Mettere le proprie ruote davanti a quelle di Paul Magnier, uno dei velocisti più in forma di questo 2026, non è una cosa scontata, soprattutto se si hanno 21 anni. E’ in questo modo che Davide Donati ha deciso di chiudere la CRO Race, con una volata nel cuore di Zagabria nella quale ha raccolto un risultato di grande spessore. Paul Magnier ha solamente un anno in più del bresciano, ma il vincitore della maglia ciclamino all’ultimo Giro d’Italia è stato protagonista di una parabola ascendente diversa dal nostro Davide Donati. Il corridore della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies ha vissuto un cammino opposto, ma non per questo meno interessante e lodevole.
La vittoria di tappa alla CRO Race è la ciliegina sulla torta di una stagione che ha visto Davide Donati crescere in maniera netta e affermarsi come atleta di spessore. Era partito forte fin da inizio stagione, quando al Giro di Sardegna aveva trovato due vittorie di tappa, alle quali si era aggiunta la Paris-Roubaix Espoirs e una vittoria di tappa al Giro Next Gen.


La parola tabù
Davide Donati ha passato tutta la stagione a dire di non essere un velocista, quindi nel momento in cui gli facciamo notare che ha vinto come uno sprinter vero e battendo uno come Paul Magnier si mette a ridere.
«Dico sempre di non esserlo – ammette ridendo Donati – ma alla fine posso essere considerato tale, ma non solo un velocista. Mi piace avere un profilo adatto anche alla classiche, cosa che vorrei tenere in prospettiva futura. Una caratteristica che mi piace particolarmente è quella di tenere bene in salita, non vorrei mai snaturarmi per diventare un velocista puro. Anche perché arrivare a giocarmi tappe e corse dove gli altri velocisti non riescono a rimanere attaccati al gruppo mi piace. Ho un aneddoto a tal proposito legato alla CRO Race».


Ce lo racconti?
Il giorno in cui ho vinto sono andato a cercare Paul Magnier in gruppo per complimentarmi con lui su come avesse tenuto le ruote del gruppo in salita nella tappa precedente. Lui era rimasto tranquillo, mentre io avevo pagato una decina di secondi. Quando gliel’ho detto Magnier mi ha risposto una cosa simile a: «Pensavo tu fossi più resistente in salita».
Ti ha dato la scarica giusta per vincere…
Mi sono detto: «Adesso ti faccio vedere». Ma la cosa che mi è piaciuta di più della vittoria è stata il come è arrivata. Ho sicuramente fatto una volata veloce, abbiamo toccato il picco di 75 all’ora. Allo stesso tempo ho vinto perché mi sono mosso bene, trovando la posizione e il momento giusto per partire.
Movimenti da velocista vero?
Sì, però sono consapevole che in una volata a due Magnier mi batte sempre (ride ancora, ndr), tuttavia in corsa ci sono molti aspetti che contano e la tattica è uno di questi.




Forse non si tratta di darsi un’etichetta, ma di conoscersi e diventare un corridore completo?
Probabilmente è così, alla fine si tratta di capire come affrontare le volate e gestire le situazioni. Già dalla stagione in Biesse Carrera avevo visto ottimi miglioramenti in volata, più prendevo peso e massa muscolare maggiore era la potenza. Il sapersi destreggiare in gruppo è sempre stata una mia caratteristica. Anche se a volte sbaglio ancora, come successo nelle prime tappe alla CRO Race.
Com’è andata la corsa in generale?
Prima di arrivare in Croazia avevo fatto tre gare di un giorno in Belgio con i professionisti, mi sentivo abbastanza bene ed ero contento di come avevo lavorato per i miei compagni. Una volta arrivato alla CRO Race mi sentivo diverso, alla prima tappa avevo sensazioni pessime. Non andavo proprio.
Le cose poi sono cambiate…
Avevo paura di essermi ammalato, ma il medico della squadra aveva escluso l’ipotesi. Però stavo talmente male che al secondo giorno pensavo di abbandonare, per fortuna mi sono sbloccato ed è stato un crescendo. La penultima tappa, la quinta, mi sentivo bene ed è stata la giornata più indigesta.


Quella del confronto, a distanza, in salita con Magnier?
Sì, nonostante la fatica ero riuscito a rimanere attaccato ai primi, saremo stati più o meno 40 corridori. Purtroppo abbiamo sbagliato l’approccio alla volata e ho trovato un undicesimo posto che però mi era rimasto indigesto.
Cosa c’è da migliorare ancora?
Tante cose, penso che le corse fatte con i professionisti (quest’anno Davide Donati ha corso 31 dei 48 giorni di gara con i pro’, ndr) mi abbiano fatto capire diverse cose. In Belgio vedevo come corridori del calibro di Merlier, Molano, Meus e tanti altri riescono a tenere il gruppo anche su percorsi mossi e impegnativi. Alla CRO Race ho capito che devo imparare a fidarmi maggiormente del treno e dei compagni, ma è una questione di abitudine.
Un aspetto che ti ha piacevolmente sorpreso in questa stagione?
I miglioramenti fatti nel gestire i giorni di corsa consecutivi, le tante gare a tappe mi hanno fatto crescere molto. La cosa bella della vittoria di tappa alla CRO Race è il fatto che sia arrivata all’ultimo giorno di gara. Correre con i professionisti mi ha fatto crescere molto, e non è finita visto che adesso farò Bernocchi e Gran Piemonte. Poi finirò la stagione con l’Eneco Tour in Olanda.