercato. Sentiamo Piccioli, procuratore di calcio e ciclismo

23.12.2025
7 min
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Molte riflessioni si sono fatte domande e ve le anticipiamo subito. E’ giusto che i migliori atleti siano in mano a pochi procuratori? E può avere senso che un ragazzino abbia già un manager? Ad esempio, quello degli allievi lo abbiamo definito un tema spinoso a ragion veduta. D’altronde nel ciclismo spesso si vive di autoreferenzialità rimanendo ancorati a pensieri stereotipati perché “le cose sono sempre state così” e quindi difficili da far vedere sotto un altro punto di osservazione.

Abbiamo provato a cercare risposte, o ragionamenti se preferite, da chi ha maturato esperienza lavorando in contemporanea su due sport diversi fra loro. Marco Piccioli, pratese di nascita e fiorentino d’adozione, è procuratore di calcio dal ‘96 e tra i suoi assistiti più importanti figurano Walter Zenga e diversi giocatori dalla Serie A in giù. Da una decina di anni è entrato anche nel ciclismo mettendosi in società con Massimiliano Mori aprendo la PM Cycling Agency. La loro collaborazione cura gli interessi di calciatori e corridori, uomini e donne, giovani e non. Assieme a Piccioli (in apertura con Mattia Cattaneo) ci siamo fatti guidare nelle differenze nel ruolo del procuratore, trovando considerazioni, diplomazia e proposte per cambiare alcuni paradossi tipicamente del mondo ciclistico.

Piccioli è procuratore di calcio dal '96 e tra i suoi assistiti annovera Walter Zenga e tanti altri giocatori italiani ed stranieri
Piccioli è procuratore di calcio dal ’96 e tra i suoi assistiti annovera Walter Zenga e tanti altri giocatori italiani ed stranieri
Piccioli è procuratore di calcio dal '96 e tra i suoi assistiti annovera Walter Zenga e tanti altri giocatori italiani ed stranieri
Piccioli è procuratore di calcio dal ’96 e tra i suoi assistiti annovera Walter Zenga e tanti altri giocatori italiani ed stranieri
Marco innanzitutto come opera la vostra agenzia nel ciclismo?

Massimiliano ed io non puntiamo a fare numeri, non ci interessa. Non deve esserci solo affinità tra corridore e procuratore che è comunque importante, ma molto altro. Anche perché ci vuole tanto tempo per far firmare un atleta e ci vuole un secondo per perderlo. Se decidiamo di prendere un ragazzo è perché vogliamo seguirlo bene in ogni sua cosa, anche al di fuori della bici. E poi le cose sono cambiate, stanno cambiando anche per noi.

A cosa ti riferisci?

Nel calcio la figura del procuratore è riconosciuta da tanto tempo. Quando ho cominciato col calcio, il nostro compito era quello di prendere un giovane dalla primavera di una squadra e vedere dove mandarlo a giocare nelle altre serie. Da dieci anni a questa parte, l’età si è abbassata notevolmente ed ora non è difficile che un calciatore di 13/14 anni abbia un procuratore. Già a 15 sono sistemati e qualcuno a 16 può avere un contratto da professionista. Per cui se tutto va bene, dopo circa 7/8 anni che lavori con lui, seguendolo nella sua crescita personale, puoi iniziare a guadagnare qualcosa e curare altri aspetti.

Possiamo considerare l’esordio a 16 anni in Serie A di Donnarumma col Milan il punto di svolta di questo cambiamento?

Lui era già un fenomeno, con tanti occhi addosso, ma è stato un’eccezione. Così come lo è stato Camarda, che adesso è titolare in attacco a Lecce in Serie A, o qualche altro giocatore di altre squadre. Piuttosto direi che forse la colpa è stata di noi procuratori. Una decina di anni fa le società cercavano collaboratori per scovare il giocatore e non necessariamente il potenziale talento. Ci siamo dovuti adattare al sistema, mandando nostri procacciatori di giovani sui campi di provincia, perché non vedrete mai un procuratore importante che va a vedere un tredicenne.

Nel ciclismo pare che stia iniziando qualcosa di simile, ma senza troppa convinzione. Indipendentemente che sia giusto o sbagliato, perché secondo te?

Mi sono fatto un’idea di impatto sportivo. Il calcio ti affascina, mentre il ciclismo è molto più per appassionati. Le persone alle gare hanno un’età media alta e tutti con un lavoro. Il giovane procuratore vuole entrare nel calcio perché pensa che si guadagni tanto, quindi si danno da fare per visionare quelli molto piccoli. E come dicevo prima con questo processo è scesa l’età del giovane da prendere sotto l’ala di un’agenzia.

Facciamo un confronto. Nel ciclismo un esordiente, soprattutto se fa molti risultati, è già schiacciato dalle pressioni di società e genitori con tutto quello che comporta. Un suo coetaneo che nel calcio ha già il procuratore vive la stessa situazione?

