L’Italia che domina ai mondiali juniores su pista fa notizia perché ancora una volta conferma la bontà del lavoro dei tecnici azzurri e il loro lavoro di selezione certosina sul territorio.
Come sottolineato da Martinello nell’intervista dei giorni scorsi alla base del progetto ci sono i tecnici della pista e il team performance della FCI guidato da Diego Bragato e proprio a lui ci siamo rivolti per cercare le risposte a qualche criticità sollevata da Martinello e per capire se tanto successo nelle categorie giovanili derivi dalla ricchezza del bacino degli atleti o dall’esistenza di un metodo di lavoro che premia.
Bragato è a casa ancora per qualche giorno, in attesa di iniziare la lunga rincorsa ai mondiali e gli europei su strada in Canada e Slovenia e i mondiali su pista in Cina, per i quali da settembre riavremo in pista anche gli azzurri più blasonati.


La pista è quasi una scienza esatta, i tempi danno riferimenti quasi infallibili. Abbiamo un grande metodo o una superba base di atleti juniores?
Un po’ tutti e due. Sicuramente abbiamo una base interessante che proviene dalle società e dal lavoro in pista che abbiamo messo in movimento. L’osservazione delle categorie giovanili porta alla luce diversi talenti che riusciamo a intercettare e valorizzare negli juniores perché a Montichiari si è creato un metodo di lavoro grazie all’esperienza e alla disponibilità dell’impianto. Il sistema sta funzionando bene, anche se fra gli juniores qualche margine di sorpresa c’è sempre. In questi mondiali siamo andati benino, ma qualcuno è andato oltre l’atteso.
Di chi parli?
La vera difficoltà in questa categoria è che non sai mai cosa aspettarti dalle altre nazioni. Quindi puoi lavorare sui tempi e sulle prestazioni, ma non sai mai se qualche squadra tira fuori un fenomeno. Con le ragazze sapevamo di avere un ottimo quartetto e abbiamo fatto un tempo tra i migliori della nostra storia e tra i migliori tempi in assoluto.
Invece è arrivato “solo” il bronzo…
Ci siamo ritrovati le inglesi che per il secondo anno di fila hanno tirato fuori un gruppo in grado di girare sul record del mondo. Abbiamo fatto terze perché le abbiamo incontrate al primo turno, quindi siamo finiti in finale per il terzo o quarto posto. Ma il bronzo secondo me non è il vero valore delle ragazze. Stando al tempo, per me è come se avessero vinto. Solo il gruppo di Consonni, Guazzini e le altre giravano su quei tempi.
Quando ci si trova davanti una Gran Bretagna a questo livello, avendo le ragazze che abbiamo, che cosa si pensa di poter fare?
Ho motivato le ragazze sul fare il nostro massimo, sapendo comunque che siamo in costruzione. Non è il mondiale junior che decide la carriera di un’atleta. Questo glielo avevamo detto anche prima degli europei, glielo abbiamo prima dei mondiali e con i nostri risultati abbiamo confermato un percorso di crescita. E’ giusto correre per vincere, è giusto portare a casa quello che si può, ma dobbiamo guardare sempre più in là. Se gurdiamo all’anno scorso, Linda Sanarini fece seconda al mondiale nel quartetto ad agosto, mentre agli europei di fine gennaio l’abbiamo schierata con le elite e ha fatto il record italiano.


Quanto è utile il fatto che voi tecnici lavoriate in continuità fra juniores ed elite?
Da questo punto di vista, gli uomini e le donne sono nella stessa situazione. Se una differenza c’è, è nel fatto che la rosa degli uomini è più ampia. Le quattro ragazze del quartetto, quasi tutte, faranno anche i mondiali su strada, perché il gruppo pista compone anche il gruppo strada, in quanto le ragazze forti sono quelle. E’ molto frequente che fra le donne dobbiamo gestire strada e pista in continuità. Mentre con i ragazzi, la base è molto più ampia.
Quindi potete avere gruppi distinti, ma è anche vero che chi fa pista, spesso lo troviamo anche su strada…
Capita, vero, ma su certi tipi di percorso, mentre nel femminile è quasi sempre così e ci vuole un occhio di riguardo. Quest’anno ad esempio, nella preparazione per il mondiale su pista, abbiamo considerato il fatto che molte di loro sono nella rosa che potrebbe fare anche il mondiale su strada. Lo abbiamo tenuto in considerazione.
E’ importante che fra tecnici ci sia questo scambio?
E’ importante che la visione e la direzione tecnica siano uniche. Noi tecnici veniamo giudicati sul risultato, è normale che uno si chiuda e voglia portare a casa il suo risultato per dimostrare che sta facendo bene il suo lavoro. Per fortuna abbiamo un collegamento tra di noi, una visione tecnica condivisa anche grazie al team manager, che è Elia Viviani, che queste cose le ha vissute sulla sua pelle. Una continuità che ci permette di andare oltre certe dinamiche e capire noi e far capire alle società e in questo caso alle ragazze che la visione è molto più ampia.


