Ha lottato, è caduto, ha stretto i denti ed è arrivato a Roma. Filippo Zana è stato autore di un Giro d’Italia non scoppiettante, ma per certi versi uno dei più stoici della sua carriera. E comunque non si può dire che, come squadra, sia andata male. Tutt’altro. Con Paul Magnier la Soudal-Quick Step ha vinto tre tappe e conquistato la maglia ciclamino.
Zana ci racconta così questo Giro vissuto spalla a spalla con Magnier, ma anche le sue ambizioni personali, poi frenate dalle cadute nella seconda e nell’undicesima tappa, quando si ruppe due costole. Quel giorno il veneto fu anche portato in ospedale e la mattina successiva prese il via soltanto grazie alla sua enorme forza di volontà.


Filippo, stai recuperando da questa forte botta alle costole? Come ti senti?
Prima del Giro stavo bene. Ero contento di come lo avevo preparato e di come arrivavo. Poi le cadute hanno influito negativamente, però fa parte del mestiere. Ora va un po’ meglio, ma non è ancora passata. Sto cercando di recuperare. L’obiettivo è ritrovare buone sensazioni, più che altro anche a causa della botta. Sto andando dall’osteopata e stiamo rivedendo un po’ tutto. Mi ha detto che sono completamente bloccato, anche il diaframma, e faccio fatica a respirare.
Che Giro sarebbe stato? La terza settimana sembrava particolarmente adatta a un Filippo Zana in buona condizione.
Come dicevo, ero contento di come sono arrivato e della mia condizione. Speravo che tutto andasse bene perché avrei potuto giocarmi le mie carte in qualche tappa. Purtroppo non è andata così. Almeno è stato un buon Giro per la Soudal-Quick Step.
All’inizio della tua carriera eri quasi più scalatore che attaccante. La sensazione è che tu sia rimasto uno scalatore, ma diventando più uomo d’attacco. E’ corretta questa lettura?
Vero. Io mi vedo meglio così rispetto a prima. Penso che bisogna anche divertirsi e favorire le cose che vengono più naturali. E questo essere più attaccante sento che è una di quelle.
Si tratta di qualcosa che è nato da te oppure c’è stato un direttore sportivo che ti ha indirizzato verso questa trasformazione?
Sono stato io. Dopo aver provato a fare classifica mi sono accorto che mi piaceva di più correre all’attacco, libero. Mi piace fare classifica nei piccoli giri e nelle gare a tappe, però nei Grandi Giri mi vedo più come cacciatore di tappe.


Dicevi che avete disputato un buon Giro come squadra. Com’è stato vivere la corsa rosa da questo punto di vista?
E’ stato bello. Tutti avevamo preparato bene il Giro, perché anche Paul era in altura con noi ed eravamo sempre insieme. Sapevamo che stava bene e ci credevamo. Anche l’anno scorso era andato molto forte, magari in gare di livello leggermente inferiore, però sapevamo che poteva fare bene. Dopo essere partiti subito forte, abbiamo acquisito sempre più fiducia. Lo stesso è successo man mano che passavano i giorni e aveva la maglia ciclamino. Abbiamo cercato di motivarlo per arrivare fino a Roma.
Quando Narvaez vi aveva tolto la maglia ciclamino, c’è stata un po’ di ansia oppure avete subito pensato a come riprenderla?
Sicuramente abbiamo pensato a come riprenderla. Non c’è mai stata l’ansia di dire: non ci riusciamo più. Abbiamo cercato di difenderla sempre. Anche inseguendo Narvaez sulle salite. A turno cercavamo di prendergli la ruota, di non aiutarlo, di infastidirlo tra virgolette. Anche se io purtroppo non ero al 100 per cento. In ogni caso è stato un modo per mettergli un po’ di pressione. Penso che anche quello sia servito. Dispiace che si sia ritirato, però credo che abbiamo fatto comunque un ottimo lavoro e che Paul ce l’avrebbe fatta lo stesso.
Comunque l’avevate ripresa a Pieve di Soligo. E poi perché, di fatto, tutte le volate a gruppo compatto che si sono disputate le avete vinte. Roma a parte…
Credo che Magnier fosse il più forte tra i velocisti al Giro. Ha mancato Roma perché aveva poca esperienza nei Grandi Giri. Anzi, era il primo che concludeva. L’anno scorso era venuto solo per fare due settimane. Paul è giovane, ha soltanto 22 anni, quindi penso sia stato un grande successo riuscire a fare quello che ha fatto. Anche se nell’ultima volata non aveva più molte energie. Ma si cresce anche così, sono passaggi che ci sono in una carriera.