No, è tutto diverso. A quella età noi agenti iniziamo un rapporto con la famiglia, mentre il ragazzino deve solo divertirsi giocando a pallone. Non ci sono pressioni. Solo quando arriva in primavera ed eventualmente si guadagna qualche convocazione in prima squadra, allora si comincia a parlare con lui direttamente. Nel calcio il procuratore è ormai fondamentale perché può portare il ragazzo ovunque. Non esiste solo la Serie A, ci sono le categorie inferiori e tutti i campionati esteri e relative categorie inferiori. Rispetto al ciclismo, nel calcio ci sono più sbocchi e opportunità, però è anche vero che ci sono dinamiche troppo diverse.

Vista così diventa una chimera per un esordiente diventare un ciclista pro’, non trovi?

Ora come ora sì, se paragoniamo i numeri. Il calcio ti può ancora offrire seconde o terze chances in squadre o su palcoscenici prestigiosi anche quando avanti con l’età. Nel ciclismo un “dilettante” se non ha il treno giusto che gli passa vicino, può arrivare ad essere un elite in qualche team continental. Nel ciclismo ci sono 18 squadre WorldTour e 16 ProTeam. Quelle sono e quelle restano se vuoi correre tra i pro’. E qua potrebbe entrare in gioco il discorso contrattuale.

Qualcosa che possa creare più business?

Esattamente. A livello contrattuale ci sono clausole diverse tra i due sport. Nel calcio esiste il mercato che genera risorse, mentre nel ciclismo no, proprio come capita nel basket e nel volley. E’ impossibile che il sistema possa reggere da solo, perché non gira nulla a livello economico. Anche perché ora nel ciclismo stanno investendo grandi sponsor e non si può pensare che siano eterni. Se si stancano, il ciclismo muore. Li devi stimolare visto che non ci sono introiti derivanti da vendite di biglietti o diritti televisivi. C’è solo il merchandising delle squadre che non basta. Bisogna lavorare sui contratti e apportare modifiche.

Continua pure.

La durata media dei contratti nel calcio è di 4/5 anni, nel ciclismo di 2. Non possiamo pensare che nel ciclismo ci si possa spostare solo a scadenza, magari con un corridore scontento dopo una stagione di restare in quella squadra o viceversa. Il mercato invece potrebbe determinare il valore e la valutazione economica del corridore. A quel punto anche un procuratore potrebbe fare il bene di una squadra, non solo del suo assistito. Pensate alle piccole formazioni professional che potrebbero reinvestire il tesoretto di una cessione di un talento esploso con loro.

Giulio Pellizzari, Gentili
Se il ciclismo avesse un mercato come nel calcio, le operazioni di giovani talenti potrebbero generare risorse importanti anche per la formazione da cui provengono
Giulio Pellizzari, Gentili
Se il ciclismo avesse un mercato come nel calcio, le operazioni di giovani talenti potrebbero generare risorse importanti anche per la formazione da cui provengono
Forse troppe regole che nessuno ha voglia o interesse a cambiare?

Non saprei onestamente. Tanti anni fa Oleg Tinkov aveva proposto un mercato per il ciclismo strutturato come quello del calcio. Tutto quel movimento porterebbe ad avere più formazioni pro’ e pertanto più possibilità per i giovani di aspirare al professionismo, per tornare al discorso dell’inizio. E penso anche a quei corridori cui scade il contratto il 31 dicembre, ma che nel frattempo sono già in ritiro con la nuova squadra usando la bici nuova e indossando ancora la divisa della vecchia squadra. Basterebbe far finire i contratti due mesi prima e ci saremmo tolti già molti problemi.

Cosa ne pensa Marco Piccioli dei corridori più forti in mano a pochi procuratori?

La questione è sempre la solita. Nel calcio ci sono molti più giocatori, quindi è normale che escano più campioni e di conseguenza siano distribuiti su più agenzie, che comunque sono più numerose rispetto al ciclismo. Nel calcio la famiglia di un ragazzo si affida ad un procuratore perché sa che ha una rete di agganci molto ampia nel mondo. Nel ciclismo talvolta capita addirittura che sia il padre a fargli da procuratore senza avere i contatti giusti, al netto di alcune eccezioni. Sostanzialmente il mondo del ciclismo è piccolo e tutti si conoscono. Tutti vengono a sapere se un corridore è stato offerto ad una squadra anziché ad un’altra. Contestualizzando, credo che sia normale nel ciclismo.

EDITORIALE / L’Italia, la legge del calcio e la nicchia del ciclismo

08.04.2024
5 min
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Sangue, soldi e sesso. In mancanza di vittorie, se si realizza una di queste condizioni, anche il ciclismo ha diritto al suo grande spazio. La caduta dei campioni al Giro dei Paesi Baschi ha conquistato le prime pagine e le successive, come pure lo spazio in alcuni telegiornali, con conduttrici e conduttori in evidente imbarazzo nel pronunciare nomi per loro totalmente sconosciuti. Abbiamo poco da lagnarci, basterebbe chiedere agli appassionati di tennis per quanti anni siano rimasti in sala d’attesa, accontentandosi della storia d’amore fra il giocatore e la velina e tornando finalmente a respirare grazie a Sinner.

