Un altro anno. Diego Ulissi ci ha pensato per qualche mese, ha parlato con sua moglie e le bimbe che sono ormai grandi e alla fine ha accettato la proposta della XDS Astana per un altro anno di contratto. Di lì a poche ora è giunta la conferma di Trentin alla Tudor. Per gli ultimi italiani classe 1989 in attività, è un riconoscimento di stima e professionalità che non deve passare inosservato.
Proprio in queste ore che per molti significano grigliate, spiagge e feste, Ulissi è in viaggio con la famiglia fra la Toscana e Lugano. Le bimbe in Svizzera riprenderanno la scuola e l’asilo prima che in Italia e il programma delle gare sta per rimettersi in moto dopo questi giorni sulle strade e le spiagge di Donoratico, mentre il babbo era al Tour de Pologne.
«Avevamo iniziato a parlarne a inizio stagione – racconta Ulissi dopo l’ultimo allenamento nel caldo torrido della Toscana – ma ho voluto pensarci un po’. Mi alleno sempre molto volentieri, che poi è la cosa più difficile. La squadra è contenta di me e del lavoro che sto facendo, per cui firmare sarebbe stato naturale. Però ho compiuto 37 anni, prima di fare un altro anno ne devi ragionare bene. Alla fine ho messo tutto insieme e ho accettato».


C’era un motivo per cui Ulissi avrebbe invece potuto smettere?
E’ normale che pensi alle stagioni che hai sulla schiena, che sono già 17. Hai tre figlie a casa, una famiglia. Gli unici pensieri sono stati questi, la vita di tutti i giorni. Anche loro hanno fatto tanti sacrifici, penso a tutti i giorni che sono mancato da casa. L’unico dubbio che mi è passato per la testa è stato quello, però sappiamo anche che non si pensa di andare tanto oltre…
Vinokourov ha detto di apprezzare il tuo ruolo di guida per i più giovani: forse questa può essere una gratificazione diversa dal risultato in sé?
E’ una cosa importante che mi motiva e mi lusinga. Se dovessi guardare soltanto a me stesso, è chiaro che dovrei fare i conti con l’età. Non ho più le gambe di dieci anni fa e nemmeno di cinque. E’ normale che cerchi ancora di ottenere risultati e punti, che per la squadra sono cruciali, ma capisco quanto possa essere importante trasmettere ai giovani la mia esperienza, il fatto di vedere in gara cose che loro non vedono e neanche i direttori sportivi dall’ammiraglia.
Sei il classico direttore in corsa?
Dall’ammiraglia ci chiedono sempre cosa succede, perché nessuno da dietro può vedere quello che il corridore vede da dentro. Quando sono arrivato in Astana mi è stato dato questo compito e cerco di farlo al meglio. Ed è bello vedere che i risultati arrivano, perché negli ultimi due anni la squadra ha risalito la china alla grande e i ragazzi riescono a dare il 100 per cento di quello che hanno.
Fra quello che hai imparato c’è forse anche la capacità di muoverti in corsa senza essere limitato dai numeri, come qualche giorno fa si diceva con Bartoli parlando del ciclismo di Ferretti?
E’ così. Il ciclismo di prima era basato meno sui numeri e più sulle sensazioni. Era normale che il corridore imparasse a gestirsi, magari anche sbagliando, perché si diventava campioni elaborando gli errori che si facevano in corsa. Oggi parti che i ragazzi guardano solamente i wattaggi e a volte si scordano delle cose più importante. La strategia di gara e cogliere l’attimo per ottenere un grande risultato, vincere o essere un valido aiuto per un compagno che sta per vincere. Sono esperienze che negli anni fra i giovani vanno sparendo.


La tecnologia serve, ma non è tutto?
La tecnologia va avanti, ma accanto a questi ragazzi così giovani servono anche figure con l’esperienza che a loro manca, che li guidino e gli spieghino quello che troveranno in gara.
Tu hai corso tanti anni nella UAE e hai anche visto nascere il fenomeno Pogacar. Com’è fare il corridore negli anni di Tadej, sapendo che quando c’è lui si corre per il piazzamento?
E’ una bella domanda, perché se la fanno anche i corridori più giovani, avendo capito che quando c’è lui si parte sconfitti. Io però cerco di insegnargli di non guardare gli altri, ma a se stessi. Cercare di crescere e porsi degli obiettivi. D’altronde, se c’è un extraterrestre in corsa non ci si può fare niente. Si sta parlando di uno che, a mio parere, insieme a Merckx sarà ricordato come il più grande corridore di tutti i tempi.
Meglio averlo amico che nemico?
Correre da compagno di squadra è bello. A parte che sai già come può andare la corsa, uno così ti spinge a stargli il più vicino possibile, ad aiutarlo fino a che lui non decide di scattare. A me succedeva e anche ai miei compagni di squadra. Da avversario continuo ad ammirarlo, però consiglio agli altri di non seguirlo quando parte, perché tutti quelli che ci provano, si fanno male.
Il cittì Amadio ha parlato di Ulissi come possibile azzurro per gli europei e forse i mondiali.
Confermo che ho parlato con Roberto e mi ha fatto estremamente piacere. Vestire la maglia azzurra è sempre stato un sogno, un motivo di orgoglio, quindi sarò sempre disponibile e pronto al servizio. Se un cittì ti chiama e pensa che tu possa dargli una mano, è segno che stai facendo qualcosa di molto buono. A 37 anni non è scontato, io cerco di dare il 100 per cento per me stesso e per i miei compagni e sono a disposizione.


Qual è il programma da qui a fine anno?
Faccio Plouay il 30 e poi il Trittico Toscano: Larciano, Sabatini e Toscana. Poi dovrei fare il Giro d’Abruzzo e poi si spera nella maglia azzurra e le ultime gare di stagione.
Com’è per Ulissi allenarsi sulle strade di casa in Toscana?
Sempre bello, ma caldissimo: oggi più caldo che mai. Quando voglio fare salite più lunghe, mi spingo nelle zone di Montecatini, Val di Cecina, Volterra. Quelle sono le salite dove mi testo quando sono in Toscana. Ma adesso si torna a Lugano. Viaggio nel giorno di Ferragosto per non trovare traffico: quando si fa la nostra vita, anche queste sono tattiche da conoscere e mettere in atto…
Ride, il buon umore non manca. A 37 anni si sa distinguere ciò che davvero conta dai pesi inutili. Per questo parlare con Ulissi è sempre prezioso, perché non ti lascia mai parole di troppo. Per avere una carriera così lunga, saper distinguere le cose utili dalle futili è una delle prime cose da imparare.