Che tipo è Paul Magnier? Scherza, è musone, è disponibile?
Tranquillo, un bravo ragazzo. Scherza, ride, ci troviamo bene insieme.
Essendo in Italia, lo avete coinvolto nelle vostre abitudini? Magari facendogli assaggiare qualche specialità locale?
No, alla fine si arrangia da solo. Gli piace anche fare gruppo, quindi è bello averlo con noi. Anche in altura, passare venti giorni insieme è stato davvero piacevole. Scherzava sul fatto di mettere l’ananas sulla pizza o di mangiare la pasta con il ketchup, cose che noi italiani non facciamo. Lo faceva per prenderci in giro. Sa benissimo che sono abitudini poco amate. Gli piace scherzare su queste cose.
Ma poi le mangia davvero?
Sì, le mangia…
Andiamo avanti che è meglio! Guardandolo da corridore a corridore, c’è qualcosa che ti colpisce di Magnier? Un dettaglio tecnico…
Che è uno dei pochissimi velocisti che abbia visto venire in altura ad allenarsi con noi scalatori. E’ successo a Sierra Nevada. Tutti i giorni si faceva almeno venti chilometri di salita. Sono pochi gli sprinter che ho visto allenarsi così tanto in montagna, con così tanta voglia di soffrire. Cercava sempre di restare con noi. Veramente bravo. Paul sa che migliorando in salita può giocarsi molte più tappe.
Come a Pieve di Soligo…
Esatto. Non era facile quel giorno e non soltanto per il Muro di Ca’ del Poggio. Invece ci ha creduto fino in fondo e alla fine è arrivata anche la vittoria.
Qual è stata la vittoria che, secondo te, lo ha colpito di più?
Proprio quella. Al mattino nessuno ci pensava. Tanto più che all’inizio della tappa c’erano alcune salitelle in Valsugana nelle quali si era staccato. Sapete com’è: quando la fuga non parte il ritmo è altissimo. Paul ha sofferto. Poi, quando il gruppo si è fermato, lui è rientrato. A quel punto gli abbiamo detto di stare tranquillo, di mangiare e di recuperare il più possibile per il finale, perché Ca’ del Poggio sarebbe stato decisivo. Ci è arrivato nella posizione migliore e da lì in poi ha dato tutto fino all’arrivo.


Hai parlato di Ca’ del Poggio. C’era un certo Filippo Zana che deteneva il KOM. L’hai aiutato sotto la salita? Raccontaci quel momento…
L’ho aspettato praticamente in cima, dopo il ristorante. Lì aveva perso qualche posizione. Gli ho detto di stare tranquillo, perché il gruppo era ancora lì e potevamo rientrare senza problemi. Gli ho detto che una volta in cima, sul falsopiano, avremmo dovuto fare una sorta di volata per tornare sotto. E così abbiamo fatto: tutti insieme siamo riusciti a chiudere il gap e a portarlo nella migliore posizione possibile per la volata.
E’ uno che si innervosisce prima degli sprint o di salite come Ca’ del Poggio? Oppure resta calmo?
In verità non ho mai visto Paul nervoso. Sembra sempre molto tranquillo. Poi quello che prova dentro di sé non lo so. Da fuori è uno che gongola sempre.
Da italiano, ritrovarsi la prima sera con la maglia rosa in squadra che effetto fa?
Bello. Tra l’altro era la prima volta che mi succedeva e devo dire che è stata un’emozione potente.
Secondo te Paul si è reso conto di avere addosso la maglia rosa?
Secondo me no. Però forse il bello, soprattutto con un giovane, è anche questo. E’ un’esperienza che lo farà crescere. Quindi direi: bene così.