Casa di Jacopo Mosca e Elisa Longo Borghini, 11 ottobre 2026, Ornavasso (Verbania)

A colazione con Jacopo ed Elisa, ripercorrendo il viaggio di una vita

13.10.2026
12 min
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ORNAVASSO (Verbania) – Il giorno dopo il Lombardia, domenica mattina alle 9, con tre cornetti e la giusta dose di faccia tosta, ci presentiamo a casa di Elisa Longo Borghini e Jacopo Mosca. Lui ha chiuso la carriera al Gran Piemonte, venire a trovarlo ci è parso un bel modo per allungare la trasferta delle foglie morte, anche se fuori il sole scalda l’aria in modo convinto e si può uscire in bici con la maglia leggera e semmai i manicotti.

«Dovevo ritirarmi per avere un giornalista a casa mia», dice con un sorriso, aprendo la porta di casa. Jacopo ha la gentilezza cucita addosso e lo sguardo di chi ha imparato a stare al mondo. Occhi che guizzano e parole sparate a velocità da rapper.

Ornavasso non è così distante da Milano, soprattutto con il traffico praticamente nullo della domenica mattina presto. Persino la pasticceria sotto casa era chiusa, perciò quei tre cornetti li abbiamo presi da un vassoio nel piccolo bar del centro. Chi glielo dice adesso a Elisa che la sua crostatina non c’è? Lei deve ancora allenarsi, restano il Giro del Veneto e i tricolori a cronometro, con tutte le complicazioni di quel ginocchio che non vuole guarire.

Il soggiorno è luminoso e ordinato, il profumo della moka rimette al mondo. Lo capisci subito quando ti considerano di casa e il senso di colpa per essersi presentati così presto svanisce alla svelta. Jacopo versa il caffè e aggiunge un po’ di schiuma. Fra un sorso e un boccone, si comincia a parlare del più e del meno, del Lombardia e della protesta dei corridori, del Tour Femmes e della maglia iridata, del ritiro di Jacopo e delle sue ragioni. Elisa per un po’ ascolta, poi prende il computer e va a sedersi sul divano.

Avevi ancora un anno di contratto: perché hai smesso così all’improvviso?

Partiamo da lontano. Maggio, tappa di Verbania del Giro. Vado con Elisa in bici a salutare Guercilena, che mi ha chiesto di passare, come se avesse qualcosa da dirmi. Infatti ci fa capire che andrà via e a me dice che se mi offrono di fare un anno in meno da corridore e uno in più da direttore, mi conviene accettare, perché avrò il futuro assicurato. Va detto, scherzando ma neanche tanto, che già dal 2024 ne parlavo con Markel Irizar. Finché l’anno scorso, firmato l’ultimo contratto da corridore, gli dissi che volevo fare il direttore.

E lui?

E lui mi disse subito che rientravo nei piani dal 2028, come direttore sportivo nel devo team, affiancato a qualcuno più esperto. La soluzione del devo team l’avrei proposta anche io, per creare un po’ di gap con i miei ex compagni. In ogni caso, la prossima settimana saremo in ritiro in Germania e capiremo i vari incarichi.

Dunque c’era un ultimo anno da corridore?

Esatto, ma alla Vuelta arriva Andy Schleck, alla partenza dell’ultima tappa, dicendomi che alcune dinamiche non sono andate come si pensava. Qualcuno che sarebbe dovuto andare via ha scelto di rimanere, mentre c’è un nuovo arrivo in vista (Filippo Ganna, annunciato dalla Lidl-Trek proprio stamattina, ndr). Sul momento non dice altro, salvo che mi farà sapere qualcosa entro una settimana. Ma il tempo passa – racconta Jacopo – e non si sa niente. Elisa è appena tornata dal mondiale ed è andata a fare il solito trattamento al ginocchio, io sono qui che cucino, quando mi chiama Irizar dicendomi che il giorno dopo mi faranno la proposta di smettere un anno prima e salire subito in ammiraglia.

E tu?

Non ricordo se ho aspettato che lei tornasse o se l’ho deciso mentre ero ancora al telefono con lui, ma dentro di me ho accettato subito. Vengo da un anno bello, in cui ho raggiunto i migliori numeri della mia carriera. Escluso il 2020 in cui sono riuscito a fare anche qualche risultato ed era comunque prima dell’incidente, sono arrivato a un livello anche superiore. Ho fatto otto anni di WorldTour, che non mi sarei mai aspettato e raggiunto il massimo che potessi: un anno in più non avrebbe aggiunto niente. E così ho preso la palla al balzo.

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Senza il rimpianto di aver smesso un anno prima?

