Giro d'Italia 2026, Damiano Caruso, ROma

L’ultimo Tour di Caruso, un sogno e una magnifica avventura

01.07.2026
6 min
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Germani, Oldani, Frigo, Piganzoli e Tiberi: i debuttanti azzurri del Tour che sta per cominciare sono 5 a fronte di una presenza (esigua) di 12 italiani. Fra questi c’è un corridore che in Francia ha corso per sette volte e si accinge a farlo per l’ultima. Poi alla fine della stagione diventerà diesse del Team Bahrain Victorious.

Damiano Caruso non era certo di farlo, nonostante l’opzione fosse sul tavolo dall’inverno: lo aveva confessato con una punta di scaramanzia nell’ultimo riposo del Giro. Lo aveva detto con lo sguardo del pescatore prossimo all’approdo, incerto non tanto della sua forza quanto delle motivazioni. Ma proprio le ultime tappe della corsa rosa gli hanno fatto cambiare idea e quel vecchio sogno, mai riposto e inconfessabile, di vincere una tappa anche al Tour (dopo quella del Giro e della Vuelta) lo hanno spinto ad accettare la sfida.

Damiano è in aeroporto aspettando l’aereo in ritardo di un’ora. Il viaggio verso Barcellona è appena iniziato e all’arrivo in Spagna inizieranno tutte le procedure che lo porteranno al debutto della cronometro a squadre. La sua storia al Tour è ricca di storie emozionanti e per certi versi inaspettate, a partire da quella volta nel 2015 quando il debuttante era lui e adesso ne sorride.

«Mi ricordo che alla vigilia ero intimorito – dice – letteralmente me la facevo sotto, perché ero al mio esordio con la BMC. Avevo fatto il Giro chiudendo all’ottavo posto e presi dall’euforia di quel piazzamento, mi dissero di andare anche in Francia. Il primo Tour de France, che da giovani tutti lo vogliono fare perché è la corsa più importante, ma i poverini non sanno ancora quello che li aspetta…».

Tour 2015, Caruso al debutto, Nibali vincitore uscente: i due hanno in comune la Sicilia e gli anni alla Mastromarco
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Anche nel 2015 c’era una cronosquadre, ma non in apertura, giusto?

In quel periodo era un punto fisso, si faceva anche il mondiale e per noi della BMC era un punto fermo. Fu bellissimo. Il nostro leader era Van Garderen, ma non mi ricordo come andò quell’anno. Molto probabilmente si ritirò, non mi ricordo nemmeno (l’americano si fermò nel corso della 17ª tappa, ndr). Però mi ricordo che vincemmo la cronosquadre di Plumelec

Quella prima emozione durò a lungo oppure dopo un po’ il Tour diventò una corsa come le altre?

Sì, alla fine è una corsa come tutte le altre. La vera grande differenza, come tutti sappiamo, è la qualità media dei corridori. Trovi 180 corridori di altissimo livello, perché già nelle squadre c’è una lotta interna per essere nella selezione del Tour, quindi devi farti trovare in condizione e solo allora ti portano. Trovi il meglio di ogni squadra e questo trasforma la gara, che diventa una lotta continua per qualsiasi cosa. Dal traguardo volante al punto del gran premio della montagna e non esiste la fuga… regalata, perché anche la fuga al Tour in qualsiasi giorno va conquistata.

E poi c’è l’attenzione mediatica…

Che va considerata, perché è un circo molto più grande rispetto al Giro d’Italia. Gli interessi sono ben più alti e quindi si ingigantisce tutto.

Ti ricordi un giorno in quel 2015 in cui ti sei chiesto chi te lo avesse fatto fare?

No, andò sempre bene. Se proprio devo dire, il mio ricordo più brutto del Tour risale alla partenza del 2019, quando caddi in apertura e mi pelai tutto il sedere, incrinandomi il coccige. Però non volevo assolutamente ritirarmi e mi feci due terzi di Tour piangendo sulla bici e fuori dalla bici. Mi ricordo il povero dottor Magni che mi aiutava a fare le medicazioni e vedeva che mi scendevano le lacrime ed era quasi più afflitto di me.

A pensarci non sei mai stato uno che si ritira facilmente…

Credo che in 22 Grandi Giri che ho fatto, mi sono ritirato solo al Tour del 2022. L’anno scorso non sono neanche partito, quindi non lo contiamo.

