All’europeo c’erano soltanto loro: corridori contro corridori, il gruppo contro Remco, poi Ciccone contro il belga. Nessun suggerimento se non quelli dall’ammiraglia e semmai dai box. Uomo contro uomo. Come pure fra Scaroni e Bisiaux, coltivando il pensiero, osservando il rivale, ascoltando i propri ragionamenti, giocando d’astuzia e muscoli.
Il campionato europeo in Slovenia ci ha portato la beffa nell’ultima prova su strada. E mentre seguivamo la corsa dal divano (con Filippo Lorenzon che però la seguiva dal campo), ci siamo trovati a pensare quanto fosse bella e imprevedibile. La settimana scorsa, dalla strada di Montreal, la sensazione che McNulty avesse beneficiato dell’assenza delle radio ci aveva sfiorato, rafforzata poi dalle parole di Van der Poel. Però quando sei sul posto, ascolti le voci e le voci ti condizionano.
E’ chiaro che i tecnici vorrebbero le radio e le vorrebbero anche alcuni corridori: gli argomenti che portano sono noti e condivisibili. Ma quando sei davanti alla televisione, la percezione cambia. E se lo sport di vertice deve essere anche spettacolo, allora da spettatori ci sentiamo di dire che è meglio così. Le stesse parole di Ulissi, raccolte poco prima dell’europeo, hanno acceso la luce sulle vere differenze.


I complimenti per Amadio
Qui apriamo una parentesi e ci mettiamo dentro i complimenti per Roberto Amadio, tecnico nato in anni non così vicini, capace di portare al mondiale e all’europeo squadre di ottimi corridori in forma, fornendo loro una chiara idea della corsa (e gestendo in Canada il giovanissimo Finn molto meglio di quanto abbiano fatto i francesi prostrando il talento dell’altrettanto giovanissimo Seixas). Il cartello esposto ai box in cui si diceva agli azzurri di seguire il piano, mostrato dalla RAI in diretta, significava essere andati in partenza con una chiara idea di svolgimento.
Il fatto che nell’europeo sloveno, dopo due giri di forcing azzurro, Ciccone sia stato il primo ad attaccare e poi il solo a chiudere su Evenepoel dice che l’ammiraglia azzurra avesse individuato chiaramente il punto e l’avversario. Un’ovvietà, si potrebbe dire, ma il fatto che Evenepoel abbia attaccato per la seconda volta in un punto senza arte né parte, mettendo sulla strada il talento evidenziato in precedenza da Ciccone, significa che l’abruzzese era motivato a non lasciargli neanche un metro e questo era stato certamente concordato nella riunione di sabato.
Se all’europeo ci fossero state le radio, nel momento in cui Remco è partito, nelle orecchie di Roglic e dei francesi sarebbero esplose le urla dei loro tecnici e molto probabilmente il tentativo avrebbe avuto via meno agevole. E di certo la mossa di dare meno cambi sostenendo che Scaroni fosse prossimo al rientro sarebbe stata vanificata dalle comunicazioni via radio.


L’istinto di Ciccone
Il ciclismo è questo: una sfida fra atleti che seguono preparazioni ormai molto simili e poi sulla strada fanno la differenza con la capacità di resistere alla fatica più degli altri e inventare l’azione decisiva, cogliendo se possibile i rivali di sorpresa. Si è detto che sia diventato uno sport meno tattico: basta togliere di mezzo la regia diretta dell’ammiraglia e il ciclismo torna a essere lo sport in cui la tattica e l’istinto degli atleti sono l’ago della bilancia.
Lo stesso istinto grazie al quale nell’europeo di ieri, Ciccone prima ha attaccato. Poi ha atteso Remco che era caduto. Quindi lo ha seguito nell’attacco. Ha fatto il furbo rifiutando i cambi. E poi raggiunto dalle ammiraglie – quella del belga e quella azzurra – è stato ragguagliato sul distacco di Scaroni e ha scelto di fare la sua parte, sia pure col freno tirato.
Poi, nel nome dello stesso istinto, Giulio ha inventato una volata da mago, entrando nell’ultima curva con una traiettoria da funambolo che gli ha regalato 30 metri di vantaggio al momento di lanciare lo sprint. Era chiaro che Evenepoel avesse forze superiori e fosse migliore in volata: tutto ciò che Ciccone poteva fare per batterlo lo ha cercato nel suo bagaglio di esperienza, non in quello che gli sarebbe stato semmai suggerito nell’auricolare.


La modernità del ciclismo
Sembra di fare discorsi da vecchi, in realtà la modernità del ciclismo sta proprio nelle sue radici. Le preparazioni vanno avanti e sono spaziali e decisive. La nutrizione ha scavato un solco fra l’attualità e quello che c’era prima. Speranzosi che il doping sia un cancro di cui si è scelto di fare a meno, l’altura e le tende estraggono forze fresche dalla fisiologia degli atleti. Le gallerie del vento e lo studio dei materiali, dalle bici all’abbigliamento, offrono agli atleti dei mezzi così performanti da incidere profondamente sull’esito delle corse. L’intelligenza artificiale suggerisce la miglior strategia qualunque sia l’obiettivo.
Si è teorizzata per anni la necessità di correre senza il misuratore di potenza, ma probabilmente per riavere un ciclismo frizzante basta rimettere i corridori al centro della scena, lasciando loro il diritto e il dovere di gestire la corsa. A coloro che a questo punto diranno che le radio sono il solo modo per avere sicurezza su strade sempre più complicate, rispondiamo che hanno ragione e aggiungiamo che a queste condizioni le radio si possono tenere, a patto che servano per avere i messaggi di radio corsa, che comunichi problemi di circolazione, insidie e tutto quello che può rendere pericolosa la gara.
Si dia il microfono in mano a ex corridori o direttori sportivi di livello adeguato. I corridori saranno al sicuro e con loro anche lo spettacolo. Poi magari quando tornerà Pogacar allo spettacolo ci penserà lui, i fenomeni fanno la differenza con o senza radio. I corridori più normali per vincere hanno il diritto di giocarsela mettendo su strada ogni mezzo a loro disposizione, senza che alcuni di questi vengano neutralizzati dall’intervento di chi guarda la televisione sull’ammiraglia o di qualche intelligenza artificiale che si sostituisca al loro guizzo, suggerendogli come vincere.