Brandon McNulty ha concluso la sua stagione da sogno facendo saltare il tappo a un’altra bottiglia, quella della Veneto Classic, in un finale difficile persino da sognare però non del tutto da escludere (la foto di apertura si riferisce invece alla salita di Monte Berico al Giro del Veneto). Quando ironizzando sul loro strapotere, alla fine dei discorsi si aggiunge che i corridori della UAE Emirates altrove sarebbero tutti capitani, non si fa per dire, ma perché è vero. E l’americano, già campione del mondo della crono juniores a Doha 2016, non fa eccezione. Solo che per calcolo e lungimiranza ha messo la sua leadership al servizio di uno molto più capitano di lui.
In suo favore si è espresso anche l’americano più impresentabile del ciclismo – Lance Armstrong, l’ultimo iridato prima di McNulty – dicendo di essere da anni un suo sostenitore e auspicando un ruolo di maggior prestigio per lui nella squadra di Gianetti.




Il ritorno di Tadej
Quando tornerà Pogacar sarà davvero tutto come prima? Questo è certo e forse sarà anche peggio, perché lo sloveno vorrà rimarcare la differenza e lo immaginiamo ancora più concentrato e forte, ma intanto McNulty si godrà la sua parentesi di gloria che nessuno – tantomeno Pogacar – potrà e di certo non vuole portargli via.
«La vittoria di Montreal significa molto per me – ha detto Brandon prima del Giro dell’Emilia – sto ancora cercando di metabolizzarla e di assimilarla completamente. E’ un grande onore indossare la maglia iridata, ma il mio approccio non cambia. Continueremo a correre come abbiamo sempre fatto. Che si tratti di attaccare o di aiutare i miei compagni di squadra: conosco bene il mio ruolo e sappiamo benissimo come funziona. Quindi continueremo così».


Gregario iridato
Secondo all’Agostoni, quinto al Lombardia, primo alla Veneto Classic, in una carriera che lo ha visto vincere al Polonia e alla Cro Race, come pure una tappa al Giro e una alla Vuelta, in linea e anche a crono, in un continuo migliorarsi dopo il sesto posto alle Olimpiadi di Tokyo. Il contratto con la UAE Emirates è lungo fino al 2030 ed è legittimo chiedersi se la squadra stia disegnando per lui un calendario che gli dia più libertà.
«Resto lo stesso corridore – dice McNulty, quasi a voler evitare malintesi – con i miei punti di forza e le mie debolezze. Continuerò sulla strada che ha dato buoni frutti nelle ultime cinque, sei stagioni e cercherò di migliorare. Onorerò la maglia in alcune grandi corse, ma non ci saranno cambiamenti drastici. Per me, trovarmi in testa al gruppo con Tadej a ruota sarà sempre un onore. Non lo vivo come un peso. Non c’è nulla di negativo: anzi mi dà coraggio e mi motiva.
«Ho sempre amato correre, ma con la maglia iridata è ancora più piacevole. Ho la sensazione che i giorni passino più in fretta, non conto i chilometri e anche quando sulla bici inizio ad avvertire dolore, guardo le bande iridate ed è come se riuscissi a ignorarlo. Non sono diventato invincibile, ho dei limiti, ma mi sento più libero di fare, sbagliare, essere aggressivo in gara».


Una tappa al Tour
Bene così, verrebbe da dire: il nuovo campione del mondo è un uomo maturo e sa di essere nella squadra più grande, da cui si va via soltanto mettendosi di traverso, come dimostra la storia recente di Ayuso.
«Ho più fiducia in me stesso – ha raccontato – meno paura di sbagliare. So di dover lavorare per trovare le energie che servono e la giusta strategia nei finali di gara, come è successo benissimo a Montreal. Le classiche mi piacciono, l’Amstel e la Liegi sono sempre state tra le mie preferite e mi piacerebbe correrle protagonista, ma ovviamente se c’è Tadej, il discorso cambia.
«Nei Grandi Giri non mi faccio grosse illusioni, non credo di poterli vincere, già un podio sarebbe un risultato enorme. Su quel lato, è meglio lavorare per Tadej e per Del Toro. Il mio obiettivo più ragionevole sarebbe vincere una tappa al Tour, dato che le ho già vinte alla Vuelta e al Giro. Una tappa al Tour in maglia iridata sarebbe davvero il massimo».