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Scartezzini: la via di Parigi passa per San Juan

24.01.2023
5 min
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Ognuno qui a San Juan ha il suo scopo. I velocisti puntano alle volate. Gli scalatori aspettano l’Alto del Colorado. C’è chi lavora per gli uni e chi per gli altri. E poi c’è chi, come i pistard azzurri, macina chilometri e ritmo per l’obiettivo degli europei su pista che si svolgeranno a Grenchen dall’8 al 12 febbraio.

La macchia azzurra è più nutrita rispetto a quello che si vede nelle foto, perché nella Ineos Grenadiers, Ganna e Viviani corrono per lo stesso scopo, così che alla fine Marco Villa si ritrova ogni giorno a visionare una bella fetta del suo gruppo. Rispetto ai quartetti olimpionici e iridati manca solo Jonathan Milan, che debutterà il 30 gennaio al Saudi Tour.

Gli azzurri in Argentina, una foto prima dell’allenamento e si va
Gli azzurri in Argentina, una foto prima dell’allenamento e si va

Tutto in mezzo anno

Fra gli azzurri, Michele Scartezzini sa già che d’ora in avanti non ci saranno più appuntamenti interlocutori e che questa corsa gli permetterà di costruire la base su cui poggiare gli europei, ma anche le prove di Coppa del mondo (Jakarta il 23 febbraio, il Cairo 14 marzo, Milton 20 aprile) che, assieme alla sfida di Grenchen e ai mondiali di agosto, costituiranno la base della qualificazione olimpica.

Per alcune di quelle date, gli stradisti non ci saranno perché impegnati nelle classiche e il peso dell’azzurro poggerà su altre spalle.

«La qualifica olimpica prima di tutto», dice. «Siamo qui a San Juan per fare un bel volume e iniziare il 2023 al massimo. Sarà fondamentale per questa stagione che inizia con i campionati europei. Poi ci saranno queste tre Coppe abbastanza vicine e il mondiale di agosto. Succederà tutto in mezzo anno…».

A San Juan anche Viviani: 6° nella prima tappa, con un occhio anche alla pista
A San Juan anche Viviani: 6° nella prima tappa, con un occhio anche alla pista
Diciamo che avere la panchina lunga dovrebbe permettervi di tenere alta l’asticella, giusto?

Sicuramente penso che Marco (Villa, ndr) abbia, tra virgolette, la fortuna di avere sempre a disposizione comunque una metà del gruppo, perché gli altri saranno appunto a fare le classiche. Nei giorni scorsi parlavo con Elia (Viviani, ndr), che dovrebbe venire al Cairo se non dovesse fare la Parigi-Nizza. Sarebbe una bella cosa.

L’abbondanza, lo abbiamo detto spesso, è per metà un vantaggio e per metà un grattacapo nel fare le selezioni.

Sicuramente è difficile gestirla. Il problema sta anche nelle scelte del CIO che ha tolto un ulteriore posto (anziché i 6 corridori previsti alle ultime Olimpiadi, i team saranno composti da 5 atleti che dovranno partecipare a tutte le specialità qualificate, ndr). Per Marco era stato difficile a Tokyo, ora sarà anche peggio. Abbiamo già fatto i conti con queste scelte dure e sofferte, però funziona così. E se qualcuno del quartetto non dovesse stare bene, cosa che chiaramente non auguro a nessuno, abbiamo la fortuna di avere pedine valide per sostituirlo.

Michele Scartezzini è nato nel 1992 a Isola della Scala. Corre nella Arvedi Cycling e fa parte delle Fiamme Azzurre
Michele Scartezzini è nato nel 1992 a Isola della Scala. Corre nella Arvedi Cycling e fa parte delle Fiamme Azzurre
Lo scorso anno ci raccontasti che la tua è ormai una preparazione da pistard: cambia qualcosa quest’anno?

No, diciamo che bene o male adesso la mia linea è quella: la strada per fare volume e lo specifico invece che viene fatto in pista. E’ quello che ci serve. Parlo di me, almeno, di Lamon e anche di Boscaro, perché appunto siamo con le Fiamme Azzurre. Adesso c’è questo progetto, quindi il nostro obiettivo è quello olimpico.

Balsamo e Longo Borghini sono uscite dalle Fiamme Oro, per voi specialisti il corpo militare resta una risorsa?

Certamente, perché diciamo che con il nostro sistema a livello maschile, si sapeva già che senza questi corpi e non essendo professionisti, non avremmo avuto possibilità. Invece fra le donne è arrivato il professionismo, applicano ormai tutti i criteri del World Tour, quindi capisco che fra di loro ci sia qualcuno cui conviene uscire dal corpo. Sono scelte che bisogna affrontare valutando quale sia quella migliore.

Manlio Moro, ultimo innesto del quartetto, a San Juan con la nazionale
Manlio Moro, ultimo innesto del quartetto, a San Juan con la nazionale
Che effetto fa vedere Montichiari strapieno, adesso anche con i velocisti?

E’ una cosa bellissima, anche per noi ragazzi. Non ci siamo più solo noi dell’endurance, ma vedi i velocisti: sono tanti e cominciano ad andare anche forte. Non è che si allenano e basta. Li vedi che fanno palestra, sono una realtà che finora pensavamo fosse limitata ai bestioni olandesi e inglesi. Adesso anche i nostri stanno crescendo in quel modo, quindi mi fa davvero piacere vederli girare.

Fare le Coppe del mondo vuol dire anche provare a vincerne qualcuna?

Sicuramente dopo gli ultimi anni, quando vado in una Coppa del mondo, sta diventando non dico obbligatorio ma quasi, fare almeno un podio. Non vado lì dicendo che voglio fare il miglior risultato possibile. Già dagli europei, se avrò la possibilità di fare l’americana, vado per vincere, non per dire che puntiamo a fare un podio. E’ arrivato il momento di puntare sempre al massimo.