L’immagine simbolo del Tour de France di Juan Ayuso è tutta raccolta nell’arrivo dell’Alpe d’Huez, quello del venerdì. Juan si appoggia alle transenne un metro dopo la linea del traguardo. Neanche stacca i pedali. La bocca spalancata a cercare ossigeno. Di fronte a lui, non ci sono più neppure i diretti rivali, che hanno già lasciato la zona dell’arrivo. E sì, perché Ayuso quel giorno ha incassato oltre 6 minuti da Pogacar. Sia lui, ma anche Seixas, Evenepoel, Del Toro e company… se ne erano già andati.
Lottatore Ayuso lo è sempre stato e probabilmente lo sarà sempre. Questo era il suo primo Tour de France da leader assoluto. Aveva voluto lasciare la UAE Emirates-XRG e approdare alla Lidl-Trek per avere più spazio, più responsabilità, più possibilità. Ma il primo tentativo non è stato un granché. Bocciato? No. Rimandato? Sì.


Il coraggio non manca…
In questo articolo cerchiamo di analizzare il Tour de France dello spagnolo, che comunque dalla sua ha ancora l’età. Non ha ancora compiuto 24 anni. Tolto Paul Seixas, leader che la Decathlon-CMA si è ritrovata in casa dal settore giovanile, Juan è l’unico capitano che abbia scelto volontariamente di cambiare squadra per mettersi davvero alla prova. L’unico così giovane.
Al suo primo Tour de France da uomo di classifica è partito con l’obiettivo dichiarato del podio e, per alcuni giorni, ha anche vestito la maglia bianca di miglior giovane, dando l’impressione di poter reggere il confronto con i migliori. Alla fine ha chiuso settimo a quasi 18′ da Tadej Pogacar.
Poi, però, la corsa ha presentato il conto. Già sulle prime grandi montagne, a partire dalla tappa del Tourmalet, sono emersi i primi segnali di difficoltà. «Già quel giorno – ha detto Ayuso – non avevo grandi sensazioni». Tuttavia è riuscito a difendersi alla grande giungendo col drappello di Remco Evenepoel che era in netta rimonta.
Da quel momento Ayuso ha iniziato lentamente a perdere più certezze che terreno. Perché di fatto poi è sempre rimasto nel vivo della corsa e della classifica, però non è mai stato l’Ayuso spavaldo che siamo abituati a vedere. O che ci si aspettasse di vedere.
In tre settimane di Tour non è mai riuscito a ritrovare il colpo di pedale delle settimane migliori. Anche nel giorno dell’arrivo sull’Alpe d’Huez, Juan era andato in fuga, ma la gamba non c’era. Il suo Tour si è così trasformato da corsa d’alta classifica a una lunga rincorsa per restarvi. Un’alta classifica mascherata. Tipica di chi non ne ha.
Perché tutto quello che poteva fare e che ha fatto è stato difendersi. Sì, ci ha anche provato, ma si vedeva che era vuoto. Quando ci ha provato, soprattuto il sabato, andando in fuga, addirittura si è sentito dire che UAE e Decathlon non lo avrebbero lasciato andare, anche se era lontano in classifica.


Le scuse neanche
A fine Tour lo stesso Ayuso non ha cercato alibi, almeno in apparenza. Ha spiegato con sincerità quello che gli è accaduto. «Sono orgoglioso di avere dato tutto quello che avevo. Volevo vincere una tappa, non mi interessava finire quinto o settimo nella generale. Le gambe non erano quelle che speravo e ho potuto contare soltanto sul cuore e sull’orgoglio. Prima del Tour il mio sogno era il podio e non è arrivato. Ma non mi sono mai arreso ed è questo che mi porto a casa».
Lo spagnolo ha raccontato di non essersi mai sentito realmente competitivo. «Non sono arrivato alla Grande Boucle nella migliore condizione». Ascoltandolo nei giorni del Tour, secondo lui, alla base del rendimento c’è soprattutto la preparazione compromessa dalla caduta alla Parigi-Nizza. A cascata infatti per quell’incidente non avrebbe reso come voleva al Rhones-Alpes, l’ex Delfinato, e prima ancora non si è potuto allenare come voleva.
Il che potrebbe anche starci in questo ciclismo che richiede massima perfezione, però la scusa non regge del tutto. Anche Seixas ha avuto i suoi problemi al Rhones-Alpes. E tutti più o meno hanno avuto momenti non ideali oppure non in linea col programma prefissato. Piuttosto c’è da capire, e lo ha detto anche lui, perché ci sia stato questo vistoso calo delle prestazioni nella terza settimana.
«Mentalmente – ha detto Ayuso – ho cercato di resistere, provando sempre a tirare fuori la migliore versione di me. E l’ho fatto anche quando mi sentivo stanco. Ecco, in questo Tour ho sempre avuto la sensazione di essere stanco».


Certezze o dubbi?
Inevitabilmente perciò bisogna tracciare un bilancio sull’eredità di questo Tour de France per Ayuso. Sicuramente nel testamento c’è qualche certezza in meno, ma non un ridimensionamento definitivo. Piuttosto una brusca lezione di maturità. Cambiare squadra, diventare capitano e presentarsi al via con ambizioni da podio significa accettare una pressione completamente diversa. E di questo gli va dato atto. Il talento non è mai stato in discussione, così come le qualità da uomo dei Grandi Giri.
Tuttavia questa Grande Boucle ha evidenziato che, per competere con fenomeni come Pogacar, Vingegaard o Evenepoel, non basta il motore: servono continuità, preparazione perfetta e una gestione diversa delle aspettative. La Lidl-Trek continuerà a puntare su di lui e lo stesso Ayuso ha già annunciato che il prossimo inverno cambierà qualcosa nella preparazione.
A 24 anni il tempo è ancora dalla sua parte. Questo Tour, più che una bocciatura, sembra il primo vero esame fallito di una carriera che può ancora riportarlo ai vertici. Sta a lui trasformare questa delusione in un punto di ripartenza. E infatti Juan ha concluso così: «La preparazione mentale per questo Tour e queste tre settimane mi renderanno più forte. Così, quando avrò le gambe che desidero, tutto andrà per il verso giusto e potremo puntare a grandi risultati».
Nei piani di Ayuso, salvo sconvolgimenti, non ci sono la Vuelta e neanche la Clasica San Sebastian, in programma questo fine settimana. Mentre risaltano le tappe canadesi e il Giro di Lombardia. Ma adesso è presto per pensarci. Ora è tempo di recupero e soprattutto di metabolizzare bene questa Grande Boucle, perché potrebbe essere una enorme base di partenza… la prima da capitano, al netto del risultato.