MONTREAL (Canada) – «Mi dispiace per il risultato – dice Ciccone con lo sguardo basso – perché alla fine per me abbiamo fatto una grande gara. E’ stata molto dura, ma eravamo sempre a davanti giocarcela, quindi mi dispiace. Ci meritavamo tutti di più, non è tanto per la performance, è proprio il risultato che non mi va giù».
Quasi le quattro di un pomeriggio da cui speravamo di andarcene con altri titoli. Brandon McNulty ha vinto il campionato del mondo dei professionisti, con una di quelle azioni imprevedibili sul circuito di Montreal di cui tutti avevano un po’ paura. Lo scorso anno Pogacar gli regalò il successo nel Grand Prix de Montreal, oggi che lo sloveno non c’era, l’americano della UAE Emirates è stato comunque il più forte di tutti. Ha dovuto lottare e stringere i denti. A metà dell’ultimo giro lo avevano praticamente ripreso, ma negli inseguitori ha prevalso l’istinto di non spendere per favorire gli altri e il fuggitivo non l’hanno visto più.
«Credo che meritavamo di più – ripete Ciccone quasi ossessivamente – nel finale si sono rimischiate le carte e ci siamo trovati con gente come Van der Poel, Pedersen e Simmons che aveva sempre interesse a chiudere. Anche in salita ho provato la mia mossa con Pidcock, ma le forze erano quelle che erano. Per un momento ci ho creduto perché davanti si intravedeva McNulty. Dietro si era aperto un buco e con Pidcock avevamo entrambi interesse di andare a tutta, però hanno chiuso unaltra volta».


Mondiale duro, ma tattico
Corsa dura e non lo diresti vedendo i nomi del podio e nel dirlo la mente va all’intervista con Visconti. E’ proprio vero: nelle gare in circuito con tanto dislivello possono fare bene anche gli uomini da classiche e non soltanto gli scalatori, perché imparano a muoversi nei giri e sfruttano ogni riferimento che la strada gli offre. Van der Poel è stato all’attacco per un’eternità eccessiva: se avesse aspettato a muoversi anziché partire a 100 chilometri dalla coclusione, avrebbe vinto lui per distacco. Invece ha esagerato, lo hanno ripreso, ma non è andato alla deriva e ha lottato fino al terzo posto. Però a McNulty non ci aveva pensato nessuno.
«Come avevo già detto nella settimana scorsa – prosegue Ciccone – sarebbe stato un mondiale apertissimo e tattico, infatti abbiamo visto che ci siamo rimischiati non so quante volte, alla fine addirittura è rientrato Pedersen, da non so dove. Difficile e tattico e poi seriviva un po’ fortuna, nel senso che non puoi seguire tutti. Ci aspettavamo una gara dura, però non così tanto. Di solito nelle gare in circuito vengono fatte forti le ultime 3-4 scalate, invece oggi è stato quasi il contrario. Siamo andati molto più forti nei primi giri, negli ultimi siamo andati proprio a sfinimento».


La fuga di Van der Poel
Quando a Scaroni hanno detto della vittoria di McNulty, ha sollevato lo sguardo incredulo. In questo dire generale di una prestazione positiva, con cui si può essere d’accordo, la sua analisi è forse la più obiettiva e punta il dito sul tema delle radio vietate ai mondiali.
«Quando io ho iniziato a lavorare a 7-8 giri dalla fine – dice il bresciano – eravamo messi bene, invece quando in contropiede sono partiti Van der Poel e Van Aert, forse siamo rimasti un po’ sorpresi. Io e Piganzoli ci siamo dovuti spendere per cercare di tenere a vista quella fuga, che era pericolosa. Purtroppo in quel frangente non siamo stati presenti, forse quello è l’unico rammarico. Sicuramente quando non ci sono le radioline in corsa, la comunicazione viene più difficile.
«Finn doveva stare il più vicino possibile a Ciccone e probabilmente non era nella sua giornata migliore. Se avessimo avuto le radioline, magari in quel frangente si potevano invertire i ruoli in modo da far preservare più energia possibile a me e Piganzoli e magari trovarsi in superiorità numerica con Ciccone nel finale. Però sono dinamiche di corsa difficili da interpretare soprattutto senza radio, per questo credo che oggi abbiamo dato tutti il massimo. E’ stata una corsa veramente dura».


Gli scalatori spariti
Il tempo di sentire da Pellizzari che la giornata non è stata delle migliori e che, nonostante sia entrato in un’azione, le gambe non erano quelle che si aspettava e poi la curiosità è quella di sentire il cittì Amadio, cui il nono posto dà fastidio e fatica a mandarlo giù.
«Abbiamo raccolto meno di quello che si poteva – dice – ma abbiamo corso bene. Peccato che il livellamento nel finale ha fatto sì che anche quando sono arrivati a 12 secondo da McNulty non sono riusciti a chiudere. Però sono contento di come hanno corso i ragazzi, siamo partiti per fare un grande risultato e siamo stati protagonisti con i più attesi. Forse da Pellizzari potevamo aspettarci che in finale restasse di più vicino a Ciccone, ma non ci ho ancora parlato.
«Devo dire che nei pronostici non abbiamo sbagliato nulla, sapevamo chi guardare e alla fine siamo stati sempre nel vivo della corsa. Ed è curioso che su un percorso così duro, alla fine gli scalatori si sono tutti spenti e sono rimasti a galla due corridori da classiche come Matthews e Van der Poel. Pretendere che Ciccone potesse fare la volata con loro sarebbe stato troppo…».