MONTREAL (Canada) – Per dare la misura di quanto il mondiale di Benjamin Noval Suarez sia stato clamoroso, si è notato subito che prima di lui la doppietta iridata negli juniores l’avesse fatta soltanto Evenepoel nel 2018 a Innsbruck. La crono e poi la strada. E come il belga, anche Noval ha vissuto una stagione da assoluto primo della classe, con quattro grandi corse a tappe dominate, vittorie in linea e gli europei all’orizzonte che potrebbero arricchirne il bottino.
Un altro figlio d’arte, si diceva ieri accomunandolo ad Ashlin Barry: suo padre Benjamin Noval Gonzalez, che si chiama quasi come lui, è infatti il Noval che per 15 anni di carriera non fece altro che tirare per i suoi capitani senza centrare una vittoria. E che durante la prova su strada lo ha seguito dall’ammiraglia, guidandolo e incitandolo, dato che è anche suo tecnico alla MMR Cycling Academy di Samuel Sanchez.
«Pensavo fosse una gara come tante – ha raccontato il ragazzino, da tempo promesso alla Netcompany-Ineos – e ho cercato di vincere come sempre. Però quando tagli il traguardo, ti rendi conto di aver vinto un campionato del mondo ed è qualcosa di diverso, non solo dal tuo punto di vista, ma anche da quello di tutti gli altri».


I tempi giusti
Benjamin Noval junior è nato il 7 ottobre del 2008 a Pola de Laviana nelle Asturie ed è alto 1,78 come suo padre. La sua casa è sempre stata frequentata da corridori, da Beloki a Contador, passando per Samuel Sanchez. Raggiunto al telefono il giorno dopo la vittoria, il campione olimpico di Pechino era al settimo cielo.
«La gente vede il ciclista – ha detto Sanchez, ammettendo di aver ricevuto tanti messaggi come se il mondiale l’avesse vinto lui – ma io vedo anche la persona. Sono molto amico di suo padre, Benjamin è il padrino di mio figlio. Un ciclista asturiano, di una squadra asturiana, con una bici asturiana: non sarebbe venuta così bene neanche se l’avessimo progettata.
«Dobbiamo mantenere la calma, non fissare obiettivi: le cose succedono ugualmente. Deve essere libero di essere se stesso e avere i tempi giusti. Sarà lui a mostrarci che tipo di ciclista può diventare, non bisogna spingerlo. Ha una famiglia che lo sostiene molto e tutti noi che gli siamo accanto siamo sempre pronti a dare il nostro contributo».




Promesso alla Ineos
Fra la sala stampa e la zona di arrivo c’era circa un chilometro per viottoli nel parco, per cui a 52 chilometri dalla fine della corsa, ci siamo avviati al traguardo. Noval era dietro e ci chiedevamo come avrebbe fatto a risalire. Raggiunto l’arrivo, dopo circa venti minuti, ci siamo resi conto che lo spagnolo era già nel gruppo di testa (aiutato forse con troppo slancio da Pezzo Rosola, ma crediamo che lo avrebbe fatto lo stesso). Quando è così, è facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo.
«Più che fiducia – ha detto – questi mondiali mi danno tranquillità, la conferma che devo lavorare, ma che posso sempre raggiungere i miei obiettivi. Tra i professionisti ci sono atleti con molto più talento di me, ma penso che con il tempo tutto sia possibile.
«Mi piacerebbe correre le gare importanti, certo, soprattutto in Spagna. Ma dobbiamo prendercela con calma, vedere come inizia l’anno e come mi adatto al chilometraggio, valutare la mia condizione fisica e poi decidere il calendario. Penso di dover migliorare in tutto. Oggi non ci si può permettere di abbassare la guardia, perché un piccolo errore o un problema possono costare tempo».


Un sogno asturiano
Salutandoci come al solito con grande slancio, Samuel Sanchez ha rivendicato il ruolo della sua MMR Cyling Academy, sostenuta con grande convinzione dall’azienda, che produce le bici con cui corrono i ragazzi.
«Come quasi tutte le squadre spagnole delle categorie inferiori – ci ha detto – stiamo sopravvivendo come possiamo. I nostri sponsor credono nel ciclismo di base senza aspettarsi nulla in cambio, sapendo che il solo impatto significativo si ha quando si raggiunge un risultato come questo. Però è certo che se non ci sono progetti adeguati, non emergeranno corridori.
«Le squadre WorldTour prendono corridori sempre più giovani e nel momento in cui tutti loro creeranno squadre giovanili forti, sarà molto difficile per tutti noi trovare le risorse finanziarie per competere allo stesso livello».


Il guanto di sfida
Uno dei momenti chiave nella corsa juniores, da italiani, lo abbiamo vissuto quando Fedrizzi ha affiancato Noval e lo ha squadrato, quasi in segno di sfida, che è stata subito raccolta. Sono bastati pochi chilometri e lo spagnolo ha attaccato, mettendo tutti gli altri sulle ginocchia.
«Sono una persona piuttosto calma e umile – ha detto di sé – cerco di affrontare tutto nel miglior modo possibile, anche le cose negative. Il ciclismo prende quasi tutto il mio tempo, ma quando posso, vado a fare lunghe passeggiate in montagna e passo il mio tempo con gli animali. Stacco completamente da tutto ciò che riguarda lo sport.
«Il mondiale era un obiettivo fin dall’inizio della stagione – ha detto – ma non ero del tutto sicuro di avere una reale possibilità di riuscirsi. Abbiamo lavorato forte, mi sono preparato molto meglio per la cronometro e per questa gara in linea. Dopo l’anno scorso, sentivo che era il momento di farcela e alla fine, è stato possibile».
L’anno scorso a Kigali era all’inseguimento del fuggitivo Hudson, quando a 3,4 chilometri dall’arrivo, praticamente ai piedi della Côte de Kimihurura su cui lo avrebbe certamente ripreso, Noval cadde. Ridendo ha detto che l’immagine di quel momento l’ha perseguitato per settimane. Siamo certi che sulle strade di Montreal abbia immagazzinato pensieri felici per parecchio tempo a venire.