Una lunga avventura. Una non-corsa a tappe, ma comunque un Giro d’Italia in qualche modo. Sedici frazioni, migliaia di chilometri, caldo, salite, vento e soprattutto tantissima gente lungo la strada: Daniele Bennati e Lorenzo Jovanotti, e altri amici, hanno trasformato il Jova Summer Party appunto in un piccolo Giro d’Italia: il Jova Giro. Un’idea nata quasi per gioco un anno prima e diventata realtà quando il tour 2026 del cantante toscano ha preso forma (in apertura e nell’articolo foto Instagram – di @maikid e @mr_tommo).
Bennati, ma anche Paolo Bettini, Augusto Baldoni e gli altri dell’entourage di Jovanotti, lo hanno accompagnato da una città all’altra… Daniele ci racconta questa avventura. Questo turbinio crescente di emozioni e ricordi… già mitici. Unici. Dietro alle immagini spettacolari del viaggio c’è stato molto più di una semplice pedalata: c’è stata la scoperta di territori, l’incontro con le persone e la quotidianità di un gruppo che, per un mese, ha vissuto insieme tra bici, alberghi, tavolate e concerti. Una spedizione a forte trazione toscana… Bennati e Jovanotti infatti non abitano lontano e sono amici di lungo corso.


Dai Laghi di Fusine…
L’avventura del Jova Giro non è nata dall’oggi al domani. Alla base c’era un’esperienza condivisa l’anno precedente, come accennavamo, quando Bennati e Jovanotti avevano già pedalato insieme da Cortona fino ai laghi di Fusine. Un viaggio di cinque tappe che aveva lasciato la voglia di riprovarci, ma con un progetto ancora più ambizioso.
«Questa idea del Jova Summer Party in bici – ha detto Bennati – è nata dal viaggio che abbiamo fatto lo scorso anno da Cortona, in provincia di Arezzo, ai laghi di Fusine, in Friuli. Un’esperienza che gli era piaciuta. Dopo quel viaggio era arrivata anche l’idea di legare la bici al futuro tour estivo. Ricordo che subito dopo il concerto siamo andati in hotel e abbiamo fatto un mini meeting con la sua produzione, con i suoi manager. In qualche modo il germe si era insinuato. Jovanotti aveva infatti espresso un desiderio preciso: Mi piacerebbe fare da concerto a concerto in bicicletta con voi».
Quando il Jova Summer Party 2026 ha cominciato a prendere forma, quel desiderio è diventato un progetto concreto. Ora c’era una traccia data dalle città del tour del cantante. «Tra di noi ci sentiamo spesso, soprattutto nel nostro gruppo di pedalate e già questo inverno avevamo messo in cantiere questo viaggio. Poi è arrivata una prima riunione online con il gruppo: Bennati, Augusto Baldoni, Paolo Bettini, Fred Morini… Da lì si è iniziato a costruire la parte più tecnica del Jova Giro, mentre il management e la produzione di Jovanotti hanno curato la parte organizzativa.
«Noi ciclisti abbiamo contribuito soprattutto per quel che concerne i bagagli, gli spostamenti, la logistica. A forza di fare corse a tappe qualcosa abbiamo imparato! Può sembrare una cosa banale, ma Lorenzo è un personaggio veramente molto famoso e soprattutto dal punto di vista logistico non è stato così facile. Fred Morini invece, tra noi ex ciclisti, oltre a pedalare ogni sera trattava Lorenzo. Un grande Fred».
A supportare il gruppo c’era una vera e propria macchina organizzativa. Un van trasportava i bagagli da un hotel all’altro, due moto seguivano i ciclisti e una macchina accompagnava il gruppo. Jovanotti aveva inoltre con sé il suo storico videomaker, un fotografo e il suo storico bodyguard Emiliano che li seguiva con la moto.


Sedici tappe roventi
Musica, festa, divertimento, okay. Ma anche un programma relativamente rigido quello del Jova Giro. Bennati racconta che la sveglia suonava alle 6,30. Facevano colazione e poi al massimo entro le 7,30 si mettevano in bici. Soltanto nei giorni successivi ai concerti si partiva più tardi, intorno alle 9,30, ma anche in quelle occasioni non era previsto un vero giorno di riposo.
«Uno può pensare che il giorno dopo il concerto ci riposavamo. Invece no, si faceva una mini tappa di 50-70 chilometri per avvicinarsi un po’ alle destinazioni successive. Ma si restava attivi lo stesso».
Le tappe più lunghe arrivavano a 140, 150, perfino 160 chilometri. Il problema principale, però, non erano necessariamente i chilometri. «La difficoltà più grande è stato il caldo. Gli anticicloni di questa estate li abbiamo attraversati tutti! In sedici tappe non abbiamo mai, mai, trovato una nuvola sul percorso. Caldo e umidità hanno quindi rappresentato il vero avversario, anche se la possibilità di fermarci per bere e dei mezzi al seguito ha reso il tutto più fattibile.
«E poi c’erano le salite. Non è una gara, quindi potevamo gestire anche lo sforzo e la velocità in base alle nostre possibilità e alle possibilità di tutti, ma neanche eravamo fermi. Il ritmo, però, non era affatto quello di una tranquilla escursione cicloturistica. Ci sono state anche delle tappe che abbiamo fatto 34 di media. Ovviamente parlo di quelle più pianeggianti».
I 34 di media sono un gran bell’andare. E la nostra curiosità era anche quella di capire quanto davvero Jovanotti sia un ciclista. Un conto è vedere i video o i reportage e un conto è sentire il giudizio del ciclista, dell’ex pro’ al suo fianco.
«Lorenzo – ha detto Bennati – è un atleta sotto ogni punto di vista. E’ uno che pedala durante l’anno spessissimo e gli piace fare fatica. Alimentazione, preparazione e gestione del corpo fanno parte della sua quotidianità. A livello di alimentazione è veramente attentissimo».