Penso che il ciclismo mi abbia dato tanto e spero di aver dato qualcosa anch’io. Mi sono detto: saltiamo giù dalla bici e iniziamo a fare qualcosa che probabilmente durerà per tanti anni. Il vero shock è stato la velocità con cui è successo, perché da martedì 29 settembre ho capito che in 8 giorni avrei finito la carriera. Quindi li ho vissuti in modo un po’ strano e gli ultimi allenamenti li ho fatti grazie a Elisa, perché davvero non sapevo bene da che parte fossi girato.

In che senso?

Al Giro dell’Emilia non ero a fuoco e ho fatto una fatica disumana. All’Agostoni e alla Bernocchi sono andato forte. E proprio in quei momenti ho capito di aver preso la decisione giusta: come sarebbe stato il 2027 se mi fossi sentito ogni giorno a quel modo?

Non ti saresti mai aspettato di fare otto anni nel WorldTour: chi era Jacopo Mosca prima della Trek?

Jacopo era un ragazzino che non sapeva niente del futuro. Non avevo idea che avrei avuto un posto nel ciclismo per tanto tempo: dieci anni non sono tantissimi, ma sono comunque buona parte della vita di un trentenne. Un ragazzo innamorato della bicicletta che ha superato tante difficoltà per arrivare fino a qui.

E’ vero che se nel 2019 non fosse arrivata l’offerta della Trek, avresti smesso?

Era maggio, correvo con la D’Amico dopo due anni alla Wilier-Selle Italia ed ero da solo in ritiro a Sestriere. In realtà a Monginevro c’era Felline che si stava riprendendo da un problema a un tendine ed eravamo spesso assieme e poi venne su Matteo Provini, il mio direttore per due anni alla Viris Maserati, con la sua squadra. Un giorno mentre risalivamo in bici verso la cima, mi ero staccato da loro che facevano dietro macchina, perché mi dava fastidio fare fatica. E lui mi disse: «Non ti riconosco proprio più. Tu non sei uno che molla così facilmente».

Colazione insieme, l'intervista, un piccolo video per giocare e poi per Jacopo ed Elisa sarà tempo per allenarsi
Colazione insieme, l’intervista, un piccolo video per giocare e poi per Jacopo ed Elisa sarà tempo per allenarsi
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E tu?

La cosa mi fece imbestialire. E dissi a me stesso: «Se tutto questo non mi porta a tornare nel ciclismo vero, a fine anno smetto». Probabilmente l’avrei fatto da arrabbiato, invece neanche due settimane dopo arrivò la chiamata della Trek e la mia vita cambiò da un momento all’altro.

Si potrebbe scriverne un romanzo: come andò?

Non avevo procuratori, visto che nessuno mi filava, per tantissimi ero un corridore inutile e sono anche convinto che vedere Jacopo Mosca alla Trek a qualcuno abbia dato fastidio. Invece ho avuto la fortuna di trovare una persona onesta come Luca Guercilena, che mi ha sempre tenuto in considerazione da quando nel 2016, mentre ero ancora dilettante, feci uno stage con loro e anche quello è un piccolo racconto.

Pronti, racconta pure…

Cercavano degli under 23 da provare e in effetti, nel momento in cui feci i test al Centro Mapei, avevo meno di 22 anni. Dei tre rimasti in lizza forse ero quello con i valori migliori, per cui fui selezionato. Solo che Andrea Morelli si accorse che nel frattempo avevo compiuto gli anni e lo disse alla squadra, che però fortunatamente non cambiò idea.

Meno male…

Andai al Tour of Utah in cui dovevo tirare per Nizzolo, che però alla terza tappa cadde e andò a casa. Io ero andato in fuga il giorno prima facendo decimo e mi ritrovai in classifica. Poi andai al Tour of Britain e ci scappò un decimo nella generale, primo della squadra. Alla fine si incastrarono tanti pezzi. Da lì feci due anni con Citracca alla Wilier, ma venni lasciato a piedi. Però ugualmente devo dirgli grazie.

Perché?

Per due motivi. Il primo per avermi dato la possibilità di passare professionista. Il secondo per non aver capito niente di me e questo ad Angelo l’ho detto di persona due anni fa alla partenza della Sanremo. Se non mi avessero lasciato a piedi, magari non sarei arrivato alla Trek.

Jacopo Mosca e Alfio Locatelli, nel 2015 entrambi alla Viris Maserati: anche Alfio meritava di passare
Jacopo Mosca e Alfio Locatelli, nel 2015 entrambi alla Viris Maserati: anche Alfio meritava di passare
Jacopo Mosca e Alfio Locatelli, nel 2015 entrambi alla Viris Maserati: anche Alfio meritava di passare
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Come mai ti richiamarono?

