«Volevo semplicemente passare all’attacco, è la cosa migliore: correre senza radioline dà sempre vita alle corse migliori. Ne sono un grande fan. In quel modo bisogna davvero correre d’istinto, ed è quello che preferisco fare». Le parole che avete appena letto le ha pronunciate Mathieu Van Der Poel a NOS.nl al termine del mondiale in Canada. A dar forza alle dichiarazioni del corridore olandese c’è la consapevolezza di aver assistito a uno dei mondiali più belli ed entusiasmanti degli ultimi anni, vinto da Brandon McNulty ma aperto fino all’ultimo giro.
Correre senza le radioline, e di conseguenza senza i diesse che urlano le loro indicazioni nelle orecchie degli atleti ha aperto scenari che difficilmente avremmo visto. L’attacco da lontano di Mathieu Van Der Poel e Wout Van Aert, il continuo staccarsi e rientrare di Remco Evenepoel. Ma soprattutto i corridori del gruppetto inseguitore che si allargano per studiarsi quando avevano McNulty a un tiro di schioppo.


Spettacolo vero
Assistere da esterni al mondiale è stato qualcosa che ha riportato gli spettatori a situazioni di tempi passati, quando la gara era decisa da momenti e attimi dove contava l’istinto e non la tattica. L’assenza delle radioline porta a questo, attaccare è meglio di rincorrere. McNulty lo ha capito ed è questo il dettaglio che gli ha permesso di trovare il successo più importante della sua carriera.
Diego Ulissi, il quale sarà al via dei prossimi campionati europei, era a casa a vedere la corsa. Lui e gli azzurri correranno senza radioline all’appuntamento continentale, abbiamo voluto chiedere al toscano della XDS Astana un parere su questo argomento.
«Da quando sono passato professionista – racconta Ulissi – si parla delle radioline, ai tempi era la stagione 2010. Il primo mondiale che ho corso è stato quello del 2012 a Valkenburg, il cittì era Paolo Bettini e ricordo che cercava di passarci le indicazioni tramite una lavagnetta a ogni passaggio. E’ chiaro che senza radioline si assista a una corsa più improvvisata, perché le informazioni sono poche e non arrivano mai in diretta».


L’unione in corsa diventa importante?
La squadra deve essere coesa, diventa fondamentale avere in squadra corridori esperti che hanno visto e vissuto diverse situazioni. Loro devono guidare i compagni più giovani, i quali certe situazioni non le hanno vissute.
E’ quello a cui si riferiva Scaroni quando ha parlato del momento non brillante di Finn?
Non c’ero e quindi evito di commentare il momento, però avere un compagno che viene vicino e ti chiede come stai fa la differenza. Se senti di non avere le gambe giuste puoi cambiare i piani in corso d’opera, o magari stai vicino al compagno in difficoltà e se ne esce insieme. Chiaro che a quei ritmi è difficilissimo farlo.
Ritmi che si sono alzati presto, forse troppo, proprio perché tutti volevano evitare di rincorrere?
L’attacco di Van Der Poel e Van Aert dice questo. Con le radioline il gruppo avrebbe potuto controllare il distacco e la gara non sarebbe impazzita subito. Invece quando si muovono due corridori di quel calibro dietro c’è dell’agitazione (lo ha detto anche lo stesso McNulty, ndr).


Si può pensare di toglierle anche in altre gare?
Se non ricordo male qualche anno fa le avevano tolte, forse era al Giro di Polonia quando ho fatto secondo (era il 2024, ndr). In questi casi però mi sento di dire che entra in gioco un tema ancora più importante dello spettacolo che è la sicurezza. Nelle tappe in linea è difficile perché non si ha modo di avvisare i corridori dei pericoli e i corridori non possono comunicare grandi problemi. Si potrebbe fare nei circuiti…
Basterebbe aprire un canale di comunicazione con la giuria e la direzione di corsa?
Potrebbe essere una soluzione, diciamo che seduti sul divano uno pensa subito a togliere sempre le radioline. Poi se si guarda a 360 gradi ci sono aspetti importanti che non possiamo sottovalutare.
Tornando allo spettacolo, non è mai stato in discussione…
C’è da dire che ultimamente escono corse interessanti e “pazze” anche con le radioline. Senza dimenticare il fatto che queste a volte non prendono e il corridore deve comunque saper leggere la corsa. L’esperienza è sempre un valore importante. E’ altrettanto vero che nel momento in cui Ciccone e Pidcock si sono riportati a 12 secondi da McNulty era un momento da radioline. In quel caso credo sia stato il solo Ciccone a vedere l’americano davanti a sé.


Ti ricordi qualche gara vinta o interpretata senza radioline?
Ho fatto solo mondiali ed europei, quindi difficile dirlo, però ci sono state tante occasioni nelle quali nonostante le radioline è stato importante interpretare la corsa e il momento. McNulty è stato bravissimo, ha allungato in un tratto dove il guizzo giusto avrebbe premiato chiunque, in quel momento tutti stavano tirando il fiato dopo le salite.
Ci racconti le tue esperienze?
L’ultima al Giro d’Abruzzo, quando Scalco ha fatto terzo (nella tappa di Caramanico Terme, ndr). In quell’occasione eravamo davanti su un tratto di salita pedalabile, gli ho detto di attaccare e ha trovato un bel risultato. Lui era dispiaciuto per non aver vinto, io invece ero felice perché ho aiutato un ragazzo giovane e lui ha imparato qualcosa di nuovo. Ma ce ne sono altri.
Ad esempio?
Al Giro di Sicilia nel 2023, la vittoria di Finn Fisher Black ad Agrigento nella prima tappa. L’anno prima avevo vinto, sempre sulle stesse strade, una tappa al Giro d’Italia. Ricordavo il finale e ad un certo punto lui era davanti e ho lasciato il buco, nessuno è riuscito a chiudere e lui ha vinto.




Tra i giovani si fa troppo affidamento alle radioline?
Sono dell’idea che ci si debba parlare tra compagni di squadra, non solamente tramite radio ma anche andando a cercare i compagni in gruppo. Trovarsi, domandare «come stai?» e vedere in faccia i compagni aiuta. Poi si passa la comunicazione al diesse, però guardandosi negli occhi si ha davvero il polso della situazione e nei momenti difficili o importanti si può agire di conseguenza.
Hai una grande esperienza, questo mondiale ti ha fatto scoprire qualcosa di nuovo in ottica campionato europeo?
Si è visto come le gare tendono ad aprirsi presto e negli attacchi entrano corridori che possono giocarsi la vittoria. Bisogna avere mille occhi e tutti aperti, l’attenzione non è mai abbastanza. Noi daremo il massimo, come sempre e come hanno fatto i ragazzi in Canada.