I risultati hanno cambiato il rapporto con le società oppure c’è sempre da lottare?
Resta sempre più facile lavorare con le squadre WorldTour. Faccio più fatica con le juniores che con le grandi. Ci sono delle squadre con cui si collabora molto bene, con altre ci ritroviamo ancora a discutere e dover spiegare che abbiamo a cuore il futuro delle ragazze e non per forza il risultato a brevissimo termine.
Lo stesso con le donne e con gli uomini? Il ruolo di Viviani in questo ha un peso?
Elia è molto presente, interviene proprio in queste dinamiche perché le ha vissute sulla sua pelle. Sa spiegare e raccontare alle società e agli atleti quanto è importante mettere un tassello alla volta e come sia effettivamente possibile mettere assieme le strade e la pista. E’ importante con le squadre e con gli atleti di alto livello. Per un professionista è molto più efficace ragionare con uno che fino a poco fa era uno di loro.
Hai letto l’intervista a Martinello? Come si può fare perché i risultati giovanili non restino isolati?
L’ho letta e mi è piaciuta, nel senso che solleva un problema che conosciamo anche internamente. Secondo me abbiamo bisogno di più punti di vista per capire come affrontarlo, perché non abbiamo la bacchetta magica. Abbiamo sicuramente competenze tecniche e anche manageriali per capire come risolverlo, ma ad oggi anche i ragazzi che passano di categoria devono voler mantenere la multidisciplina nel loro calendario, che sia strada, pista o cross. Non c’è un modo per tenerli legati, a meno che non si parli di atleti dei corpi militari.


Quindi la scelta di avere un futuro oltre la strada dipende in primis dagli atleti?
Gli atleti che passano attraverso i corpi militari sono agevolati. Chi fa il salto nei devo team deve chiedere di mantenere la pista, perché ci sono delle squadre che spingono perché la abbandonino. Devono essere loro, sia nel momento in cui scelgono sia poi quando vanno a stilare i calendari, a chiedere di andare anche su pista e forse lasciare loro questa responsabilità è prematuro.
Di cosa ci sarebbe bisogno?
Andrebbero indirizzati, gli uomini come le donne. Ci vorrebbero un sistema o qualcuno che sia in grado di guidarli anche in questo momento. Altrimenti rischiamo che dopo i primi due anni di contratto perdano le loro caratteristiche ed è un controsenso, perché sono diventati appetibili per quelle squadre così forti anche grazie all’allenamento su pista. Se smettono, in due o tre anni la specializzazione va a scemare, si ritrovano senza squadra e tornano indietro, avendo perso gli anni in cui avrebbero potuto lavorare per un salto di qualità. L’ho visto tante volte negli uomini e lo sto vedendo anche nelle donne.
Può essere Viviani a mediare con le società? Tocca ai procuratori? Deve essere la nazionale?
Non lo so, perché lì si parla soprattutto del lavoro dei procuratori dove noi non interveniamo, non abbiamo voce in capitolo, se non quando ci chiedono un consiglio. Oppure ci vorrebbe la famosa squadra che dia continuità, da juniores in poi. La squadra italiana, che però non abbiamo negli uomini e tantomeno nelle donne.


Si stanno proponendo dinamiche parallele fra donne e uomini?
Adesso facciamo fatica anche con le donne. I devo team stanno prendendo sempre più gli atleti migliori e rischiamo di fare la stessa fine anche con le donne. Si parla della squadra italiana per il Giro e per il Tour, ma sarebbe cruciale anche per noi. Ci permetterebbe di far crescere in maniera serena i talenti che abbiamo, per i quali parlano i risultati che abbiamo ottenuto anche questa volta.
Sulla base di questi mondiali juniores e della stagione che è andata bene, i primi anni di quest’anno ci danno delle belle sicurezze per l’anno prossimo?
Se parliamo di femminile, quest’anno a differenza degli altri anni, abbiamo inserito poche ragazze di primo anno, perché avevamo un gruppo di secondi anni che meritava essere valorizzato. Ma dietro abbiamo delle giovani molto interessanti e a rotazione qualcuna l’abbiamo inserita. Ai mondiali, ad esempio, c’era Pascut. Abbiamo avuto Peruta agli europei, che c’era anche qua come velocista. Abbiamo delle buone ragazze di primo anno e abbiamo molto chiaro come ci lavoreremo nei prossimi mesi. Partiremo da loro e siamo fiduciosi di avere ancora un bel gruppo anche negli uomini.