Baffi e Josu Larrazabal si ricordavano di me nonostante non avessi un manager che spingesse, mentre Guercilena mi aveva detto le parole che non ho mai dimenticato: «Tieni duro, perché nel ciclismo non si sa mai». Per cui, torniamo al 2019, quando ero a Sestriere con Felline. Per tutta una serie di circostanze fra cui la mia macchina rotta e il compleanno di mio fratello minore (Jacopo ride e racconta alla velocità della luce, ma davvero non c’è spazio per dirvi anche di questo, ndr), mi ritrovai con lui nell’hotel di Avigliana in cui la Trek dormiva dopo una tappa del Giro.

Che cosa successe?

Josu mi chiese come stessi, disse che mi tenevano d’occhio, ma pensai che fosse una battuta. Comunque sia, nella gara dopo feci una top 10 e continuai ad andare forte anche nelle gare successive. Fino a che arrivò il famoso messaggio di Josu: «Ti ho visto in corsa, per l’anno prossimo cerchiamo un corridore come te, ma per ora non ti prometto niente». Il giorno dopo avevo addosso tanta grinta che feci terzo.

Quindi bisogna dire grazie a Felline che ti portò in quell’hotel?

Adesso capita di scherzarci, perché Fabio lo è diventato per davvero, ma lui è stato il mio procuratore senza saperlo e io il suo primo corridore. Uno può crederci o no, ma senza di lui in quell’albergo non ci sarei mai andato. 

Quali sono stati i capitani del soldato Mosca?

Bè, su tutti Vince (Nibali, ndr). Quando ero ai primi anni da dilettante, lui vinceva il Tour. Perciò quando nel 2021 ci ritrovammo in camera insieme, mi sembrò tutto quasi assurdo. Non è un caso che lui mi abbia tirato fuori più di tutti. Sulla bicicletta ho sempre dato il massimo, però quando mi sono trovato al suo fianco, ho tirato fuori anche più di quel che avevo per far sentire il mio apporto. Poi direi Skjelmose, che conobbi quando venne a fare il suo stage e l’ho visto diventare leader, soprattutto alla Vuelta di quest’anno. E poi c’è Cicco, ma lui non ce la faccio a definirlo un capitano…

A Sega di Ala con Brambilla, scortando Nibali: «L'incidente al polso ha cambiato ogni cosa»
Nibali è stato l’idolo di Jacopo Mosca quando era un corridore giovane alle prime armi: quando si è trovato in squadra con lui, ha sempre dato il massimo
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Nibali è stato l’idolo di Jacopo Mosca quando era un corridore giovane alle prime armi: quando si è trovato in squadra con lui, ha sempre dato il massimo
Perché?

Perché ci conosciamo da troppo tempo, da quando eravamo under 23. Ci ricordiamo tutti di questo abruzzese che faceva attacchi a raffica, che andava forte e gesticolava. E’ un grandissimo corridore, ma per me Cicco è Cicco e basta. Lo aiuterei anche se non fosse il capitano della squadra. E poi alla lista aggiungiamo Mads Pedersen, non solo perché mi ha tagliato i capelli a zero, ma perché quando sono entrato in squadra, era appena diventato campione del mondo e la Trek è cresciuta con lui. Siamo tutti cresciuti con lui.

Che cosa ti hanno detto quando hai annunciato che avresti smesso?

Vincenzo mi ha chiamato… Io ho mandato qualche messaggio prima che uscisse il comunicato e lui è stato uno di quelli che mi ha chiamato. Il messaggio più bello l’ho ricevuto da Skjelmose. Poi anche Mads, nonostante fosse preso a fare i suoi tour de force tra gare europee e tutto il resto. Ho ricevuto messaggi da persone che non mi aspettavo, da compagni di squadra che non mi aspettavo e comunque vuol dire che gli ho dato qualcosa.

Nel 2019, quando la vera carriera non era ancora cominciata, Jacopo avrebbe mai pensato di sposare una ciclista?

Non lo avrei minimamente immaginato. Con Elisa ci conosciamo da quando eravamo bambini. O meglio, lei si ricorda di me di quando io ero esordiente e questa cosa me l’ha detta nel 2019 nel ritiro in Wisconsin. Fino al lockdown eravamo due compagni di squadra che avevano scambiato qualche messaggio e poi ci siamo conosciuti. Non lo avrei mai pensato e questa è una delle cose un po’ assurde della vita per le quali ringrazio il ciclismo.

A parte aver fatto di te un uomo onesto, questo ha cambiato anche la tua carriera?

Sicuramente sì, perché ho imparato tanto, anche se adesso mi guarderà male, perché non le piace sentirsi fare i complimenti. Mi ha fatto capire che un campione può essere una persona normale e questo mi ha colpito, perché pensi che siano supereroi, invece sono delle persone normali che hanno i loro momenti di difficoltà e i loro problemi. Però da fuori non lo capisci e le persone che guardano le gare non lo sanno.

