Da ormai molti anni Fabio Genovesi è una delle voci più particolari delle telecronache Rai del Giro d’Italia. Scrittore affermato e appassionato di ciclismo (a cui infatti ha dedicato due libri, “Cadrò, sognando di volare” e “Tutti primi sul traguardo del mio cuore“) ha portato nel racconto della corsa un approccio originale, antico quanto necessario. Perché affianca all’analisi sportiva storie, curiosità e riferimenti letterari sui territori attraversati dalla corsa rosa.
Un ruolo nato da una combinazione tra le sue qualità e l’evoluzione stessa delle telecronache, oggi sempre più lunghe e che devono accompagnare il pubblico anche per un’intera giornata.
Per saperne di più del suo ruolo di “intellettuale in corsa” abbiamo contattato Genovesi per farci raccontare com’è iniziata la sua avventura al Giro, il lavoro dietro ogni tappa, il rapporto con la squadra Rai. E, forse soprattutto, il piacere di scoprire luoghi e storie spesso lontane dai riflettori.


Fabio, a che numero di Giro d’Italia sei arrivato?
Credo di essere al decimo, ma potrei anche sbagliarmi. Il primo l’ho seguito per il Corriere della Sera. Prima di me, in quel ruolo, c’era stato Dino Buzzati, quindi per me è stato un onore enorme. Con la Rai invece credo di essere all’ottavo o al nono Giro.
Come è nata la collaborazione con la Rai?
L’anno in cui seguivo il Giro per il Corriere della Sera fui invitato due o tre volte come ospite al Processo alla Tappa. La squadra che c’era lì allora, cioè Alessandra De Stefano, Auro Bulbarelli e Alessandro Fabretti, apprezzò il mio modo di raccontare i luoghi e le storie. Nel frattempo la Rai aveva iniziato a trasmettere le tappe integralmente e si era resa conto che poteva essere utile una terza voce che raccontasse anche gli aspetti non strettamente legati alla corsa. Del resto stava cambiando il ciclismo e quindi stava cambiando anche il modo di raccontarlo. Ai tempi di Adriano De Zan una tappa durava magari due ore di diretta. Oggi a volte capita che iniziamo alle dieci del mattino e finiamo alle sei di sera, quindi serve inevitabilmente una formula diversa.


Qual è stato l’impatto iniziale con questo ruolo?
All’inizio, come è normale che sia, piacevo ad alcuni e ad altri meno. Poi col tempo le cose sono andate sempre in meglio, un po’ perché le persone si affezionano, ma anche io avevo bisogno di adattarmi, di capire i tempi e i modi della telecronaca e di sentirmi più a mio agio. La cosa a cui tengo di più è non essere mai di troppo. Preferisco sempre una parola in meno a una in più, per esempio sono molto contento di stare zitto quando la corsa entra nelle sue fasi decisive, perché sono il primo a godersi tutti gli intrecci della tappa. Poi essere esposti significa anche accettare i giudizi, ed è normale e ci sta. Però la Rai ha una capacità unica di raggiungere persone che magari non avrebbero mai cercato certe storie e che invece finiscono per appassionarsene.
Che rapporto si è creato con il resto della squadra? A sentirvi sembrate molto affiatati
E’ fondamentale, perché si passano insieme tantissime ore. Sapere che chi lavora con te è contento se fai bene il tuo lavoro fa una grande differenza, nessuno per esempio cerca di sovrastare gli altri. Il mio lavoro, normalmente, è molto solitario, scrivo libri e mi piace farlo. Però qui si è creato un rapporto che va oltre il lavoro. C’è davvero una splendida relazione umana e questo rende tutto più bello sia per noi sia, credo, per chi ci ascolta da casa. Il primo anno c’era Alessandro Petacchi, poi arrivò Stefano Garzelli. Da qualche anno la squadra è stabile e ha in Francesco Pancani il suo direttore d’orchestra.
Cioè?
Quest’anno eravamo addirittura in quattro e, sulla carta, poteva essere più complicato. In realtà Pancani è bravissimo nel gestire i tempi, nel coordinarsi con la regia e nel distribuire gli interventi. Noi facciamo solo il nostro lavoro, la nostra parte, lui invece deve tenere insieme tutto. È davvero eccezionale.


I tuoi interventi sono molto apprezzati perché aggiungono profondità alla cronaca. Quanto lavoro c’è dietro?
Un po’ mi preparo prima e un po’ lavoro durante il Giro. Quando esce il percorso della corsa mi diverto subito ad andare a vedere cosa c’è lungo le tappe e raccolgo materiale. Poi però ogni giorno si aggiunge qualcosa perché incontri persone, scopri dettagli, trovi storie che non avevi previsto. Bisogna arrivare pronti come se non servisse più nulla, ma allo stesso tempo restare aperti a tutto quello che può emergere lungo la strada. Direi che lo stupore è la chiave di tutto. Se raccontassi queste cose con l’atteggiamento del professore, mi starei antipatico da solo. E’ molto più bello essere in viaggio e stupirsi personalmente di ciò che si incontra.
C’è qualche luogo scoperto grazie al Giro che ricordi in modo particolare?
Sono soprattutto i piccoli luoghi a restarmi nel cuore. Penso al Molise, per esempio, una regione con un’importanza storica e culturale incredibile. Ricordo Pietracatella, che per me è indimenticabile, oppure l’area archeologica di Grumentum, vicino a Potenza, un sito romano magnifico e gestito con grande cura dalle comunità locali. La mia gioia è proprio stupirmi e poi consigliare alle persone luoghi piccoli e meno conosciuti per i loro viaggi, lontani dalle rotte più affollate.
Quanto conta raccontare i territori senza fermarsi agli stereotipi?
Conta moltissimo. Perché non possiamo ridurre tutto soltanto al mangiare e al bere. Spesso raccontiamo il Prosecco, per esempio, ma è bello farlo attraverso la storia delle persone, delle vigne e della cultura che c’è dietro. Oppure ricordando figure come Andrea Zanzotto, che è stato uno dei grandi poeti di quelle terre.


Torniamo al Fabio suiveur, appassionato di ciclismo. Qual è la tua corsa preferita?
Tra le classiche direi il Giro delle Fiandre, perché è una corsa che non si vince mai per caso. Però adoro anche la Milano-Sanremo per la sua imprevedibilità assoluta. Puoi avere quasi duecento chilometri apparentemente tranquilli e poi succede tutto nel finale. Tra le corse a tappe di tre settimane, naturalmente, il cuore va al Giro d’Italia. Però c’è da dire che il Tour de France…
Il Tour de France?
E’ impossibile non riconoscere che negli ultimi anni il Tour abbia raggiunto un livello tecnico straordinario. Ho avuto occasione di seguirlo più volte e l’organizzazione è davvero eccezionale, e lì si vede davvero all’opera tutto il meglio ciclismo mondiale. Per questo dico viva il Giro e viva anche il Tour.
Cosa rispondi a chi segue meno il ciclismo perché mancano grandi campioni italiani?
Che è un peccato. Chi vince, nella maggior parte dei casi, merita di vincere, indipendentemente dalla nazionalità. Molti italiani si stanno perdendo un momento straordinario del ciclismo solo perché non ci sono protagonisti italiani ai vertici. E’ come se un francese, nella Firenze del Rinascimento, avesse deciso di non guardare i quadri solo perché erano stati dipinti dagli italiani. Le cose belle vanno apprezzate sempre, per quello che sono.