La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)
La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)

Una vetrina in subaffitto

In Italia lo sport è un mondo strano. Il calcio si mangia tutto e chi è chiamato a dirigere i grandi media ha chiaro di non dover lasciare spazio ad altro. Difficile dire se vengano scelti per questa loro idea o se gli venga chiesto di farla propria. Il resto, in ogni caso, ha a disposizione una piccola vetrina in subaffitto. Quando ci si lamenta per la mancanza di una squadra WorldTour in Italia, si agitano spesso fantasmi del passato, ma ci siamo chiesti quale potrebbe essere da noi il ritorno di immagine per un simile investimento?

Non esiste lo sport come valore oggettivo, mentre esiste l’oggettività di un certo tipo di cultura. La grande prestazione in teoria dovrebbe trascendere i confini nazionali e gli interessi di parte. E se ieri il Van der Poel della Roubaix è olandese e non italiano e se anche il primo dei nostri (Andrea Pasqualon) arriva al traguardo in cinquantesima posizione, la grandezza dello spettacolo dovrebbe svegliare la voglia di raccontare. C’erano tre milioni di persone lungo le strade. C’era il campione del mondo in fuga come un’aquila. C’erano la resa eroica di Pedersen e il cinismo spietato di Philipsen. Ci sono state le cadute di Viviani, Milan e Bettiol: i primi due attesi alle Olimpiadi su pista. C’era il mondo. Quel che mancavano erano i giornalisti dall’Italia, perché tranne pochi specializzati, gli altri hanno dovuto raccontarla da casa.

Van der Poel non è neppure francese, lo era suo nonno Raymond Poulidor. Eppure L’Equipe di oggi in edicola ha riservato alla Roubaix dieci pagine, oltre alla prima con l’iridato da testa a piedi (immagine di apertura. Il titolo recita: Sua Altezza del pavé). Il calcio l’hanno messo dopo, perché è giusto che una qualsiasi giornata di campionato venga dopo una prova Monumento. La Sanremo è un Monumento: siamo certi che il resto dello sport si sia fermato per ammirarla?

La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico
La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico

La missione del giornalista

I lettori vanno educati, un po’ come i figli e gli studenti. Se a un figlio proponi sempre la stessa vita, crescerà con orizzonti limitati e non potrà sviluppare le sue potenzialità. Se l’insegnante non è capace di spiazzare gli studenti diversificando il modo di raccontare la cultura, avrà fallito la sua missione. Anche i contadini sanno che a un certo punto la rotazione delle colture è il solo modo perché il campo continui a rendere.

Se un organo di informazione, qualunque sia la sua forma, continua a proporre sempre gli stessi argomenti, quale tipo di cultura sportiva potrà sperare di generare nei suoi lettori? Va bene, qualche direttore che si sentisse chiamato in causa potrebbe rispondere che non gliene importa nulla e che non è questa la sua missione, ma di questo potremmo discutere a lungo.

Se quello che facciamo è spolpare sempre lo stesso osso e rinunciamo a trasmettere dei valori, come possiamo pretendere che domani la gente avrà voglia di leggere altro? Qual è il ruolo del giornalista nel formare nuovi cittadini? E se domani, tornando allo sport, Van der Poel sarà italiano, siamo certi che le pagine a lui dedicate non verranno vissute come spazio sottratto alla routine e agli interessi del calcio?

Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio
Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio

Lo spirito olimpico

Ad agosto Parigi chiamerà a raccolta l’elite dello sport mondiale e, come ogni quattro anni, ci ritroveremo a tifare davanti a discipline di cui non sappiamo nulla. Ogni sportivo ha la sua storia, ogni grande impresa ti scuote dentro se chi la racconta suona i tasti giusti. Ma la sensazione è che nel Paese più bello del mondo con la corsa più dura del mondo, tutto questo venga visto come noia e semmai occasione per spremere limone e sponsor, in attesa che ricominci il campionato e si possa finalmente rimestare nel paradiso del calcio.

Non può essere il ciclismo a cambiare la storia, ma i valori dello sport potrebbero essere tanto potenti da scardinare pregiudizi e cattivi costumi. Si è scelto tuttavia di appiattirsi su un mondo che non riesce a sganciarsi dalla dittatura dei milioni e si fa andare bene il razzismo e l’omofobia. Allora forse, nel chiudere questo amaro editoriale, la sensazione che ci assale è che rientri tutto nello stesso disegno. Va bene che il pubblico venga assecondato e beva quello che gli viene versato, senza che debba chiedere altro. Casomai gli venisse poi la voglia di pretendere qualcosa di diverso da chi, qualunque sia la sua bandiera, invece dello sport, è chiamato a fornirgli leggi, democrazia e lavoro.

Si capisce bene che Pantani a un certo punto sia diventato scomodo. Come lo inquadri uno che offusca il calcio, i suoi sponsor e i limitati orizzonti e accende le luci sul ciclismo, sponsorizzato per giunta non da una multinazionale, ma da una piccola catena di supermercati? Magari una spintarella perché se ne parli un po’ meno o in modo diverso, avrà pensato probabilmente qualcuno, gli si potrebbe anche dare, no?