Jacopo Mosca, riabilitazione, luglio 2021
Per oltre un mese dopo il campionato italiano del 2021, Jacopo Mosca è rimasto a letto con le sue fratture. E’ tornato in gruppo al Giro di Sicilia, aiutando Nibali a vincerlo
Per oltre un mese dopo il campionato italiano del 2021, Jacopo Mosca è rimasto a letto con le sue fratture. E’ tornato in gruppo al Giro di Sicilia, aiutando Nibali a vincerlo
E’ vero che ha fatto anche l’infermiera?

Mi ha assolutamente salvato nel 2021, dopo il mio incidente (Jacopo cadde durante il campionato italiano di Imola, riportando la frattura di una scapola, di due vertebre cervicali, di una vertebra toracica e di qualche costola, con un doppio pneumotorace e un lieve trauma cranico, ndr). Elisa mi è stata vicino, nonostante i suoi impegni.

Sei stato fuori uso per due mesi…

Ricordo che lei partiva per il Giro d’Italia e io ero ancora a letto. Non riuscivo a tirarmi su e avevo bisogno di qualcuno anche per andare in bagno. Andò forte. E anche se come risultati fu il Giro peggiore, le permise di andare a Tokyo e prendere una medaglia. Poi nella ripresa, mi ha insegnato a rispettare il mio corpo, dandogli il tempo di riprendersi e ritrovare me stesso.

Che tipo di direttore sportivo vorresti diventare?

Spero di trasmettere qualcosa di quello che ho imparato e far capire a tutti, soprattutto ai più giovani, che non contano solo i numeri, ma spesso è più importante la testa. Puoi avere i migliori 10 minuti della vita, ma se non sei pronto a soffrire quando qualcuno va più forte di te, la corsa non la fai. E allo stesso tempo voglio far vedere che è possibile togliersi delle soddisfazioni anche senza numeri stellari. Perché probabilmente nel ciclismo moderno Jacopo Mosca è stato uno con i numeri peggiori, ma ha fatto dieci anni da professionista dando la sua impronta a molte gare.

Qual è stato il tuo direttore sportivo ideale?

Matteo Provini. Lo dico con grande rispetto e anche con simpatia, perché leggendolo troverà certamente il motivo per dirmi qualcosa. Non posso dire che voglio essere come lui, perché sennò mi licenziano prima ancora di iniziare, però spero di riuscire a trasmettere a modo mio la stessa grinta che trasmette lui. In un direttore sportivo serve la capacità di tirare fuori il meglio da ogni corridore e lui con i suoi modi è capace di farlo.

I suoi modi?

Devi avere anche la testa di passare sopra tutte le cose che dice, perché a volte esagera. Un altro da cui imparare è sicuramente Baffi, perché mi ha preso sotto la sua ala e sono sicuro che sarà il direttore sportivo che mi insegnerà di più di tutti questo mestiere.

Continuerai ad allenarti con Elisa?

Non ho dubbi. Appena finiamo l’intervista, andiamo in bici. Ho tenuto a smettere in un momento in cui mi piacesse ancora andare in bicicletta: non mi vedo senza. L’ho sempre fatto sin da piccolo ed è ciò che mi ha dato la soddisfazione più grande. Mi dà felicità. Secondo me tra un mese sarò con il mio amico Umberto Marengo a fare qualche viaggio in bicicletta o andrò a vedere Elisa al Giro d’Italia, partendo da qua con le borse, attraversando la Pianura Padana con 40 gradi.

Pedalare ma non allenarsi?

Sicuramente se lei non ci sarà, non andrò a fare dei lavori in salita, ma voglio comunque allenarmi con lei, anche perché stiamo crescendo insieme anche come ciclisti ed è bello continuare a farlo. Certo che a un certo punto dovrò prendere la moto, perché se vado in ritiro e non riesco a pedalare per due settimane e lei va in altura, io sono un uomo morto…

Abbiamo scritto quasi tutto, è venuto un articolo lunghissimo. Il resto non si può raccontare, perché ci hanno chiesto di non farlo o perché avrebbe preso troppo spazio, ma ci sarebbe davvero da scriverne un libro. Si sono fatte le 10,30, per loro è tempo di allenarsi, per noi di ripartire. Elisa ha indossato il body tricolore, Jacopo è andato a cambiarsi. Il tempo di girare un breve video per farsi due risate e la domenica avrà il suono di quattro ruote che frusciano verso la prima salita. Obiettivo dichiarato: battere qualche KOM. Ciao ragazzi, ci vediamo in ritro a dicembre.