UAe Emirates Tour 2026

Dominio UAE? Programmazione, dettagli e un gruppo coeso

29.07.2026
7 min
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Tadej Pogacar avrebbe vinto questo Tour de France anche stando in un’altra squadra, molto probabilmente, ma va detto che la gestione della sua UAE Emirates nel proteggerlo è stata esemplare. E non è stato affatto un caso. Il termine programmazione è centrale in questo contesto. Anche Stefano Rizzato, durante la diretta di una delle tappe centrali, ha notato un aspetto che chi frequenta i ritiri invernali, come noi, non può non osservare. «In casa UAE sin da dicembre tutti i corridori conoscono già quali corse faranno. Tu vai lì e Matxin ti dice per filo e per segno chi farà cosa».

E questo è un grande punto di partenza. Nel ciclismo della perfezione, avere un obiettivo chiaro con largo anticipo significa allenarsi bene, seguire un percorso ed essere certi di ciò che si fa. E le prestazioni si sono poi viste sul campo. Anche Matxin, il responsabile tecnico della UAE, parlando di altri argomenti, ci ha detto che, nonostante i 15 infortuni su una rosa di trenta atleti, hanno dovuto apportare un solo cambiamento rispetto alla tabella di marcia.

Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione e una grande lavoro dello staff: anche questo ha contribuito alla successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione all’avanguardia e una grande lavoro dello staff a 360°: anche questo ha contribuito al successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione e una grande lavoro dello staff: anche questo ha contribuito alla successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione all’avanguardia e una grande lavoro dello staff a 360°: anche questo ha contribuito al successo UAE

Questione di programmazione

Ma entriamo più dentro. Ogni atleta aveva un compito specifico e ognuno era super motivato nell’eseguirlo. Si sono così visti corridori super performanti. Nils Politt tirare anche su certe salite. Tim Wellens restare con gli scalatori persino ai piedi delle ascese più lunghe. Oppure Felix Grossschartner esporsi in pianura. E’ anche vero che avere un leader come Pogacar porta stimoli e convinzioni non da poco. E l’appetito vien mangiando.

«Sono stati i ragazzi a chiedermi di vincere». Questa frase Tadej l’ha ripetuta almeno un paio di volte nel corso del Tour de France. Parliamo, per esempio, delle due vittorie centrali, quando la classifica era ormai assestata e, tutto sommato, alla UAE la fuga faceva anche comodo. In quel modo, nel finale di tappa, anche gli altri big si sarebbero dovuti muovere. E invece, sapendo della forza del loro capitano, hanno tirato per riportare sotto gli attaccanti.

Qui entra in gioco anche la questione dei premi. Alla fine chi fa parte del gruppo di Pogacar porta a casa un bel bottino e, più arrivano podi e vittorie, più questo cresce. Ma ci sta. E’ del tutto legittimo. Ed è sempre stato così.

Addirittura, anche se questa non è una voce ufficiale, si dice che a Ussel sia stato lo stesso Pogacar a non voler chiudere sulla fuga perché davanti c’era il suo amico Mathieu Van der Poel, che poi vinse la tappa. E quel giorno la UAE aveva sempre tenuto la fuga sotto controllo. Perché fermarsi a meno di 15 chilometri dall’arrivo?

UAe Emirates Tour 2026
I tecnici e i ragazzi della UAE hanno sempre esaltato il gruppo
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Emergenza superata

Ma il vero punto di forza, il senso di coesione del gruppo, si è visto nella terza settimana. Anche la UAE Emirates ha avuto i suoi problemi. Adam Yates, Brandon McNulty, Tim Wellens e Nils Politt hanno accusato, chi più chi meno, una gastroenterite.

La prima cosa che è emersa è stata la tenacia di ognuno di loro nel non mollare. Andare avanti. Lasciarsi alle spalle la buriana. E nel corso di una corsa disputata sempre a ritmi vertiginosi, con il caldo e, tutto sommato, con l’obiettivo ormai in tasca, non era affatto scontato. Solo McNulty è stato costretto ad alzare definitivamente bandiera bianca.

Così l’atleta colpito di turno si prendeva, giocoforza, un giorno o poco più di licenza, passateci il termine. Restava in coda al gruppo, cercava di respirare e recuperare, per poi farsi trovare pronto nei giorni successivi. «I ragazzi – ha detto Pogacar – sono stati esemplari. Non hanno mai mollato. Adam il giorno della cronometro stava davvero male. Anche Tim ha avuto i suoi problemi. La perdita di McNulty è un grande problema e mi dispiace molto. Gli ho detto subito che lo aspettavo a Parigi per la festa».

E qui ritorna il tema della programmazione e della tranquillità (ma anche della forza) che questa comporta. I corridori stanno bene e, pertanto, una tantum possono fare anche gli straordinari. E’ stato così per Politt, chiamato a tirare in salita nei primi giorni alpini. E’ stato così per Felix Grossschartner, forse una delle rivelazioni nascoste di questa Grande Boucle. Alla fine hanno controllato i due terzi di ogni tappa della settimana finale con uno, al massimo due uomini. Ed è qui che sta il capolavoro.