Vento, ventagli e il tablet sulla schiena
E si può dire anche che Jova è un ciclista curioso. Tra le situazioni più particolari c’è stata quella vissuta lungo l’Adriatica, durante la tappa verso Barletta. Una frazione ventosa che Bennati ha deciso di trasformare in una piccola lezione di ciclismo.
«Con Bettini – racconta divertito Bennati – gli abbiamo insegnato un po’ a fare i ventagli. Quel giorno avevamo spesso vento laterale, un vento anche abbastanza forte. Poiché a lui piace che io e Bettini stiamo davanti, abbiamo deciso di spiegargli come si pedalava nel vento. Vista la mia conformazione fisica (ma anche quella di Jova, entrambi piuttosto alti, ndr) preferiva che fossi io stargli davanti. Lo coprivo un po’ di più».
Jovanotti ascolta, apprende e capisce subito gli effetti di quella lezione. E infatti quella sera a cena: «Ha detto: ragazzi, io ho scoperto una roba nuova oggi. Non sapevo che si potesse risparmiare così tanto anche controvento. Dietro al Benno sto da Dio! Da domani gli voglio mettere un tablet sulla schiena così posso guardare anche una serie di Netflix! E andavamo a 38, 39, 40 all’ora».
Dietro le risate, però, c’era anche una vera responsabilità. Bennati, Baldoni e Bettini sentivano il peso di dover accompagnare Jovanotti in sicurezza per migliaia di chilometri.
«Io e Paolo dovevamo comunque guidarlo e soprattutto tenerlo fuori dai pericoli, che era la cosa più importante. Ed è stata una responsabilità che si è fatta sentire fino all’arrivo. Quando siamo arrivati a Palermo, la destinazione conclusiva, eravamo contenti. Non voglio dire che abbiamo tirato un sospiro di sollievo, però… Un po’ come quando al Tour de France arrivi a Parigi con il tuo capitano».


Il calore dei paesini e la chitarra di Jova
Il viaggio non è stato soltanto pedalare. Anzi, per Bennati, una parte importante del suo significato è arrivata proprio quando le telecamere si spegnevano. Le varie soste erano programmate, poi Jovanotti era molto bravo a capire dove e quando fermarsi… questo in bici. Poi c’era tutta la parte fuori dalla bici. Vale a dire la sera, gli hotel, le cene…
Ancora Bennati: «Ci siamo divertiti sempre e abbiamo sempre parlato di qualsiasi tipo di argomento. E potete immaginare quello che poteva succedere durante le pedalate, con la tanta gente che ci veniva incontro. Ma potete immaginare anche ciò che accadeva negli hotel, a tavola. Si parlava di corridori e di attualità. E tanto di ciclismo. Jova ha raccontato tanti suoi aneddoti da rock star e noi ciclisti gli abbiamo detto dei nostri da corridori. Lui segue molto il ciclismo. Gli piace tantissimo Van der Poel. Ovviamente gli piace anche Pogacar. Non lo ha conosciuto, ma gli piacerebbe conoscerlo».
Ogni paese attraversato si trasformava in una festa e era quasi difficile non mettere sempre il piede a terra. «Ovviamente non potevamo fermarci da tutte le parti, altrimenti non si saremmo più arrivati! Alcune località, però, hanno lasciato un ricordo particolare, specie i paesini dell’entroterra. Se devo scegliere, sceglierei Caporciano, L’Aquila. In questi piccoli borghi siamo stati veramente molto bene accolti. C’era quella bella sensazione di calore, un calore sincero. Non saprei, ma almeno per me nei paesi piccoli è stato molto più significativo, molto più caratteristico».
Spesso era accolto dai sindaci. Dai vessilli della città. Lui teneva discorsi. Insomma il bello dell’Italia, delle cose semplici, ma potenti.
Ma il calore era anche quello che Jovanotti e il suo gruppo hanno saputo elargire in queste tappe. Immaginate un paesino in cui si sparge la notizia che in quell’hotel c’è Jovanotti. Lui poteva chiudersi in camera e amen. Invece…
«Lorenzo – conclude Bennati – non si tirava indietro. Spesso dopo cena si metteva fuori con la gente e qualche volta dalla finestra si è messo a suonare e cantare con la chitarra».
Un’immagine che forse più di tutte racconta il senso di questo viaggio: un artista abituato ai grandi palchi che, dopo aver attraversato l’Italia in bicicletta, ritrovava la dimensione più semplice della musica e della strada. E del ciclismo…