E’ giusto dire che il Tour ti ha dato la visibilità maggiore?

Sicuramente, perché essendo in una squadra internazionale come la BMC, sono riuscito in diverse occasioni a mettermi in evidenza al fianco dei corridori di quel momento, sempre al servizio dei miei capitani. Se sei davanti al Tour, vuol dire che qualcosa di buono devi averla e quello è stato il momento che mi ha permesso di fare uno step importante in carriera.

Hai parlato delle selezioni nelle squadre per il Tour: tu eri in lista sia per il Giro sia per la Francia. Quando è arrivata la decisione?

A parole è facilissimo dire che fai il Giro e dopo il Tour, ma ho chiesto alla squadra di darmi la possibilità di arrivare a fine Giro e poi, in base a come fosse andata, avremmo deciso insieme se andare al Tour. La decisione è arrivata all’inizio dell’ultima settimana. Ho cominciato a parlare con il coach, con il manager e gli altri e ho detto che quanto avevamo pianificato a dicembre, secondo me era attuabile e ho dato la mia disponibilità. Ma ho anche detto che se avessero avuto di meglio da portare, non sarei rimasto a Ragusa a piangere. Insomma, se avessero avuto bisogno di me, mi sarei fatto trovare pronto, mentalmente e fisicamente.

Il primo Tour ti ha fatto tremare, come arrivi al prossimo?

Il primo è il primo, questo è l’ultimo. Ci vado con un altro sogno: il primo è stato quello di partecipare. Il secondo, ma so che è difficilissimo, è vincere una tappa, perché significherebbe chiudere la tripletta. Sono molto tranquillo, ho la consapevolezza di ciò che mi aspetta. Il Tour è sempre stato duro, ma con la metodologia di gara di oggi, con il livello dei corridori di oggi e con la mia età di oggi, sarà ancora più duro. Però la testa è pronta per ricevere questo carico di stress.

E le gambe?

Spero anche le gambe, perché mi sono preparato abbastanza bene. Penso che questo sia l’ultimo tunnel. E poi penso che a metà Tour potrò cominciare a vedere un po’ di luce.

L'ultimo Giro di Caruso è stato dedicato alla guida e la cura di Alfonso Eulalio: dai giorni in rosa alla lotta per la maglia bianca
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Come ti sei preparato? Sei stato a casa, sei andato in montagna?

Sono andato a Villars-sur-Ollon, dove è arrivata l’ultima tappa del Giro di Svizzera. Lì c’è il Villars Palace Hotel, una struttura che ha un accordo con la squadra e che ospita una clinica della longevità. Praticamente è un posto dove va la gente facoltosa ed è suddiviso in due parti. Il piano diagnostico e quello terapeutico. Studiano il paziente e poi hanno una serie di macchinari e di strumentazioni che mettono a disposizione per cercare di velocizzare il recupero.

A cosa ti è servito?

Si è fatto un lavoro mirato sul recupero delle energie e la rigenerazione. Non so se tutto questo avrà un effetto placebo, non sono mai stato abituato a fare cose del genere. Però posso dire che sono stato in un hotel di lusso per 15 giorni, in montagna, servito e riverito, con mia moglie Ornella. Ce la siamo passata veramente bene. Io di giorno lavoravo, andavo in bici e nel resto della giornata, a parte queste terapie, ho ridotto drasticamente i livelli di stress. Quindi è stata sicuramente una bellissima esperienza.

Ridurre lo stress, recuperare e allenarsi?

La vera cosa importante per chi vuole fare Giro e Tour o Tour e Vuelta è cercare di rimanere in salute. Con questi sbalzi di temperatura, tra l’aria condizionata e il resto, è un attimo beccarsi un raffreddore. Quindi la cosa che più mi premeva era questa. Una preparazione che a casa non avrei potuto fare assolutamente.

Avrai da aiutare Tiberi e Martinez: come ti ci vedi?

Bene, perché continuo a fare il mio solito ruolo. Anzi, prenderò due piccioni con una fava e speriamo che almeno uno dei due, spero tutti e due, ma che almeno uno dei due riesca a spiccare il volo. E poi finalmente me ne tornerò a Ragusa e darò inizio al giro delle spiagge iblee…