Seppure le si avvicini molto, nessuno potrà mai trasformare il ciclismo in una scienza esatta. Altrimenti la vittoria di Fiorelli al Tro Bro Leon avrebbe un altro sapore. Se Pogacar non avesse la sua incredibile leggerezza d’animo, i tanti watt e l’intelligenza artificiale (che spiega come razionalizzarne l’uso) non porterebbero alle vittorie che invece arrivano come pesca abbondante. Ci sono giorni in cui il corridore deve trovare dentro di sé quel che serve per fare la differenza, poggiando sulla base atletica costruita nei mesi, che però da sola non basta.
Quando si correva per rabbia o per amore, canta De Gregori e mai strofa fu più azzeccata. Magari in certi anni si correva anche per fame, ma in questi tempi di ricchezza, la rabbia e l’amore sono i due motori più efficaci. Pozzato vinceva spesso con la rabbia, il più delle volte per tappare la bocca a chi ne criticava la dedizione. Fu Cancellara, suo rivale storico sin dagli juniores e ben più vincente fra i professionisti, a dire che la rabbia da sola non basta: la rabbia brucia e dura poco, ma spinge forte.
Molto meglio l’amore. Quello per il lavoro che si fa e anche quello per chi non c’è più e quell’amore ce lo ha trasmesso. Le dita al cielo di Fiorelli ieri sul traguardo del Tro Bro Leon parlano di amore: la vittoria ne è stata la conseguenza.


Fiorelli, quello vecchio
Filippo Fiorelli passò professionista negli anni in cui un elite veniva visto come fumo negli occhi. Era il 2020 e per fortuna firmò il contratto prima che arrivasse il Covid, altrimenti a quest’ora farebbe altro. Aveva 26 anni e usciva da due stagioni fra i dilettanti in cui aveva vinto tanto, eppure proprio quelle vittorie erano ritenute poco convincenti: retaggio di un ciclismo senza dignità, di cui Fiorelli non sapeva nulla. Nessuno aveva avuto abbastanza amore per fermarsi e chiedergli la sua storia di famiglia e l’essere arrivato al ciclismo ben più tardi rispetto ai ragazzini su cui erano puntati gli occhi. Era vecchio e basta.
Solo un tecnico – Marcello Massini da Santa Maria a Monte – non mollò mai la presa né l’amore: un secondo padre che continuò a crederci e insistere. Massini aveva voluto conoscere Filippo, prima ancora di aver conosciuto Fiorelli. Lo crebbe nell’amore per il ciclismo e poi quell’amore glielo insegnò, come aveva già fatto con tanti altri. Paolo Bettini, Daniele Bennati, Nocentini e Gabriele Balducci, che grazie a lui era diventato professionista, aveva avuto la sua carriera e si è poi trasformato a sua volta in un tecnico capace di ispirare altri ragazzi. E alla fine, grazie anche alla cocciutaggine di chi fa il procuratore parlando di uomini – Paolo Alberati – Reverberi si decise a guardare oltre l’apparenza e Fiorelli diventò un professionista.




La passione di Massini
Massini è morto nella notte di sabato. Gli amici sono usciti dalla sua stanza che mancava un quarto a mezzanotte, dandogli appuntamento all’indomani, e dopo neanche mezz’ora lui era andato via. Il male che ormai due anni fa aveva costretto il chirurgo a privarlo di una gamba è tornato in tutta la sua aggressività e ha piegato le ultime difese.
Eppure Marcello non si è mai arreso a una vita triste. Fu lui all’indomani di quell’intervento a sollevare il dolore di sua figlia e lo smarrimento degli altri. Accompagnato dai suoi amici, aveva continuato a frequentare il mondo cui aveva dato tanto amore e la tanta saggezza. A febbraio si era fatto accompagnare da Balducci alla Firenze-Empoli, per celebrare i trent’anni dalla sua vittoria nell’anno che lo avrebbe portato al professionismo con la Refin di Primo Franchini (che ci ha lasciato a sua volta sul finire di aprile). E proprio in quei giorni, con lo zampino di Alberati che di quegli amici era parte fissa, aveva dato proprio a Fiorelli i consigli per la prima Liegi.


Il cerchio che si chiude
Ieri sul traguardo di Lannilis, comune francese di neanche seimila abitanti nella regione della Bretagna, quell’amore è tornato a galla, unito dal ricordo per la fresca scomparsa di una cara zia. Sugli sterrati del Tro Bro Leon, disegnato ormai come una piccola Strade Bianche (anche se da quelle parti la terra è rossiccia come in Africa), mentre il resto della Visma | Lease a Bike muoveva i primi passi sulle strade del Giro d’Italia, Fiorelli ha stretto i denti. Aveva un lavoro da fare e probabilmente nulla e nessuno avrebbe potuto impedirglielo.
Ci piace pensare che nei tre chilometri in cui ha pedalato da solo verso il traguardo, con un attacco scaltro e potente all’inizio dell’ultimo settore di sterrato, nella sua testa siano risuonate in continuazione le parole e le immagini di quelle due vite a lui tanto care. Nelle sue gambe c’erano la fatica, la rabbia per la perdita, ma soprattutto l’amore che gli hanno insegnato. E quando sulla riga, sfinito e sorpreso, ha puntato le dita al cielo la sensazione è stata quella della chiusura di un cerchio.
La vita andrà avanti, la lezione di Massini è diventata la sua armatura. Marcello ha vinto anche ieri: auguriamo a tutti i corridori di incontrare tecnici che, prima dei soldi e dei punti, insegnino loro l’amore.