Ci sarà solo Erica Magnaldi in azzurro, domani al mondiale gravel che si corre a Nannup in Australia e che è politicamente l’emblema della contraddizione che vive il ciclismo contemporaneo dell’UCI, ossessionato dalla sua rincorsa all’universalità estrema. Che di per sé è una cosa buona, ma dovrebbe tenere conto di tanti fattori e soprattutto della necessità di avere comunque un epicentro dove tutto è nato, in Europa. Invece dopo i mondiali su strada in Canada e in attesa di quelli su pista in Cina si va in Australia.
Le federazioni nazionali, alle prese con budget ridotti e costo della vita in rapido aumento, devono fare delle scelte. Ecco quindi che la gara australiana perde molti dei possibili protagonisti e la stessa Federazione italiana rinuncia alla trasferta non senza qualche malumore. Eppure una maglia azzurra al via ci sarà ed è quella di Erica Magnaldi, partita alla volta di Nannup con corposo anticipo.


«Una trasferta pesante sotto ogni punto di vista – racconta dal suo ritiro australiano – con un viaggio interminabile, 36 ore e già recuperare da quello non è stato semplice. Qui le temperature in realtà sono molto simili a quelle che c’erano a casa, di notte comincia a far freddino, al mattino ci sono sui 12-13 gradi e poi durante il giorno invece se fa bello arriva fino ai 22, quindi nelle ore in cui corriamo si sta bene».
In che condizioni sei?
Fino a pochi giorni prima di partire ero molto in dubbio, perché sono stata coinvolta in una grossa caduta di gruppo nel mondiale su strada a Montreal. Passare da 60 all’ora a zero sull’asfalto e finire sotto a tante altre ragazze che come me sono cadute non è piacevole. Avevo grosse ferite soprattutto su un gomito, abrasioni un po’ ovunque, ero parecchio ammaccata e le vibrazioni del gravel non sono proprio la cura giusta…


Hai pensato di rinunciare?
Sì, ma fortunatamente c’erano due settimane di tempo e di giorno in giorno ho cominciato a vedere dei progressi. Due giorni prima di partire sono riuscita a uscire con la gravel, soffrendo, ma da quando sono qui va decisamente meglio. Ovviamente non è stato proprio l’approccio che speravo per questa gara, ma le gambe sembrano girare abbastanza bene.
Il percorso si adatta alle tue caratteristiche?
Ne ho provata una parte, una settantina di chilometri – racconta Magnaldi – Diventerà un percorso molto, molto duro. L’altimetria è impegnativa, sono più di 3.000 metri di dislivello in totale, non sono mai salite lunghe, al massimo 2-3 chilometri. Però nel complesso i metri di elevazione si faranno sentire sicuramente. Diventa estenuante e questo può essere un fattore che mi avvantaggia, perché normalmente ho una buona resistenza e quando le salite cominciano a ripetersi una dopo l’altra, tendo a recuperare abbastanza bene, quindi mi piace come percorso.


A che titolo gareggi?
Domanda dalla risposta difficile. Sono sostanzialmente indipendente, non ho ricevuto un sostegno economico né dalla nazionale né dalla mia squadra, che mi ha fornito lo spazio nel calendario per venire a questa gara e la bici, la nuova Colnago G5-X appena lanciata. Però sono autofinanziata. Ho la possibilità di permettermi un viaggio del genere, grazie al mio lavoro in UAE. Qua, essendo un mondiale, siamo tutti obbligati a correre con una maglia che rappresenti la nostra nazione, quindi io vestirò la maglia azzurra che è sempre un onore, però non lo so neanche io sinceramente chi sto rappresentando, probabilmente più la più la UAE…
Come si affronta una gara del genere senza sostegno?
Fortunatamente mi sono appoggiata al mio compagno che mi ha accompagnata qui con un gruppo di amici che corrono in una squadra italiana, la MenteCorpo Bianchi e che saranno in gara il giorno successivo nella prova Master. Non abbiamo un meccanico, ci arrangiamo e ci aiutiamo a vicenda. Mi faranno loro i rifornimenti, mi faranno assistenza anche eventualmente per un cambio ruote. Fortunatamente qui c’è un format di partenza che ci permetterà a noi donne elite di avere strada libera, non come è successo all’europeo in cui partivamo per ultime dopo le categorie amatoriali e quindi abbiamo trovato il percorso completamente occupato facendo uno slalom…


E’ un mondiale diverso da quello degli scorsi anni?
Il livello in realtà è molto alto, soprattutto dal punto di vista delle graveliste pure. Ci sono un po’ meno stradiste rispetto agli anni scorsi, probabilmente per la trasferta molto lunga e il fatto che ci sono ancora alcune gare su strada in concomitanza. Ci sarà comunque Marianne Vos che è già qui in Australia da più di una settimana. L’anno scorso la gara mondiale era stata dominata dalle olandesi, ma erano principalmente stradiste. Io penso che questo sarà un mondiale diverso.
Affrontare una trasferta di questo genere con caratteristiche così particolari ti dà una spinta in più?
Era un appuntamento che aspettavo già dall’anno scorso, quando avevo visto che il percorso era così duro avevo messo un po’ il mirino su questa gara e avevo già chiesto alla squadra di lasciarmi libera nel finale di stagione per organizzarmi e partecipare. Nell’ultimo mese mi sono allenata tanto in gravel con questo obiettivo. La caduta a Montreal è stata un po’ una batosta, però non ho mollato. Forse non sono proprio le condizioni ottimali, ma non sono così lontana e cercherò di difendermi e divertirmi, perché è un’esperienza che non so se ricapiterà di essere dall’altra parte del mondo, fare un mondiale comunque con degli amici.