Seconda vittoria in questa stagione per Davide Persico, ma non in un contesto comune visto che è stato alla Trans Himalaya, oltretutto condita da altri piazzamenti di rilievo. La prima anche con la casacca dell’MBH Bank, ma soprattutto colta in un contesto sempre particolare come quello della catena montuosa più alta al mondo, dove anche solo pensare di correre in bici poteva sembrare assurdo solo fino a pochissimi anni fa.
In quel contesto, Persico ha trovato la situazione giusta per conquistare l’agognata vittoria, ma non è stato certamente facile acclimatarsi: «Davvero, abbiamo fatto tanta fatica. Io sapevo che l’altitudine sarebbe potuta essere un problema, prima di partire per l’Asia ho fatto due settimane in altura a Livigno, ma poi sul posto mi sono reso conto che fra 1.800 metri e 3.500-3.800 come abbiamo trovato sull’Himalaya c’è differenza profonda.
«Si faceva davvero fatica a respirare appena ti muovevi, ambientarsi è stato complicato. La prima tappa ci ha visto in difficoltà, ma come noi un po’ tutti gli europei, quelli che venivano espressamente per quella corsa. Poi dal secondo giorno le cose sono andate meglio».


Tu hai colto la seconda piazza nella tappa numero 2 e poi è arrivato il successo. Che tappa era?
Un circuito nella capitale, per un totale di 94 chilometri. Era forse la tappa ideale per me e per noi, abbiamo lavorato per tenere la corsa abbastanza sotto controllo anche se c’era stata una fuga di 4 corridori con l’ultimo uomo ripreso proprio a volata lanciata e devo dire grazie ai compagni che mi hanno messo nelle condizioni ideali per effettuare lo sprint. Ormai ci eravamo ripresi e infatti la squadra ha fatto sempre meglio.
Una vittoria all’estero arrivata dopo oltre due anni, ma qual era il contesto della corsa?
Ormai con la perenne caccia ai punti per il ranking, in queste corse trovi tante squadre e corridori di vaglia. Non sono più prove di serie B ed emergere non è mai facile, sono contento dei risultati ottenuti proprio per questo, ma nel complesso è stato tutto il team a fare bene.


Nel complesso come giudichi questa tua prima stagione nel team?
E’ un’annata positiva e l’andamento della corsa cinese sta a testimoniarlo con una vittoria e due podi. Ho mostrato una certa costanza sin dalla prima corsa, al Tour of Sharjah a gennaio dove subito ero stato 5°. Poi sono arrivati tanti piazzamenti, la vittoria alla Popolarissima e finalmente i risultati in terra asiatica. Credo sia anche merito della squadra, dove mi trovo molto bene, c’è un bel clima e soprattutto un comune sentire, la voglia di lavorare per un progetto comune che è farla crescere, arrivare sempre più su nel ranking UCI.
Hai 25 anni e ormai sei nell’ambiente da un po’, ma la sensazione è che piano piano ti stia liberando di quell’appellativo di “fratello di…” legato ai risultati di tua sorella Silvia. E’ mai stato un peso?
Assolutamente no e sinceramente credo anche che resterò sempre il “fratello di…”, un po’ perché Silvia è la mia sorellona, ma i miei risultati non sono paragonabili ai suoi. A me non dispiace, è comunque anche vero che una certa evoluzione nella mia carriera ci sia, all’insegna della costanza a certi livelli e questo non può che farmi piacere. Ci tengo ad avere una mia immagine e personalità, ad essere riconosciuto anche per i miei risultati e per le mie prestazioni in gara.


Guardandoti dall’esterno pensi di essere ormai un ciclista compiuto o che si possa ancora lavorare su di te per migliorare?
Credo di essere ancora abbastanza giovane con i miei 25 anni e di avere ancora margini di miglioramento, ci sono tante cose sulle quali si può ancora lavorare e magari trasformare qualche piazzamento in ulteriori vittorie. Penso che sia importante continuare a crescere, a crederci, a voler migliorare e non sentirsi mai appagati per quel che si fa.
Anche perché c’è sempre la possibilità di migliorare, di salire ancora di livello. Ci speri?
Io credo che ci sperino tutti indistintamente ma questo non significa che alla MBH Bank non mi trovi bene, non sia una dimensione confacente. E’ anche per quello che ragiono come ho detto prima, bisogna provare sempre a fare meglio, salire gradino dopo gradino e magari alla fine si aprirà qualche porta ancora più importante.


Che obiettivi ti poni adesso?
Di gare dove poter emergere ce ne sono ancora tante, il calendario mio deve ancora essere definito ma intanto preparerò la Cro-Race di settembre dove conto di trovare altri spazi per fare bene, con percorsi che si addicono alle mie caratteristiche. Intanto sto recuperando dalla trasferta asiatica, la squadra mi ha dato qualche giorno di riposo prima di riprendere gli allenamenti e stabilire che cos’altro fare poi.
Come si recupera da una trasferta così particolare, dove il fuso orario si abbina a condizioni di altitudine così particolari?
Non è semplice – ammette Persico – i primi giorni mi sono sentito davvero svuotato di energie, per fortuna la squadra stessa ci ha consigliato di lasciare la bici da parte per qualche giorno e riprendere gradatamente. Credo che almeno una decina di giorni siano necessari per ripartire. Magari sarebbe stato diverso acclimatandosi maggiormente, arrivando sull’Himalaya una settimana prima del via, ma non è così facile per un team, anche il discorso dei visti oltre che delle spese. Noi come detto siamo arrivati due giorni prima, abbiamo pagato dazio all’inizio, ma poi ci si fa l’abitudine. Nel complesso non posso negare che è stata una grande esperienza…