E’ successo quando c’era Nibali e tutti guardavamo lui. Vincenzo lottava come un leone ed era capace di tirare fuori prestazioni fra l’eroico e il commovente anche quando le gambe non rispondevano al meglio. Forse per questo il senso di vuoto quando smise di correre fu così opprimente. Nel ciclismo femminile, almeno per le corse a tappe siamo tutti aggrappati a Elisa Longo Borghini, uscita dal Giro con una vittoria di tappa e il quarto posto (nonostante gli acciacchi precedenti) e poi capace di conquistare con le unghie ed il cervello il podio del Tour Femmes. Ma chi c’era alle sue spalle nella classifica francese?
Bella domanda. Solo dopo un po’ che il dito scorreva fra i nomi, ci siamo fermati su quello di Debora Silvestri – veronese della Laboral Kutxa – arrivata 29ª a 54’52” da Demi Vollering. Quando l’abbiamo chiamata martedì, era appena rientrata dalla Francia e si stava godendo un giorno di riposo. Fermarsi del tutto non è consigliabile, ma tirare il fiato dopo il viaggio è doveroso. Nessuna idea di vacanza per lei, solo la grande voglia di stare in famiglia e godersi gli amici.
«Non vado da nessuna parte – ha confermato con un buon umore coinvolgente – se non uscire e stare qua con la famiglia, anche perché luglio praticamente l’ho passato tutto fuori casa. Prima l’altura, poi il training camp della squadra e quando sono tornata, sono passati tre giorni ed è stato già tempo di andare al Tour. Meglio svagarsi a casa, insomma…».


Riassumendo i suoi ultimi mesi in pochi flash, balzano agli occhi la vittoria dello scorso anno a Eibar, quindi la spaventosa caduta nella discesa della Cipressa alla Milano-Sanremo, il Giro per ricostruirsi e poi il Tour Femmes. Racconta Silvestri che il suo doveva essere un ruolo di sostegno per Usoa Ostolaza: toccava alla spagnola fare classifica, invece la condizione si è rivelata meno solida e il compito di tenere duro è passato sulle sue spalle.
Ti aspettavi di poter tenere tanto duro?
Aspettarmelo no, ma sapevo di stare bene. Durante l’altura e poi il training camp con la squadra vedevo che le sensazioni erano buone. Però da qui a sfiorare la top 10 nell’ottava tappa, ce ne vuole. Non c’è mai stato un dilemma fra tenere duro e provare a fare bene in una tappa, perché non ci sono state fughe che siano arrivate e quindi si è trattato provare a stare il più a lungo possibile con le migliori.
Come ti sei trovata in questa parte?
In realtà bene ed è un ruolo che forse mi si addice, perché quando mi danno delle responsabilità, io mi gaso. Penso di essere un’atleta abbastanza portata per le corse a tappe e per le salite, tanto che quando ero in Fassa Bortolo, ero una di quelle che correva da leader. Detto questo, sapevo che al Giro non potevo avere la condizione. E sono consapevole che ci sono stati anni in cui non l’ho finito per infortuni, come pure non ho finito il Tour del 2023 per problemi di stomaco. Ho sempre corso in questo modo, come l’anno scorso all’Ardeche, che ho chiuso al decimo posto.


Il tuo diesse Lacquaniti parla di Silvestri come un’atleta in fase di sviluppo.
Penso di essere ancora in crescita, perché finora non ho avuto stagioni lineari, dato che mi sono fermata per vari infortuni. C’è sempre stato qualcosa che non mi ha permesso di fare una stagione lineare e senza intoppi. Penso che uno step in più si possa ancora fare.
Quanto tempo hai impiegato per ritrovare le sensazioni giuste dopo la caduta della Sanremo?
Ho sempre avuto in testa che fare il Giro Women mi avrebbe aiutato a ritrovare l’intensità in vista del Tour. Sono un po’ di vecchia scuola: adesso arrivano tutte super pronte solo allenandosi, io invece ho bisogno di qualche gara per ritrovare la condizione e la squadra mi ha assecondato.
Ha funzionato?
Non ho finito il Giro eccessivamente stanca e al contrario ho sentito di essere in crescendo e a riconoscere le sensazioni giuste. Poi ho fatto anche un bell’italiano (undicesima a 1’50” da Longo Borghini, ndr) e mi sono concentrata sul Tour.
C’è stato un giorno particolarmente duro o un giorno particolarmente bello al Tour?
Il giorno più duro è stato l’ultimo, perché non ho avuto buone sensazioni ed ero affaticata già alla partenza, soffrendo forse il primo cambio di ritmo. Il giorno più bello invece penso sia stato quello del Mont Ventoux (immagine di apertura, ndr). Primo perché c’era un tifo pazzesco. E poi perché ormai è la salita di casa…


In che senso?
Il mio fidanzato abita lì, a 10 chilometri da Bedoin. La conosco bene, negli ultimi due anni l’ho scalata da tutti i versanti. Conoscevo ogni passaggio ed è stato una fortuna, perché il potenziometro ha smesso di funzionare in salita e sono riuscita ugualmente a gestirmi.
A parte questa settimana di relax, sai già dove rientrerai in gara?
In teoria dovrei correre a fine agosto al Kreiz Breizh Elites Féminine Fluet e poi l’Ardeche.
Sei andata forte in salita, migliore italiana al Tour dopo Longo Borghini: hai fatto un pensierino alla maglia azzurra?
Sarebbe veramente un onore, da italiana è sempre qualcosa di speciale. Però diciamolo a bassa voce e con tutte le scaramanzie, per ora può essere al massimo un bel pensiero da coltivare…