Era assente dalle gare dall’11 giugno, dalla vittoria nella tappa del Tour Auvergne-Rhone Alpes, il vecchio Delfinato. Niente Tour, niente prove intermedie fino a fine luglio, al Giro di Danimarca. Nel mezzo, settimane di dolore “condite” da due operazioni di pulizia al gomito sinistro, affetto da una brutta infezione batterica seguente una caduta in allenamento forse presa un po’ sottogamba. Ma Van Aert non è un corridore qualsiasi: ritornato in sella, ha portato a casa tre vittorie di tappa consecutive, sufficienti a garantirgli il successo nella classifica generale che per uno con le sue caratteristiche non è proprio cosa comune.


Con lui, a lavorare per la squadra e vivere da vicino questa ennesima rinascita dalle sue ceneri come una novella fenice c’era Pietro Mattio, “testimone attivo” di un’impresa importante: «Sapevamo di avere una squadra forte con Van Aert e Laporte e quindi andavamo su con l’obiettivo principale di vincere la classifica generale. Poi sono arrivate le prime due tappe che hanno dato nuove certezze a Wout come a tutti noi. Ma era la terza quella che puntavamo più di tutte perché era la più importante. Nelle ultime due abbiamo solo gestito, anche se all’ultima abbiamo provato anche la volata con Wout, ma è rimasto un po’ chiuso».
Tu eri nel gruppo, quindi hai vissuto direttamente anche tutte le emozioni di Van Aert ha vissuto, non tanto per il livello della gara che era comunque immediatamente sotto quelle del WorldTour, quanto per tutto quello che il belga aveva passato. Come è arrivato a questa vittoria?
Quando siamo partiti sapevamo che lui doveva sbloccarsi ora, in vista di quel che l’aspetta alla Vuelta, quindi ci teneva tanto a questa gara. Aveva assunto un sapore speciale. Per un velocista come lui, anche se non è proprio un velocista puro, vincere era sicuramente la cosa più importante per arrivare alla Vuelta tranquilli e sicuri delle sue capacità. Lo ha fatto ben tre volte e ho potuto vedere come anche psicologicamente sia cresciuto, spazzando via tutti i dubbi.


All’inizio erano due i capitani. Le gerarchie sono cambiate nel corso della settimana?
Sì, in base all’evoluzione della corsa. All’inizio si puntava sul francese, ma poi la corsa si è messa diversamente. Posso raccontare un episodio: nella terza tappa, che come detto era la più importante per la classifica e quella a cui tenevamo particolarmente, a un certo punto Wout ha detto a Christophe: «Oggi non sto bene, tiro per te» e infatti sull’ultima salita era il suo pilota, ma invece aveva grandi gambe ed è andato a vincere staccando anche Kubis e lo stesso Laporte. Non era proprio sicuro della condizione, ha sentito che cresceva strada facendo.
Alla fine, che riscontri avete avuto, soprattutto che giudizi da parte dei tecnici del team?
Ho visto che anche loro sono rimasti abbastanza sorpresi. Erano però molto soddisfatti di vedere che sia Van Aert che Laporte avevano risposto presente. Sicuramente siamo andati lì per vincere e la missione è stata portata a casa, quindi erano molto contenti.


E tu personalmente che giudizio dai a questo tuo Giro di Danimarca?
Più che positivo perché comunque rientravo dopo un mesetto senza corse, solo con allenamenti, quindi anche io dovevo testare un po’ com’era la condizione. Poi purtroppo sono caduto alla prima tappa, quindi sono stato un po’ condizionato da quello, ma comunque la le sensazioni erano molto buone. Sono riuscito sempre a fare il mio lavoro bene, quindi alla fine ero contento sia per i compagni che per me.
Qual è stata la difficoltà maggiore?
Direi leggermente le strade, perché ci sono cambi di direzione repentini, continui su e giù quindi bisogna essere sempre molto concentrati, anche per il vento, perché comunque è una zona abbastanza ventosa e non si sa mai cosa può succedere a ogni svolta. Si sta sempre abbastanza in tensione in gruppo. Fortunatamente avendo la maglia di leader, eravamo sempre nella prima parte del gruppo e si riusciva a gestire meglio il tutto.


Adesso prossimi tuoi impegni?
Sarò alla classica di Amburgo il 16 e poi il Renewi Tour. E’ una stagione lunga e intensa, ho iniziato con le classiche e da lì ho avuto subito buone sensazioni nel gruppo dei professionisti, infatti mi hanno subito fatto fare le corse più importanti, come Roubaix e Liegi, anche quelle non proprio adatte a me, ma era un buon test per capire che corridore posso essere, quindi per ora direi che è stata più che positiva. Vediamo di continuare così, ho 22 anni, è la prima stagione nel WT, spero il prossimo anno di guadagnarmi più spazi soprattutto in quelle corse dove non ci saranno i capitani.