Come aveva dominato il bilancio degli europei juniores di luglio, la nazionale italiana ha chiuso al primo posto – e nettamente – anche nel medagliere dei mondiali di Heusden-Zolder, confermandosi il riferimento assoluto della categoria. Se a Cottbus era stato Nicola Padovan il grande protagonista, in Belgio il riferimento è stato Jacopo Vendramin, ma la forza del gruppo azzurro è stata ancora una volta il saper emergere dappertutto, fra gli uomini come fra le donne, nell’endurance come nella velocità.
Con Silvio Martinello, olimpionico di Atlanta 1996, abbiamo provato ad andare “dietro le quinte” di una supremazia che non è certo effetto solo di quest’anno. Ma proprio questo dominio desta perplessità se poi andiamo a guardare a livello assoluto, dove i risultati arrivano, questo deve essere chiaro, ma non traducono quel che si vede sul piano junior.


«Le ragioni sono molteplici: la categoria comprende solo due anni, poi passi e ti trovi già a competere con gli Elite. Atleti di altre generazioni, con altra esperienza. Pensiamo all’inseguimento a squadre: sono cinque stagioni che l’Italia a livello juniores domina la scena, ma questo non si traduce in un ricambio assoluto se ti trovi davanti Ganna, Milan, Consonni, Lamon che ancora vanno più forte e infatti li ritroveremo ai mondiali di Shanghai. Non è facile trovare posto nella categoria maggiore. A questo si aggiunge il fatto che molti di loro hanno preso strade diverse, non gareggiano più su pista o lo fanno sporadicamente perché l’attività su strada coopta tutto e lascia pochi spazi».
Da che cosa nasce questo dominio a livello junior?
Bisogna dare atto alla Federazione, alla squadra di tecnici, al Team Performance di lavorare alla perfezione sul “progetto Talenti” nato quando ero io direttore tecnico: si prendono i corridori segnalati da ogni regione, si fanno i test, si selezionano i migliori e poi si lavora con quelli a Montichiari, con le società e le famiglie che fanno sacrifici enormi per portare avanti e indietro questi ragazzi. Vedi subito se un ragazzo ha il motore giusto e si lavora per sfruttare questo motore al meglio. E’ un sistema che premia nell’immediato, poi il discorso cambia e non è un caso se dei 5 anni di cui si diceva prima, chi è davvero emerso su pista è stato Favero.


La colpa è della strada?
Parzialmente. Diciamo che i talenti ci sono, molti di loro entrano nei devo team a cui interessa la strada. Alcuni di loro sono già in formazioni WorldTour come Raccagni Noviero o Giaimi. Notavo come dal 2022 abbiamo colto ai mondiali Elite due argenti nel quartetto, la Danimarca ha un bilancio ben diverso, ma la Danimarca ai mondiali junior non la vedi mai. Allora il problema dov’è? Il problema è che noi non siamo in grado di garantire a questi atleti che passano U23 di poter avere un’attività adeguata su pista, alternativa alla strada.
C’è quindi un rovescio della medaglia, non sarebbe allora il caso di costruire progetti ad hoc per spingere i ragazzi a non mettere da parte la pista, a continuare a investirci e a crescere? I tecnici, Villa prima e Salvoldi poi, devono fare i conti con le squadre del WorldTour e costruire spazi non semplici da trovare nel calendario della strada per avere i ragazzi disponibili…
Fare un progetto su un quartetto che viva di quello, che si specializza si scontra con la realtà. La mia sensazione è che se pensi di rimpinguare il medagliere la strada è quella giusta, ma è chiaro che una medaglia nel settore elite conta molto di più di una junior, ma qui mi pare che non si faccia una grossa differenza… Villa ha avuto il merito di ricostruire un ambiente da zero, iniziando da Elia Viviani. Ora abbiamo una nazionale competitiva a livello mondiale, ma che non può tradurre il livello degli juniores. Il rinnovamento vero ci sarà dopo Los Angeles, allora si apriranno spazi per tutti questi giovani, se vorranno ancora crederci.


Che cosa si dovrebbe fare allora?
Mettere mano a questo problema non è facile. Dico che è un problema politico anche perché comporta investimenti grandissimi che attualmente sono impraticabili. Bisognerebbe coinvolgere sponsor in una squadra fatta di U23 ed Elite, come c’era una volta il club amici della pista che dà delle possibilità a quegli atleti che non entrano in un grande gruppo WorldTour di continuare a coltivare l’attività su pista anche al massimo livello, allora puoi probabilmente fare come fa la Danimarca. Altrimenti la strada da seguire è quella attuale, sperando che i Giaimi, Favero, Magagnotti, Raccagni Noviero un domani possano sostituire gli alfieri di oggi.
Il fatto che ci siano atleti come all’ultima rassegna iridata come Vendramin e la Campana che fanno collezione di successi e medaglie in più prove che cosa significa?
Che hanno attitudini particolari anche per più prove ravvicinate, ma il problema della pista è che a fronte di un programma di mondiali ed europei anche troppo ampio per l’endurance, hai di contro un programma olimpico con sole 3 prove e che dipende esclusivamente dall’inseguimento a squadre, quindi con 5-6 atleti che fanno il quartetto che dovranno poi affrontare anche omnium e madison. Quindi tutto gira lì intorno, considerando che i Giochi Olimpici rimangono l’appuntamento fondamentale.


Questo che effetti ha?
Che tu perdi per strada elementi che nella categoria vincono così tanto, perché non puoi dare loro degli spazi adeguati. Li puoi gratificare al mondiale con l’eliminazione o lo scratch, ma poi lo sbocco è l’Olimpiade. Gli altri Paesi si concentrano più sulla categoria superiore pensando proprio alle Olimpiadi. Noi a volte ci siamo, a volte no, ultimamente ci siamo più spesso, ma non siamo dominanti come siamo nella categoria junior.