Il Tour de France di Antonio Tiberi non è iniziato come ci aspettavamo e come si aspettava lui per primo. Più di cinque minuti persi a Barcellona, 42 secondi l’indomani sul traguardo di Les Angles, la sensazione di fragilità del corridore della Bahrain Victorious non permette di dormire sonni tranquilli. Difficile dire da cosa dipenda e da cosa sia dipeso il fatto che dopo la vittoria di tappa al UAE Tour, le prestazioni di Antonio siano andate a scendere, ma da qualche parte una spiegazione deve esserci.
La squadra è blindata, attorno ai corridori è stato eretto un muro rispetto al quale loro per primi sembrano contrariati, ma contro cui possono fare ben poco. Uno di loro si è scusato e si è detto imbarazzato per non aver potuto rispondere a un paio di domande, mentre pare che sia stato suggerito a tutti di non utilizzare i social prima di andare a dormire. Consigli da gita scolastica per atleti professionisti, una scelta singolare.


Il corridore e l’allenatore
Michele Bartoli è stato l’allenatore di Tiberi sino alla fine del 2025, poi ha lasciato lo staff della squadra e di riflesso ha dovuto interrompere la collaborazione con i “suoi” atleti. Più che sul percorso di preparazione del Tiberi 2026, di cui il toscano non è a conoscenza, con lui abbiamo parlato del rapporto fra corridore e allenatore.
«Tutti gli atleti sono diversi – dice Bartoli – e lungi da me voler insegnare il mestiere a qualcun altro, posso però parlare del mio metodo. Devi creare empatia, devi portarli a fidarsi di te al 100 per cento. Sono stato atleta, no? E se ricordate, avevo il mio preparatore: Luigi Cecchini e di lui mi fidavo.
«Non è detto che non ci fosse un altro preparatore bravo come lui, però se la stessa cosa me la diceva un altro, io non ci credevo. E se non ci credi, lavori con meno sicurezza. Non sai se la data cosa ti fa bene e magari non fai tutto come si dovrebbe».


Devi entrargli nella testa?
Devi creare empatia, portare il corridore a fidarsi, perché non è facile per una persona fare il 100 per cento di quello che gli dicono. L’allenatore prende in mano il futuro di un atleta. Se sbaglia, l’atleta vince meno, guadagna meno e probabilmente ha un futuro peggiore. La figura dell’allenatore è molto particolare. Ma lo ripeto, non voglio insegnare nulla: questa è la mia esperienza di atleta e poi di allenatore.
Che cosa pensi di Tiberi?
Gli devi entrare nel cervello prima che nelle gambe, gliel’ho sempre detto. Però è anche uno dei più forti in circolazione. Qualcuno a questo punto potrebbe prendermi per matto, perché in salita non regge 30 corridori, però Antonio è uno dei più forti in circolazione.
Perché allora secondo te fatica così tanto in salita?
Domanda inevitabile, purtroppo. Parlo ancora da ex corridore e dico che se questo accade è perché non fai il 100 per cento di quello che dovresti fare. O perlomeno non lo fai con l’approccio giusto. Anch’io avevo dei periodi che non reggevo 30 corridori, anche se la normalità nelle mie gare era che di 30 ne staccavo 29.


E allora perché ti succedeva di staccarti?
Succedeva quando le cose non andavano per il verso giusto, avevo le mie paure o magari pensavo di non essermi allenato bene o di non aver mangiato bene. Quando c’è un’insicurezza, un tarlo ti si insidia nella testa, non ti senti competitivo e aspetti solo il momento della fatica per mollare. Il corridore aspetta che arrivi la selezione e, se non è convinto e inizia a pensare che lo staccheranno, allora gli viene la paura.
Quindi molla con la testa e non perché non abbia gambe?
Appena fa fatica e inizia con questi ragionamenti, l’atleta si stacca. Perde il contatto con se stesso. Dopo la paura, gli viene il mal di gambe, non respira più e si stacca. Il più delle volte un atleta che ha lavorato bene si stacca per questo motivo.
Sembra di sentire i discorsi dell’ultimo Pantani, che aspettava la salita perché lo staccassero, lui che fino a poco prima era stato il più forte…
E’ così. Quando Marco andò in difficoltà, aveva altre priorità, altri problemi nella testa, probabilmente altre paure e non era più lui. Non si concentrava più sull’attaccare e staccare tutti, sperava di rimanere attaccato e a quel punto la fatica diventava insopportabile e si staccava. Probabilmente ad Antonio succede questo e lui, come pure Buitrago, ha bisogno delle stesse cose: più lavoro mentale che fisico (anche il colombiano lavorava con Bartoli, ndr).


Quante volte sentivi Tiberi durante la settimana?
Anche due o tre volte al giorno e, se non rispondeva, non lo mollavo. Lavorare con lui era una missione, però sapevo che se lo inquadravi, ti faceva divertire e si divertiva anche lui.
Ogni atleta ha esigenze e particolarità che richiedono approcci su misura?
Io l’ho sempre pensato. Non credo a un format di squadra che vada bene per tutti. Alcune volte succede, ma secondo me questa è la più grossa cavolata che c’è nel ciclismo. Hai 20-30 atleti, devi avere 20-30 metodi diversi.
Credi ancora nel Tiberi atleta?
Ciecamente. Mi dispiace perché è fortissimo, non ho alcun dubbio. Mi dispiace che i suoi tifosi soffrano e mi dispiace che sia capitato in questa situazione negli anni migliori. Perché se poi ritardi, inizia a venire fuori un po’ di cedimento strutturale e naturale e la tua massima prestazione fai sempre più fatica a raggiungerla.