Non solo. Si sono potuti permettere anche un terzo lusso: Isaac Del Toro. Il messicano, salvo qualche breve frangente, non ha praticamente mai tirato. La UAE ha cercato sempre di tutelarlo, di farlo correre al risparmio. Di fatto gli uomini realmente a disposizione erano sei e, nei giorni in cui qualcuno stava male, cinque se non addirittura quattro, come è successo nella tappa del Col de Sarenne.

UAe Emirates Tour 2026
Pogacar in versione gregario. Un lusso doppio pensando anche che Del Toro non ha quasi mai tirato
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Pogacar in versione gregario. Un lusso doppio pensando anche che Del Toro non ha quasi mai tirato

Pogacar gregario

Gianetti, Pogacar, Matxin, Pedrazzini e Hauptman hanno sempre parlato di un gruppo di amici. Di coesione. E lo si è visto anche dalle immagini. Ma alla fine, tanto per cambiare, la ciliegina sulla torta di questo capolavoro di squadra porta ancora una volta il nome di Tadej Pogacar.

La maglia gialla si è trasformata in gregario. Gregario per l’amico e giovane compagno Isaac Del Toro. Lo aveva già fatto sul Plateau de Solaison, tirando nel giorno in cui poi Remco Evenepoel li mise entrambi in difficoltà. E lo ha fatto soprattutto nell’ultima tappa.

Da Bourg-d’Oisans all’Alpe d’Huez gli uomini della UAE erano davvero contati. Di fatto hanno potuto contare soltanto su Politt, Wellens e Grossschartner. Quest’ultimo è poi saltato sul Galibier. Ma ecco che in casa UAE avevano ancora un super jolly da giocare. Un gregario di nome Tadej Pogacar.

Lo sloveno aveva già vinto il giorno precedente, firmando anche il record dell’Alpe d’Huez dal versante tradizionale. Era appagato. E, come tante volte abbiamo detto, lui ha bisogno di stimoli. E di divertirsi.

Eccolo dunque salire in cattedra a 5-6 chilometri dal Galibier. Si è messo a tirare. Ha sgretolato il gruppo (per poco non metteva in difficoltà anche il compagno Del Toro) e ha imposto il proprio ritmo per ben 64 chilometri. Lo ha fatto con piacere. Quel giorno, all’arrivo dell’Alpe d’Huez, era sorridente, felice, scherzoso proprio per il ruolo che aveva svolto: una novità anche per lui.

Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un so massaggiatore per vedere il finale della tappa dei suoi leader. Anche questo racconta del senso di appartenenza (foto Instagram - UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un suo massaggiatore per vedere il finale della tappa. Anche questo è senso di appartenenza (foto Instagram – UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un so massaggiatore per vedere il finale della tappa dei suoi leader. Anche questo racconta del senso di appartenenza (foto Instagram - UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un suo massaggiatore per vedere il finale della tappa. Anche questo è senso di appartenenza (foto Instagram – UAE Emirates)

Bravura non scontata

Vero che quando le cose vanno bene e si ha un corridore come Pogacar tutto diventa più semplice e c’è maggiore serenità. Ma, allo stesso tempo, aumentano anche le pressioni. Basta fare il confronto con gli altri top team, sia nei rapporti fra i compagni, sia nella forza dei singoli.

Due esempi? La Red Bull-Bora ha trovato una quadra definitiva e una vera coesione soltanto dopo il ritiro di Florian Lipowitz. Oppure la Visma-Lease a Bike ha provato, lottato, tirato e cercato in ogni modo di sostenere Jonas Vingegaard, ma è anche vero che non sempre lo ha fatto nella maniera migliore. Voci dal gruppo hanno raccontato che, nella caduta di Jonas, si procedesse a una velocità che, in quel frangente, non era giustificata.

Sono dettagli? Sì. Ma sono dettagli che, a quanto pare, hanno contribuito ad aumentare il divario fra Pogacar e gli altri, e fra la UAE e tutte le altre squadre. Pensiamo all’idea condivisa, ma lanciata dagli UAE, di portarsi dietro nelle tappe di volata. Non si sono mai presi un rischio in più del necessario. O del non-voluto.

Programmazione a lungo termine, coesione, preparazione impeccabile, un leader assoluto che mette tutti d’accordo e che sa mettersi lui stesso al servizio della squadra. Insomma, è una bravura che non va data per scontata. E a chi dirige la UAE va riconosciuto il merito di aver costruito un meccanismo praticamente perfetto. E non solo nelle tappe, nelle fasi di gara.

Michele Pallini, per esempio, massaggiatore con esperienza da vendere ci raccontava della gestione post tappa nel dietro le quinte della UAE e di Pogacar, soprattutto. L’iridato non aveva mai problemi all’antidoping. Nel senso che era il più idratato e impiegava meno degli altri a fare la pipì. Era super tranquillo anche in quei frangenti. E tutto ciò in tre settimane e nella corsa più importante dell’anno non sono dettagli.