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Casarotto 1998

Casarotto e l’anno che il ciclismo cambiò

23.11.2021
5 min
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Era il 25 aprile 1996. Sembra strano dirlo a oltre 25 anni da quel giorno, quando tutto cominciò. Nessuno poteva aspettarsi che quell’edizione, la cinquantunesima del Gran Premio Liberazione avrebbe anticipato il cambiamento che successivamente avrebbe investito il ciclismo moderno. I professionisti che correvano fra i dilettanti: oggi la regola, allora una novità. La Federazione mondiale aveva lanciato la categoria degli under 23 ed Eugenio Bomboni, organizzatore della gara nel circuito delle Terme di Caracalla a Roma, andò contro corrente e decise che era arrivato il momento di aprire la corsa ai professionisti e la mise in calendario come open.

Open: pro’ e dilettanti insieme

Non aderirono in tanti, se si pensa che fra le 60 squadre partecipanti per un totale di 240 concorrenti, i corridori con in tasca un contratto firmato erano appena 13. Eppure fu evidente sin dalle prime battute che qualcosa era cambiato. Quella corsa la vinse in maniera rocambolesca Davide Casarotto, 25 anni allora, che da lì sviluppò una carriera arrivata tra i professionisti fino al 2002 con un totale di 8 vittorie e che poi è rimasto nell’ambiente come tecnico alla Breganze Millennium, ma che quel giorno lo ricorda ancora come se fosse ieri.

«Io avevo già partecipato al Liberazione l’anno prima – ricorda il vicentino – ma quel giorno sentivo che le cose erano ben diverse. Avevo già gareggiato fra i professionisti, sentivo che avevo altre gambe, più potenti. Era il primo anno della rivoluzione, le gare dilettantistiche potevano aprirsi ai professionisti. In realtà non furono tante a farlo, ma il Liberazione era una di queste. Non era una gara qualsiasi, per un dilettante era “la” gara. Pressoché impossibile da controllare con quei numeri di partecipazione e quel circuito di 5,4 chilometri che dovevi affrontare ben 23 volte».

Liberazione Piramide
Il percorso del Liberazione è tanto affascinante quanto difficile, favorevole ai colpi di mano
Liberazione Piramide
Il percorso del Liberazione è tanto affascinante quanto difficile, favorevole ai colpi di mano

La grande scuola della Scrigno

Rileggendo le cronache dell’epoca, Roma accolse la carovana del Liberazione con una mattinata imbronciata. Aveva piovuto fino a mezz’ora prima del via e le strade erano viscide, figurarsi i famosi sampietrini che costellavano parte del circuito.

Casarotto, con 4 vittorie nell’anno precedente in maglia Fis-Parolin, si era guadagnato il passaggio di categoria alla Scrigno-Gaerne di Bruno Reverberi e Enrico Paolini: “Una scuola che concede spazio ai giovani – scrisse al tempo Gino Sala su L’Unità, il giornale che da sempre sosteneva la manifestazione – dove tutti sono capitani e tutti sono gregari, dove si può crescere senza assilli, dove la parola d’ordine è dare il meglio di se stessi coi metodi fondamentali del ciclismo: osare per imparare per crescere con l’arma del coraggio e della fantasia”.

A rileggere oggi quelle parole, in un’epoca dove il ciclismo consuma tutto e subito, sembra preistoria, anche se Reverberi (gliene va dato atto) la sua ricetta non l’ha mai cambiata.

«Eravamo in 4 a gareggiare – ricorda Casarotto – Rossato con cui avevo condiviso tutto sin da dilettante, Conte, Guidi ed io. Tutti abbiamo avuto una proficua carriera fra i pro’ e poi come tecnici. L’anno prima avevo corso per aiutare Rossato, ma quell’anno la corsa si mise in modo da favorire me. Ero al top, avevo fatto la Tirreno-Adriatico e portato a termine la Milano-Sanremo e quelle fatiche mi avevano dato una condizione super. I pro’ non erano tanti perché nello stesso giorno c’era il Giro dell’Appennino. Le squadre italiane avevano preferito andare sul sicuro, sapendo che il Liberazione era una lotteria».

Bomboni Troiani
Dopo il Liberazione scattava il Giro delle Regioni: qui Battaglin sul podio del 2010. A sinistra il patron Eugenio Bomboni
Bomboni Troiani
Dopo il Liberazione scattava il Giro delle Regioni: qui Battaglin nel 2010o. A sinistra, Bomboni

Abdujaparov rimase nelle retrovie

Il terreno viscido fece vittime, già all’inizio una maxicaduta favorì la fuga. Pochi avrebbero pensato che già all’inizio il Liberazione si sarebbe parzialmente deciso. Quella fuga con Montanari, Zattoni, Moreni e Casarotto sarebbe andata in qualche modo in porto. Ma per Casarotto non fu tutto semplice.

I quattro avevano guadagnato un vantaggio enorme, quando superi i 5 minuti su quel percorso significa quasi essere vicini al doppiaggio, che avrebbe reso pressoché impossibile il lavoro dei contagiri. Non che il gruppo non avesse provato a reagire, ma si era spezzato in più tronconi. In fondo era rimasto il favorito della vigilia, l’uzbeko Abdujaparov dalla volata mortale, ma senza compagni di squadra in grado di aiutarlo. Casarotto collaborava con gli altri, ma a un certo punto dovette pagare pegno.

Una caduta, una ferita alla gamba destra, ma con l’adrenalina che scorreva in corpo era il meno. Il fatto era che il suo telaio era spezzato in due e a guardarlo un brivido scorse lungo la sua schiena. Non c’era tempo per pensarci, Casarotto risalì sulla seconda bici e si lanciò all’inseguimento.

Albanese Liberazione 2016
Il podio dell’edizione 2016 vinta da Vincenzo Albanese, uno dei tanti ora nei pro’
Albanese Liberazione 2016
Il podio dell’edizione 2016 vinta da Vincenzo Albanese, uno dei tanti ora nei pro’

La superiorità del più forte

Uno contro tre, ma certe volte è da questo che si vede la superiorità. Non solo il portacolori della Scrigno riprese gli avversari, ma con due scatti sbriciolò la loro resistenza, chiudendo primo con 9” su Montanari e 40” su Zattoni e Moreni. Gli altri ben più lontani, annichiliti dal portacolori di un vento nuovo che soffiava sul ciclismo e che presto avrebbe cancellato di fatto il mondo dei dilettanti.

«Quella vittoria è stata una delle emozioni più forti della mia vita – ricorda oggi Casarotto – il Liberazione al tempo era l’unica gara dilettantistica che veniva ripresa dalla Tv in diretta. La vedevo sempre e sognavo di vincerla un giorno, di entrare in un albo d’oro ricco di nomi prestigiosi. Fu un giorno straordinario e non lo dimenticherò mai».

Oggi il Liberazione, dopo essere passato di mano e essere stato fermo per due anni, sta cambiando pelle, ma resta la gara di riferimento per gli under 23, proprio la categoria che esordì nel 1996.

«Io dico che ci metterà poco a tornare agli antichi fasti – chiude Casarotto – Roma è un palcoscenico difficile, ma nessuno può avere il suo fascino. Guardate quel che è successo anche dopo, ha sempre vinto un corridore valido, da Goss che trionfò alla Sanremo a Trentin, da Albanese fino a Gazzoli primo quest’anno. Ho letto dei progetti che ha il nuovo organizzatore e sono sicuro che il Liberazione tornerà ad essere il vero mondiale di primavera».