Dopo sette ritiri consecutivi a partire dal 22 maggio, da ieri, Davide Formolo è in gara al Renewi Tour, in Belgio. Non certo la sua gara ideale, ma quello che serve al veronese per rimettersi in gioco in vista del finale di stagione e di una carriera ancora in forse a causa di quel banale incidente domestico di dicembre e di una brutta caduta successiva. A dicembre una tazza di tè gli cadde su un piede. Lui era in casa in ciabatte e la tazza, cadendo e rompendosi, gli tranciò il tendine di un dito. Sembrava un episodio goffo destinato a incidere minimamente, invece le conseguenze sono ancora lì e rischiano di diventare permanenti.
Lui ovviamente racconta tutto con la consueta ironia, anche se in certi momenti nella voce percepisci la malinconia e il dubbio che il suo lungo viaggio nel ciclismo possa esser giunto a un momento cruciale e non nel modo in cui se lo era dipinto.


Amico Davide, come stai?
Diciamo che l’anno è cominciato a quel modo e mi ha portato via un bel po’ di preparazione. Poi sono andato alla Quattro Giorni di Dunkerque, sono caduto e mi sono fatto veramente male. Ho preso una botta sul bacino e per due settimane non sono riuscito a camminare. Impressionante, una legnata. Niente di rotto, ma praticamente la stessa cosa che mi era successa quando ero alla Bora.
Perché tanto dolore?
Praticamente ti si stacca il muscolo dall’osso e si allunga il tendine. Mi era già successo nel 2020 quando saltai il mondiale di Imola. Ero caduto durante la prima settimana della Vuelta, saltai il mondiale e chiusi la stagione perché non andavo avanti. Ma adesso siamo qua. Sono tornato all’italiano, che ero ancora a metà e ora vediamo di riprendere un po’ di gamba in queste gare, anche se non sono proprio adatte alle mie caratteristiche, per poi fare magari qualche risultatino in Italia.
Quindi alla Vuelta non si è pensato per niente?
No, no, sicuro. A parte che con il dito del piede messo così, non ci penserei proprio. In bici non tanto, anche se quando cambia il tempo, mi fa male. Se prendo due giorni di freddo, oltre al dolore, fatico anche a tenere le scarpe.
Va ancora così?
Si è tagliato completamente il tendine e dicono che per il recupero completo serva da sei mesi a un anno. E non sarà più come prima, in ogni caso. Probabilmente non riuscirò più a correre a piedi, perché il tendine una volta che lo ricuci si allunga ed è impossibile che abbia la stessa tensione. E’ come un elastico e una volta che c’è un infortunio così, non riesci più ad avere la stessa stabilità. E’ un fatto di appoggio.


In bici invece, a parte i cambiamenti di tempo, va tutto bene?
Non del tutto. Il mese scorso ho fatto dietro moto con mio padre, però ho dovuto interrompere, perché non riuscivo neanche a camminare. Però anche lì va molto a periodi. Quelli che sto bene e magari non mi fa male per una settimana e dei periodi che va meglio. Ma anche quando non fa male, pedalo tutto storto per compensare. Vado al 60 per cento delle mie possibilità e non è esattamente il massimo.
Stando così le cose, riesci a pianificare degli obiettivi?
Vediamo come va questa gara e se riusciamo a fare qualcosa a settembre. Perché sono anche in scadenza di contratto e con i giovani che spingono, magari dovrò prendere la decisione di smettere. Lo farei senza problemi, ma sarebbe anche un peccato, perché un altro anno qui mi piacerebbe farlo. Però mi metto anche nei panni di un team manager e vengo da due anni non così brillanti. Se l’anno scorso fossero venuti dei buoni risultati, potrei viverla molto più serenamente. Invece magari sono stato nel vivo della corsa, ma comunque non ho portato a casa niente.
A casa che cosa dice la famiglia Formolo?
I miei avrebbero voluto che smettessi da un pezzo. Vedono che è un mondo molto duro, perciò vedere tuo figlio o tuo marito che fa tutta questa fatica per anni e non ha soddisfazioni, risulta pesante da accettare. Capiscono che è una vita dura, in più ci sono due bambini che ovviamente non vedono l’ora di avermi a casa e che mi cali nella vita del genitore che fino ad ora è stata per forza di cose un po’ in secondo piano.
Vivi ancora a Monaco?
Sì, ma stiamo pensando di tornare in Italia l’anno prossimo perché la bimba possa cominciare la scuola a Verona. Ci stiamo ragionando.


Fisicamente come stai? Pensi di poter crescere?
Lo spererei, sinceramente. Vado a correre molto volentieri, ho chiesto io di partire al Renewi Tour, perché a casa con questo dolore dopo due ore, mi viene la tentazione di tirare i remi in barca, perché senti che sei tutto storto e muori anche di testa. Quando sei in gara invece non pensi più a niente e riesci ad andare oltre il limite.
Devi fare anche trattamenti particolari?
Un po’ di riabilitazione. Esercizi per il piede, quello che si può fare e non è tanto. Fatalità ha voluto che sono caduto dallo stesso lato del piede infortunato per cui già prima camminavo un po’ storto, però il gluteo era in asse. Ora non c’è neanche più questo. Possiamo dire che è stato un periodo un po’ particolare.
I tanti ritiri da maggio sono dovuti a questi problemi?
Non del tutto. Nelle corse di un giorno preferisco fare al massimo il lavoro che mi viene richiesto e poi fermarmi. Una volta che ho fatto quel che mi hanno chiesto, come quando tirai alla Sanremo per Pogacar, preferisco salire sul pullman. Non vedo l’utilità di fare ottantesimo, solo per arrivare al traguardo. Però per il finale di stagione c’è bisogno di invertire la tendenza. Spero di trovare il colpo di pedale che serve. Siamo qua in tre italiani, con me ci sono Moro e Milesi. Lorenzo soprattutto da queste parti ha tanto da dimostrare. L’anno prossimo correrà con la Soudal, qui in Belgio è un osservato speciale…