Dall’intervista con Filippo D’Aiuto di qualche settimana fa è emersa l’importanza, nel suo percorso di crescita, di avere un rapporto diretto e di grande fiducia con il preparatore (in apertura foto Sebastian Marko / Red Bull Content Pool). L’allenamento passa anche e soprattutto attraverso le sue pianificazioni, conoscenze tecniche e tanto altro. Sapere con chi si sta lavorando, come farlo e il metodo di approccio che si deve avere con il corridore fanno parte di una dinamica delicata ma fondamentale. Riuscire a creare un legame, attraverso i giusti equilibri, può davvero fare la differenza per la crescita di un atleta. Queste considerazioni le rivolgiamo direttamente a Paolo Artuso, che nei suoi anni da preparatore ha lavorato con diversi atleti.
«Il rapporto che un preparatore deve avere con l’atleta – racconta subito Artuso – è uno dei più delicati nel mondo del ciclismo. E’ uno di quei fattori che può fare una grande differenza nella prestazione del ciclista. Come ogni rapporto umano ha bisogno di tempo e di fiducia reciproca per crescere. L’atleta deve credere al preparatore e viceversa. Alla base quindi ci deve essere la comunicazione, che deve essere chiara e diretta».


Qual è la prima cosa che conta nel creare questa comunicazione?
Il perché, il motivo per il quale io preparatore sto chiedendo all’atleta di fare un allenamento o un esercizio. Se il corridore ci crede, capisce e ricambia quella fiducia con l’impegno. Ma attenzione, la cosa deve valere in entrambe le direzioni.
Cioè?
La definizione dei ruoli è fondamentale, il preparatore decide cosa fare e deve spiegare il perché si sta seguendo un certo metodo. Dall’altra parte l’atleta deve rispondere, essere un elemento attivo della cosa. Ad esempio prima di un blocco di lavoro in altura mando una bozza dei lavori che andrà a fare, il corridore deve guardarla e fare tutte le domande che gli vengono.
E’ un lavoro condiviso…
Io lavoro affinché l’atleta possa percorrere la strada più redditizia, è chiaro che da parte sua debba esserci una responsabilità. Ognuno deve fare il suo, con la consapevolezza di metterci il massimo dell’impegno. I feedback che un preparatore chiede al ciclista non sono solamente numerici, ma anche di responsabilità.


Ad esempio?
Caricare i file sulle piattaforme di lavoro, Training Peaks, ma anche di comunicazione. Far sapere le sensazioni, chiedere se ci sono dubbi…
Tu come parti per instaurare questo tipo di rapporto?
Da un colloquio per conoscersi, nel quale spiego al corridore il mio metodo di lavoro e chiedo poi a lui in che modo è abituato ad allenarsi. Nel tempo ho una serie di domande che faccio all’atleta per cercare di conoscerlo. Fin da subito si capisce se c’è un feeling, un’empatia iniziale che può portare a lavorare bene insieme. E’ una cosa che capita anche con le squadre.
In che senso?
Il conoscersi, instaurare un rapporto di fiducia e di stima. Inoltre capita che per ricercare uno stimolo nuovo si parli con l’head coach per cambiare il preparatore. A me è capitato con Emil Herzog, quando ero in Bora, ho lavorato con lui per due o tre anni. A mio avviso per crescere ancora aveva bisogno di uno stimolo nuovo e quindi ho parlato con il team e si è deciso di cambiargli preparatore. In più Herzog tendeva a parlare tedesco e non inglese, anche a livello di comunicazione era meglio avere un preparatore più vicino a lui.


Meglio un corridore tanto tecnico o uno che è abituato ad eseguire?
In realtà una via di mezzo. Avere un atleta che studia troppo rende il lavoro più difficile paradossalmente, questo perché tende a fare molte domande e richiedere spiegazioni tanto specifiche. A volte un corridore del genere si sofferma su dettagli che non sono così importanti.
E dall’altra parte?
Avere un corridore che esegue senza chiedere o dare dei feedback non va comunque bene. Comunicare non vuol dire solamente dire se hai lavorato bene o male, ma c’è anche un fattore umano da tenere in considerazione. Sapere se quel giorno non ti sei riposato nel migliore dei modi, se sei stanco per motivi che non riguardano l’allenamento. Non sto dicendo che dobbiamo essere amici…


Ma nemmeno due che non si conoscono?
La fiducia è importante, ma siamo davanti a un rapporto professionale. L’atleta deve sapere che il preparatore decide cosa fare e analizza i dati. Ma deve anche sapere che se c’è qualcosa io lo ascolto. Poi a volte si deve tenere la barra dritta.
Ovvero?
Anche se il corridore ti dice che non si sente al massimo o che è stanco devi comunque tenere il punto e spiegargli che il lavoro va fatto. Ad esempio, in una tripletta è normale che il corridore si senta stanco dopo due giorni di carico, ma quella fatica il preparatore la calcola. Quindi fare anche il terzo e ultimo giorno di carico è importante. Se l’atleta mi dice che si sente stanco analizzo i numeri e i dati fisiologici, ma in caso di mancate anomalie il programma non si cambia.
Il ciclismo moderno guarda molto ai giovani, come si lavora con loro?
Conta ancora di più il rapporto diretto, se un ragazzo sente che sei presente tende a fidarsi maggiormente. Con gli juniores ad esempio il lavoro è anche spiegare come fare certi allenamenti, quindi si tratta di insegnare. Ad esempio tu scrivi sulla tabella ripetuta in leggera salita e loro ti chiamano per chiederti la percentuale di pendenza giusta.


Quanto conta con loro spiegare le motivazioni di un determinato lavoro?
Tanto, è importante che capiscano il perché. Un esempio: a Pellizzari la palestra non piaceva, allora mi sono messo a spiegargli il perché potesse essere utile. Gli dicevo: «Guarda Giulio, ci sono dati scientifici che dicono come la palestra aumenti la durability, che è la capacità di ritardare il calo fisiologico dopo tante ore in sella». Una volta convinto dell’utilità, ha affrontato i lavori nella maniera giusta, con ottimi risultati.
Ultima domanda: quanto contano i risultati nella fiducia dell’atleta verso il preparatore?
Hanno un peso, in questo caso è importante il rapporto con i direttori sportivi della squadra. Loro ti chiedono come sta un corridore, se tu sai che ha lavorato bene lo dici e spesso azzecchi la previsione. Ma non si parla di risultati, piuttosto di fare una bella gara o di essere in forma. Il risultato è condizionato anche da fattori esterni. Con i giovani, rimanendo in tema, si evita di fare supposizioni di piazzamenti o vittorie.